Che cos’è il popolo?
In religione c’è una grande difficoltà a
figurarsi il popolo, che è, in effetti,
la medesima di tutti noi quando proviamo a immaginarlo anche in altri ambiti, come quello giuridico o quello commerciale. In teologia c’è anche
il problema del ruolo importante che vi ha il clero, che è fatto di persone le
quali, in un certo senso, sono estratte dal popolo, separate.
Il paradosso davanti al quale ci si trova è che, dal punto di vista dei pastori, il popolo appare a volte come gregge, quindi come massa da condurre, ma
poi gli stessi pastori devono riconoscere che tra le motivazioni più importanti
alla fede non vi è in genere la loro azione, ma quella, ad esempio, delle
madri, e questo anche per quanto direttamente li riguarda. In una visione
clericale le madri sono popolo, perché non sono clero, né sono inquadrate in
ordini religiosi. In questo quadro popolo
equivale, quindi, a laico. E’ questa la visione che si cercò di superare
nel corso del Concilio Vaticano 2° (1962-1965). Non ci si è ancora riusciti,
tanto che, come osserva Roberto Repole, nel suo Il sogno di una Chiesa
evangelica. L’ecclesiologia di papa Francesco, Libreria editrice Vaticano,
2017, quella concezione la si ritrova talvolta anche nell’attuale teologia del
Papato, insieme ad altre.
In alcuni ragionamenti teologici, quindi sulla fede come viene
professata, al popolo vengono attribuite virtù soprannaturali, ma non
particolarmente evidenti quando lo si accosta realisticamente e da vicino, come
un senso della fede che lo
preserverebbe dall’errore. Naturalmente si spera che sia così come dicono.
Certo, tutto l’apparato repressivo che per circa un millennio ha travagliato la
nostra esperienza religiosa non si spiega bene se non ammettendo che, insomma,
oltre a quel senso della fede ci sia dell’altro, che porta anche talvolta a
sviare. Viene riconosciuto, ad esempio, quando si affronta il tema della
religiosità popolare, che spesso è permeata di elementi magici e che, in
questo, si ritiene che vada corretta.
Poiché la riforma è, dagli anni Sessanta, strettamente legata alla
concezione di popolo che si ha, è importante approfondire, come ad esempio si è
fatto nel libretto, nel senso che è veramente un libro tascabile, a portata di
tutte le tasche perché non costa molto (€12,00) ed è di piccole dimensioni, del
Repole. Ve lo consiglio. Leggendolo si capisce che si sta cercando di far
ripartire quel moto di riforma che, negli anni 80, era stato bloccato, nel
timore che si sfasciasse tutto. L’idea è, ora, che la riforma debba farla il
Papato. E’ così che si sta procedendo. Ma il paradosso è questo: il primo
organismo da riformare, come generalmente si riconosce, è proprio il Papato e la riforma la si dovrebbe, la si vorrebbe, fare su base popolare. Tuttavia, mentre il principale agente
della riforma appare oggi proprio il Papato, il popolo si manifesta in genere
inerte, passivo, nella condizione di gregge. Una riforma su base popolare lo
richiederebbe più attivo. Ma non si riesce proprio a rianimarlo. L’azione molto
decisa per renderlo più tranquillo
esercitata negli anni ’80 e ’90 ha funzionato. I fermenti si sono spenti.
Lo si vede anche nella concreta vita parrocchiale, dove non è frequente
incontrare entusiasmi, se non in circoli molto ristretti, lì dove ci si
immagina piccolo resto, un germe di
popolo buono in mezzo a un mare di popolo cattivo, dove si rischia di annegare se
non ci si imbarca, con famiglia e masserizie, in una sorta di piccola arca
di salvataggio, aspettando che lo sconquasso passi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.