Rigenerazione
comunitaria
Chi studia la società ci dice che le comunità
nascono e muoiono come tutti i viventi. Sono fatte di gente che passa. Il
diritto serve a dare maggiore continuità, ma affidarsi solo ad esso è
illusione. Anche la nostra Chiesa c’è storicamente caduta. Il suo complicato
sistema giuridico, creato ad imitazione di quello degli stati, non l’ha
veramente preservata. Il diritto è un fatto sociale, cambia con le società che
l’esprimono. Se non cambia non riesce a garantire la pace sociale e con essa il
mantenimento della società. Il diritto della Chiesa ha subìto forti innovazioni
negli scorsi anni ’80, in mezzo a importanti cambiamenti sociali. Nel 1983 fu
imposto un nuovo Codice di diritto
canonico, recependo alcuni principi proclamanti vent’anni prima durante il
Concilio Vaticano 2° (1962-1965). Nacque già vecchio: la società era già andata
molto più avanti. Fu volontà di un Papa conservatore, Giovanni Paolo 2°, e si
voleva che fosse lo strumento per inglobare fino ad un certo punto il cambiamento,
mantenendo però l’assetto di potere ricevuto dai secoli precedenti, la Chiesa
come impero religioso, in modo da
contrastare le tendenze alla disgregazione. Si ebbe un papismo di tipo nuovo, di
natura carismatica, centrato intorno alla persona fascinosa del Wojtyla, e la
cosa funzionò, a lungo. In Italia i conflitti tra gruppi vennero sopiti,
silenziati, rimanendo tuttavia latenti. Le discussioni, che tendevano a
degenerare, furono impedite d’autorità. Si divenne più che altro commentatori della imponente
letteratura pontificia. La società religiosa ne risultò però impoverita.
L’impegno sociale, che era stato caratteristico delle comunità italiane e che
le aveva portate ad egemonizzare la politica dopo la caduta del fascismo
mussoliniano, fu scoraggiato in quanto fonte di divisione. Rimasero quello
puramente caritativo e la religione come medicina dell’anima e consolazione nei
dolori della vita. Gli interessi politici della religione vennero curati
direttamente dalla gerarchia, senza più la mediazione di un laicato impegnato.
L’espressione cattolico adulto, nel senso di autonomo e responsabile, divenne una specie di
insulto: se ci si definiva tali, si veniva sospettati di insubordinazione, se non peggio. L’equilibrio
veniva dato dall’autorità del Papa, riconosciuta dal diritto e rafforzata dal
carisma: in questo quadro l’obbedienza a quell’autorità era il vero collante
sociale. Le monarchie assolute hanno però un elementi di fragilità: indebolendosi o venuto meno
il sovrano, entrano in crisi. E’ questo che accadde nel lungo declino del papa
Wojtyla, causato dalla malattia grave e degenerativa da cui risultò affetto. Il
successore tentò di mantenerne il modello organizzativo, ma senza successo, per
difetto del fascino personale. Uomo di studi, sembrò ad un certo punto
ritirarsi in essi. La transizione durò, in definitiva, dal 2000 al 2013, quando
fu eletto Papa l’argentino Jorge Mario Bergoglio, un vescovo venuto veramente
da lontano, rispetto agli europei: una distanza non solo geografica, ma innanzi
tutto culturale. La sfida che il nuovo Papato volle cogliere fu quella della
rigenerazione comunitaria in un’Europa nella quale, in controtendenza rispetto
alla generale situazione del resto del mondo in cui i processi di
secolarizzazione andavano declinando, la religione sembrava diventare inutile,
nella parte occidentale del continente, o virare verso l’antico nazionalismo
autoritario, nelle regioni orientali. Si volle però mantenere l’ordine
giuridico precedente. Per quanto l’impostazione culturale sia cambiata, non si
può, quindi, parlare propriamente di rivoluzione. Del resto non ce la si poteva attendere da un Papa
e, in particolare, da un gesuita. I Papi non fanno rivoluzioni. L’accento fu
posto nuovamente sulla riforma sociale e sul ruolo che in essa può e deve avere
un popolo animato dalla fede, in particolare i laici. Qui, appunto, è il problema particolare della
situazione italiana. Sembra infatti che questo popolo, che fino agli anni ’80 c’era
e si faceva sentire, si sia disgregato in maniera terminale. Non si riesce
proprio a risuscitarlo. Rimangono clero e religiosi, spolpati del popolo. Quest’ultimo
in genere rimane inerte. La gente va in chiesa quando ha ferite da curare, come
va all’ambulatorio dell'ASL quando ha problemi di salute. Risponde al richiamo di
eventi collettivi ad alta intensità emotiva, come i ciclici raduni intorno al
Papa. Ma poco di più.
In questo quadro si inserisce la nostra
parrocchia. Si era intervenuti molto decisamente su di essa a metà degli anni ’80,
perché preoccupava una sua eccessiva effervescenza sociale, in particolare dei più giovani e dei preti che se ne occupavano. Si pensò di
rafforzare l’elemento comunitario adottando il metodo di un movimento che ad
esso dava molta importanza, caratterizzato da forti legami gerarchici al suo interno. In esso ognuno sapeva quale fosse il suo posto e si creavano collettivamente eventi densi di emozioni, che si stagliavano sull'apparente grigiore intorno. Questo però finì per attrarre molta gente di fuori,
mentre quelli del quartiere presero a distanziarsi. Un’inchiesta sistematica
forse farebbe emergere la ragione di questo allontanamento. Fondamentalmente:
la gente iniziò a non trovare più in parrocchia quello che cercava e non si
fece coinvolgere dal nuovo metodo in quanto troppo autoritario e schematico. La
gente del quartiere fu sostituita dalla gente di fuori e la parrocchia finì
sostanzialmente per costituire una sede periferica del movimento che si era
proposto di animarla. In definitiva, come parrocchia finì. Questa la situazione
che trovarono i preti della squadra che in emergenza venne inviata a rigenerarla, nell'ottobre 2015.
Vennero rimosse molte pregiudiziali, per le quali uno era accettato solo se era
disposto a seguire un certo metodo. Si iniziò un percorso di formazione alla
dottrina sociale, molto interessante, in particolare con gli incontri del ciclo
Immìschiati, animati dall’associazione
OL3, nel 2016. E’ stata riorganizzata
l’ACR e sono arrivati gli scout. E’ ripreso un gruppo giovani (che negli anni ‘70/’80
arrivò a contare circa trecento persone). Tuttavia ancora non si è costituito
quel gruppo di spinta, di gente adulta tra i trenta e i cinquant’anni, che costituisce
la struttura portante di ogni organizzazione sociale. Prima si è troppo giovani
e manca l’esperienza, poi si è troppo anziani e mancano le forze. Esso
consentirebbe alla parrocchia di stare in piedi sulle proprie gambe, senza
stare a ricasco dei suoi preti, sfiancandoli. C’è poi la questione della tanta
gente di fuori che ha preso l’abitudine di gravitare intorno la parrocchia e
che non può essere abbandonata, in particolare perché è stata coinvolta,
seguendo quel certo metodo di cui dicevo, in progetti di vita veramente
molto impegnativi, con un mucchio di figli accettati come manifestazione principale
della propria religiosità. Non si tratta di chiacchiere o atteggiamenti, si
tratta di vite.
Da dove ricominciare? Ciascuno ha la propria
idea, che corrisponde alla propria esperienza. Nella mia si parte di solito da
un gruppo di lettura e di discussione, orientato però ad una qualche azione
sociale. Questo, ad esempio, è la via degli universitari cattolici. Seguendola,
alcuni dei miei amici di gioventù sono finiti in Parlamento e altri, come me,
nel servizio di Stato. Come negli antichi monasteri, questo lavoro dovrebbe
ruotare intorno a una biblioteca. La nostra è stata incomprensibilmente
dispersa prima dell’inizio del nuovo corso. Ma non sarebbe male attivare un
percorso di riflessione comunitaria, mediante un sinodo parrocchiale,
sperimentato ad esempio nella mia prima parrocchia bolognese. Da qui poi potrebbero
emergere iniziative per il quartiere, nel quale la nostra parrocchia è la
principale realtà sociale, meglio se in accordo con ciò che si fa nelle
parrocchie vicine, con le quali potrebbero programmarsi degli incontri. Tenendo
conto del poco tempo che hanno le persone che lavorano e che devono anche occuparsi
dei più giovani e dei più anziani, non credo che, per iniziare, si possa andare
molto oltre. Aumentando il numero di quelli coinvolti, aumenterebbero anche l’efficacia
dell’azione sociale e le cose che si potrebbe progettare di fare. Dunque, se
penso a come cominciare, mi figuro una stanza dove una ventina di persone
possano riunirsi, avendo una libreria intorno. Ci sarebbe bisogno di una porta
e di una chiave e di qualcuno che apra e
chiuda garantendo una presenza durante il giorno. E di qualche altro che si
occupi di contattare personalmente gli
assenti. Un programma di letture e uno di uscite, per andare in giro insieme per
imparare qualcosa, e così rafforzare la coesione. Dovrebbe essere cosa da laici, quindi centrata su temi
sociali, innanzi tutto per acquisire una sufficiente consapevolezza storica. Che
cosa siamo diventati come società? Non sempre è confortante scoprirlo, ma è necessario se si vuole cambiare ciò che non
va. Infine: un po’ meno papismo. E questo anche se anch’io
voglio bene al Papa, come scrisse
tanti anni fa Primo Mazzolari.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli