sabato 7 aprile 2018

Popolo e popolazione. La cultura fa la differenza.


Popolo  e popolazione. La cultura fa la differenza.

  Le specie animali formano popolazioni: le troviamo insediate in un’area geografica e sono riconoscibili  per l'aspetto, i comportamenti e le relazioni degli individui che le compongono. Si parla di popolazioni anche per le formiche. Di popolo si parla solo per gli umani. Quella parola fa riferimento ad una massa che va oltre l’orizzonte, ciò che si può vedere a colpo d’occhio. Il concetto di popolo comprende una certa cultura, un insieme di consuetudini e modi di pensare.
  Una delle definizioni di cultura  che si ritiene ancora valida è quella di di Edward Burnett Tylor in "Primitive Culture" (=la cultura dei primitivi), Murray, Londra, 1871):
         "Cultura o civiltà è un insieme complesso che include la conoscenza, le          credenze, l'arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e          abitudine acquisita dall'uomo come membro della società".
 Affrontando il tema del popolo, i saggi del Concilio Vaticano 2° affrontarono anche quello delle culture umane. Ecco come se ne tratta nel  n.53 della costituzione  Gaudium et spes, del Concilio Vaticano 2°:
"Con il termine generico di «cultura» si vogliono indicare tutti quei mezzi       con          i quali l'uomo affina ed esplicita le molteplici sue doti di anima e   corpo; procura di ridurre in suo potere il cosmo stesso con la      conoscenza ed il          lavoro; rende più umana la vita sociale sia nella         famiglia che nella società      civile, mediante il progresso del costume e delle   istituzioni; infine, con          l'andare del tempo, esprime, comunica e conserva    nelle sue opere le grandi esperienze ed aspirazioni spirituali, affinché possano servire al progresso di       molti, anzi di tutto il genere umano. Di conseguenza la cultura presenta necessariamente un aspetto      storico e sociale, e la voce «cultura»          esprime spesso un significato          sociologico ed etnologico. In questo          senso si parla di pluralità delle          culture. Infatti  dal diverso modo di far uso delle cose, di lavorare, di esprimersi, di praticare la religione e di formare i costumi, di fare le leggi, di creare gli istituti giuridici, di sviluppare le scienze e le arti e di coltivare il    bello, hanno origine le diverse condizioni comuni di vita e le diverse maniere     di organizzare i beni della vita. Così pure si costruisce l'ambiente          storicamente  definito, in cui ogni uomo, di qualsiasi stirpe ed epoca, si          inserisce, e da cui attinge i beni che gli consentono di promuovere la civiltà."
  La religione fa o non fa parte della cultura di un popolo, lo connota come le culture fanno?
 Un bel problema.
  Sociologi e antropologi ritengono in genere che le religioni facciano parte della cultura di un popolo. In un certo senso questo dato di fatto, però,  confina  le religioni in un popolo. Come costruire quel popolo universale, che comprenda tutti gli esseri umani come in una grande famiglia, pensato in religione, e in particolare dagli scorsi anni Sessanta?
  Uno dei massimi sforzi che si sono fatti in religione e, in particolare, in teologia, dagli scorsi anni Cinquanta è stato quello di liberare i costumi e le idealità religiose dai condizionamenti che derivavano dalle culture europee. Questo per favorire la diffusione della religione in popoli di altre culture. In Europa, però, si è proceduto anche in direzione contraria, cercando di far riscoprire le radici  che la religione aveva tra i popoli, nelle loro culture. In effetti esse sono in qualche modo ancora sensibili in varie popolazioni, ma sempre meno connotano i popoli dell’Europa occidentale, mentre la situazione è diversa nell’Europa orientale, dove la religione sta riprendendo forza caratterizzante, dopo essere stata a lungo duramente contrastata dai regimi comunisti, che favorivano concezioni atee.
   Si ritiene che uno dei principali problemi della religione in Europa occidentale sia proprio il venir meno di connotazioni culturali della religione, come quelle, ad esempio, che si esprimono nella religiosità popolare. Nel lungo contrasto politico tra il Papato e il Regno d’Italia, conclusosi nel 1929 con la conclusione dei Patti Lateranensi con il Regno d’Italia rappresentato da Benito Mussolini, il Papato fece esperienza di agitazione sociale cercando lanciare contro lo stato un popolo molto caratterizzato dalla fede, facendo forza sulla religiosità popolare che all’epoca permeava soprattutto gli ambienti rurali, in un’Italia in cui l’agricoltura era ancora molto importante nell’economia nazionale. La democrazia venne sostanzialmente scomunicata con l’enciclica Graves de communi re - Le gravi preoccupazioni sugli affari sociali  del 1901, del papa Vincenzo Gioacchino Pecci, Leone 13° in religione, lo stesso della prima enciclica sociale, la Rerum novarum - Le novità. I cattolici italiani furono spinti all’azione sociale, ma non alla pratica democratica. Questo creò, in un’Italia ancora di cultura cattolica, un ambiente sociale favorevole all’affermazione del fascismo storico, quello mussoliniano, con il quale il Papato si intese, stipulando gli accordi del 1929, riavendo in virtù di essi un piccolo regno a Roma, importanti indennizzi economici e un importante spazio nell’educazione dei giovani, nelle scuole pubbliche. Fu la religione a inculturare il fascismo o quest’ultimo a inculturare la religione? Di fatto le due idealità culturali divennero permeabili e in parte si fusero: fatto questo che viene, oggi, ritenuto disonorevole in ambito religioso, ma naturalmente non era così all’epoca, negli anni ’20 e ’30 del Novecento, quando l’intesa venne addirittura definita provvidenziale. Quest’ultima si guastò a partire dall’anno 1938, ma lasciò elementi culturali che, come osservano gli storici, ad esempio Pietro Scoppola che ho citato qualche giorno fa, permangono e si fanno sentire, in particolare, di questi tempi.
  La cultura può sostenere la religione, ma quest’ultima, facendosi sostenere, paga un prezzo, che può essere assai alto. Un’adesione alla fede determinata da pressione culturale, dal desiderio di uniformarsi ai costumi della società intorno, viene considerata in genere insufficiente, da migliorare. Si richiede una più profonda interiorità. Facendo sostenere la fede da una cultura di popolo si rischia una certa superficialità della professione di fede. Tuttavia, spesso, certi rischi dell’adesione religiosa su basi di conformismo culturale sono sottovalutati. Per staccare la religiosità da un’eccessiva individualizzazione e da un rigorismo prevalentemente dottrinario, per cui religione per il singolo si riteneva dovesse consistere nella dottrina  insegnata nel primo catechismo, dagli anni Settanta si  orientò la formazione religiosa di base cercando di coinvolgere maggiormente le collettività di fede e di farsene sostenere. Questo ha rimesso in gioco elementi culturali che vari metodi  di movimenti particolari hanno ricostruito e proposto con una certa disinvoltura, questo per suscitare un popolo  di fede che creasse un ambiente sociale che consentisse una inculturazione irriflessa  della religione, vale a dire una sua accettazione come costume sociale, prima di qualsiasi ragionamento e formazione esplicita, un po' come avviene nella tradizione da madre a bimbo piccolo. Va in questa direzione anche la riscoperta della religiosità popolare, quella che ruota intorno ai santuari del miracolo e simili. Il problema è che rinchiudendo la religione in una cultura particolare, essa perde di universalità. Il mancato approfondimento crea problemi nel confronto, da adulti, con ideologie irreligiose o indifferenti. E diventa problematico il confronto tra culture su base religiosa. Esso richiederebbe di riprendere il discorso su religione e democrazia, che ancora sembrano valori culturali in tensione, la seconda, in particolare, essendo tacciata superficialmente di indifferentismo religioso, mentre la prima, non senza ragione, di indifferenza ai valori democratici e, quindi, di assolutismo  (e dispotismo) politico.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli