Popolo e popolazione. La cultura fa la differenza.
Le specie animali formano popolazioni: le
troviamo insediate in un’area geografica e sono riconoscibili per l'aspetto, i comportamenti e le relazioni degli individui che le compongono. Si parla di popolazioni anche per le formiche. Di popolo si parla
solo per gli umani. Quella parola fa riferimento ad una massa che va oltre l’orizzonte,
ciò che si può vedere a colpo d’occhio. Il concetto di popolo comprende una
certa cultura, un insieme di consuetudini e modi di pensare.
Una delle definizioni di cultura che si ritiene ancora valida è quella di di Edward
Burnett Tylor in "Primitive Culture"
(=la cultura dei primitivi), Murray, Londra, 1871):
"Cultura
o civiltà è un insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, l'arte, la morale, il
diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall'uomo come membro della
società".
Affrontando il tema del popolo, i saggi del Concilio Vaticano 2° affrontarono anche quello
delle culture umane. Ecco come se ne tratta nel n.53 della costituzione Gaudium
et spes, del Concilio Vaticano 2°:
"Con
il termine generico di «cultura» si vogliono indicare tutti
quei mezzi con i quali l'uomo affina ed esplicita
le molteplici sue doti di anima e corpo;
procura di ridurre in suo potere il
cosmo stesso con la conoscenza ed
il lavoro; rende più umana la vita sociale sia nella famiglia che nella società civile,
mediante il progresso del costume e delle istituzioni;
infine, con l'andare del tempo, esprime, comunica e conserva nelle sue opere le grandi esperienze ed aspirazioni spirituali, affinché possano servire al progresso di molti, anzi di tutto il genere umano. Di conseguenza la cultura presenta necessariamente un aspetto storico e sociale, e la voce «cultura» esprime
spesso un significato sociologico
ed etnologico. In questo senso si
parla di pluralità delle culture. Infatti dal diverso modo di far uso delle cose, di
lavorare, di esprimersi, di praticare la religione e di formare i costumi, di
fare le leggi, di creare gli istituti giuridici, di sviluppare le scienze e le
arti e di coltivare il bello, hanno
origine le diverse condizioni comuni di vita e le diverse maniere di organizzare i beni della vita. Così pure
si costruisce l'ambiente storicamente definito, in cui ogni uomo, di qualsiasi
stirpe ed epoca, si inserisce, e
da cui attinge i beni che gli consentono di promuovere la civiltà."
La religione fa o non fa parte della cultura
di un popolo, lo connota come le culture fanno?
Un bel problema.
Sociologi e antropologi ritengono in genere
che le religioni facciano parte della cultura di un popolo. In un certo senso
questo dato di fatto, però, confina le religioni in un popolo. Come costruire quel
popolo universale, che comprenda tutti gli esseri umani come in una grande
famiglia, pensato in religione, e in particolare dagli scorsi anni Sessanta?
Uno dei
massimi sforzi che si sono fatti in religione e, in particolare, in teologia,
dagli scorsi anni Cinquanta è stato quello di liberare i costumi e le idealità
religiose dai condizionamenti che derivavano dalle culture europee. Questo per
favorire la diffusione della religione in popoli di altre culture. In Europa, però,
si è proceduto anche in direzione contraria, cercando di far riscoprire le radici che la religione aveva tra i popoli, nelle
loro culture. In effetti esse sono in qualche modo ancora sensibili in varie popolazioni, ma sempre meno connotano i
popoli dell’Europa occidentale, mentre la situazione è diversa nell’Europa
orientale, dove la religione sta riprendendo forza caratterizzante, dopo essere
stata a lungo duramente contrastata dai regimi comunisti, che favorivano
concezioni atee.
Si ritiene che uno dei principali problemi
della religione in Europa occidentale sia proprio il venir meno di connotazioni
culturali della religione, come quelle, ad esempio, che si esprimono nella
religiosità popolare. Nel lungo contrasto politico tra il Papato e il Regno d’Italia,
conclusosi nel 1929 con la conclusione dei Patti Lateranensi con il Regno d’Italia
rappresentato da Benito Mussolini, il Papato fece esperienza di agitazione
sociale cercando lanciare contro lo stato un popolo molto caratterizzato dalla
fede, facendo forza sulla religiosità popolare che all’epoca permeava
soprattutto gli ambienti rurali, in un’Italia in cui l’agricoltura era ancora
molto importante nell’economia nazionale. La democrazia venne sostanzialmente
scomunicata con l’enciclica Graves de
communi re - Le gravi preoccupazioni sugli affari sociali del 1901, del papa Vincenzo Gioacchino Pecci,
Leone 13° in religione, lo stesso della prima enciclica sociale, la Rerum novarum -
Le novità. I cattolici italiani furono spinti all’azione sociale, ma non
alla pratica democratica. Questo creò, in un’Italia ancora di cultura
cattolica, un ambiente sociale favorevole all’affermazione del fascismo
storico, quello mussoliniano, con il quale il Papato si intese, stipulando gli
accordi del 1929, riavendo in virtù di essi un piccolo regno a Roma, importanti
indennizzi economici e un importante spazio nell’educazione dei giovani, nelle
scuole pubbliche. Fu la religione a inculturare il fascismo o quest’ultimo a
inculturare la religione? Di fatto le due idealità culturali divennero
permeabili e in parte si fusero: fatto questo che viene, oggi, ritenuto
disonorevole in ambito religioso, ma naturalmente non era così all’epoca, negli
anni ’20 e ’30 del Novecento, quando l’intesa venne addirittura definita provvidenziale. Quest’ultima si guastò a
partire dall’anno 1938, ma lasciò elementi culturali che, come osservano gli
storici, ad esempio Pietro Scoppola che ho citato qualche giorno fa, permangono
e si fanno sentire, in particolare, di questi tempi.
La cultura può sostenere la religione, ma
quest’ultima, facendosi sostenere, paga un prezzo, che può essere assai alto.
Un’adesione alla fede determinata da pressione culturale, dal desiderio di
uniformarsi ai costumi della società intorno, viene considerata in genere insufficiente, da migliorare. Si richiede una più profonda interiorità. Facendo sostenere la fede da una cultura di popolo si rischia una certa superficialità della professione di fede. Tuttavia, spesso, certi rischi dell’adesione religiosa su basi di conformismo
culturale sono sottovalutati. Per staccare la religiosità da un’eccessiva
individualizzazione e da un rigorismo prevalentemente dottrinario, per cui
religione per il singolo si riteneva dovesse consistere nella dottrina insegnata nel primo catechismo, dagli anni
Settanta si orientò la formazione
religiosa di base cercando di coinvolgere maggiormente le collettività di fede
e di farsene sostenere. Questo ha rimesso in gioco elementi culturali che vari metodi di movimenti particolari hanno ricostruito e
proposto con una certa disinvoltura, questo per suscitare un popolo di fede che creasse un ambiente sociale che
consentisse una inculturazione irriflessa
della religione, vale a dire una sua
accettazione come costume sociale, prima di qualsiasi ragionamento e
formazione esplicita, un po' come avviene nella tradizione da madre a bimbo piccolo. Va in questa direzione anche la riscoperta della religiosità
popolare, quella che ruota intorno ai santuari del miracolo e simili. Il
problema è che rinchiudendo la religione in una cultura particolare, essa perde
di universalità. Il mancato approfondimento crea problemi nel confronto, da adulti, con ideologie irreligiose o indifferenti. E diventa problematico il confronto tra culture su base
religiosa. Esso richiederebbe di riprendere il discorso su religione e
democrazia, che ancora sembrano valori culturali in tensione, la seconda, in
particolare, essendo tacciata superficialmente di indifferentismo religioso,
mentre la prima, non senza ragione, di indifferenza ai valori democratici e,
quindi, di assolutismo (e dispotismo) politico.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli