domenica 4 marzo 2018

Rigenerazione comunitaria


Rigenerazione comunitaria


  Chi studia la società ci dice che le comunità nascono e muoiono come tutti i viventi. Sono fatte di gente che passa. Il diritto serve a dare maggiore continuità, ma affidarsi solo ad esso è illusione. Anche la nostra Chiesa c’è storicamente caduta. Il suo complicato sistema giuridico, creato ad imitazione di quello degli stati, non l’ha veramente preservata. Il diritto è un fatto sociale, cambia con le società che l’esprimono. Se non cambia non riesce a garantire la pace sociale e con essa il mantenimento della società. Il diritto della Chiesa ha subìto forti innovazioni negli scorsi anni ’80, in mezzo a importanti cambiamenti sociali. Nel 1983 fu imposto un nuovo Codice di diritto canonico, recependo alcuni principi proclamanti vent’anni prima durante il Concilio Vaticano 2° (1962-1965). Nacque già vecchio: la società era già andata molto più avanti. Fu volontà di un Papa conservatore, Giovanni Paolo 2°, e si voleva che fosse lo strumento per inglobare fino ad un certo punto il cambiamento, mantenendo però l’assetto di potere ricevuto dai secoli precedenti, la Chiesa come impero religioso, in  modo da contrastare le tendenze alla disgregazione. Si ebbe un papismo  di tipo nuovo, di natura carismatica, centrato intorno alla persona fascinosa del Wojtyla, e la cosa funzionò, a lungo. In Italia i conflitti tra gruppi vennero sopiti, silenziati, rimanendo tuttavia latenti. Le discussioni, che tendevano a degenerare, furono impedite d’autorità. Si divenne più che altro commentatori della imponente letteratura pontificia. La società religiosa ne risultò però impoverita. L’impegno sociale, che era stato caratteristico delle comunità italiane e che le aveva portate ad egemonizzare la politica dopo la caduta del fascismo mussoliniano, fu scoraggiato in quanto fonte di divisione. Rimasero quello puramente caritativo e la religione come medicina dell’anima e consolazione nei dolori della vita. Gli interessi politici della religione vennero curati direttamente dalla gerarchia, senza più la mediazione di un laicato impegnato. L’espressione  cattolico adulto, nel senso di autonomo  e  responsabile, divenne una specie di insulto: se ci si definiva tali, si veniva sospettati di insubordinazione, se non peggio. L’equilibrio veniva dato dall’autorità del Papa, riconosciuta dal diritto e rafforzata dal carisma: in questo quadro l’obbedienza a quell’autorità era il vero collante sociale. Le monarchie assolute hanno però un elementi di fragilità: indebolendosi o venuto meno il sovrano, entrano in crisi. E’ questo che accadde nel lungo declino del papa Wojtyla, causato dalla malattia grave e degenerativa da cui risultò affetto. Il successore tentò di mantenerne il modello organizzativo, ma senza successo, per difetto del fascino personale. Uomo di studi, sembrò ad un certo punto ritirarsi in essi. La transizione durò, in definitiva, dal 2000 al 2013, quando fu eletto Papa l’argentino Jorge Mario Bergoglio, un vescovo venuto veramente da lontano, rispetto agli europei: una distanza non solo geografica, ma innanzi tutto culturale. La sfida che il nuovo Papato volle cogliere fu quella della rigenerazione comunitaria in un’Europa nella quale, in controtendenza rispetto alla generale situazione del resto del mondo in cui i processi di secolarizzazione andavano declinando, la religione sembrava diventare inutile, nella parte occidentale del continente, o virare verso l’antico nazionalismo autoritario, nelle regioni orientali. Si volle però mantenere l’ordine giuridico precedente. Per quanto l’impostazione culturale sia cambiata, non si può, quindi, parlare propriamente di rivoluzione. Del resto non ce la si poteva attendere da un Papa e, in particolare, da un gesuita. I Papi non fanno rivoluzioni. L’accento fu posto nuovamente sulla riforma sociale e sul ruolo che in essa può e deve avere un popolo animato dalla fede, in particolare i laici. Qui, appunto, è il problema particolare della situazione italiana. Sembra infatti che questo popolo, che fino agli anni ’80 c’era e si faceva sentire, si sia disgregato in maniera terminale. Non si riesce proprio a risuscitarlo. Rimangono clero e religiosi, spolpati del popolo. Quest’ultimo in genere rimane inerte. La gente va in chiesa quando ha ferite da curare, come va all’ambulatorio dell'ASL quando ha problemi di salute. Risponde al richiamo di eventi collettivi ad alta intensità emotiva, come i ciclici raduni intorno al Papa. Ma poco di più.
  In questo quadro si inserisce la nostra parrocchia. Si era intervenuti molto decisamente su di essa a metà degli anni ’80, perché preoccupava una sua eccessiva effervescenza sociale, in particolare dei più giovani e dei preti che se ne occupavano. Si pensò di rafforzare l’elemento comunitario adottando il metodo di un movimento che ad esso dava molta importanza, caratterizzato da forti legami gerarchici al suo interno. In esso ognuno sapeva quale fosse il suo posto e si creavano collettivamente eventi densi di emozioni, che si stagliavano sull'apparente grigiore intorno. Questo però finì per attrarre molta gente di fuori, mentre quelli del quartiere presero a distanziarsi. Un’inchiesta sistematica forse farebbe emergere la ragione di questo allontanamento. Fondamentalmente: la gente iniziò a non trovare più in parrocchia quello che cercava e non si fece coinvolgere dal nuovo metodo in quanto troppo autoritario e schematico. La gente del quartiere fu sostituita dalla gente di fuori e la parrocchia finì sostanzialmente per costituire una sede periferica del movimento che si era proposto di animarla. In definitiva, come parrocchia finì. Questa la situazione che trovarono i preti della squadra che in emergenza venne inviata a rigenerarla, nell'ottobre 2015. Vennero rimosse molte pregiudiziali, per le quali uno era accettato solo se era disposto a seguire un certo metodo. Si iniziò un percorso di formazione alla dottrina sociale, molto interessante, in particolare con gli incontri del ciclo Immìschiati, animati dall’associazione OL3, nel 2016. E’ stata riorganizzata l’ACR e sono arrivati gli scout. E’ ripreso un gruppo giovani (che negli anni ‘70/’80 arrivò a contare circa trecento persone). Tuttavia ancora non si è costituito quel gruppo di spinta, di gente adulta tra i trenta e i cinquant’anni, che costituisce la struttura portante di ogni organizzazione sociale. Prima si è troppo giovani e manca l’esperienza, poi si è troppo anziani e mancano le forze. Esso consentirebbe alla parrocchia di stare in piedi sulle proprie gambe, senza stare a ricasco dei suoi preti, sfiancandoli. C’è poi la questione della tanta gente di fuori che ha preso l’abitudine di gravitare intorno la parrocchia e che non può essere abbandonata, in particolare perché è stata coinvolta, seguendo quel certo metodo di cui dicevo, in progetti di vita   veramente molto impegnativi, con un mucchio di figli accettati come manifestazione principale della propria religiosità. Non si tratta di chiacchiere o atteggiamenti, si tratta di vite.
  Da dove ricominciare? Ciascuno ha la propria idea, che corrisponde alla propria esperienza. Nella mia si parte di solito da un gruppo di lettura e di discussione, orientato però ad una qualche azione sociale. Questo, ad esempio, è la via degli universitari cattolici. Seguendola, alcuni dei miei amici di gioventù sono finiti in Parlamento e altri, come me, nel servizio di Stato. Come negli antichi monasteri, questo lavoro dovrebbe ruotare intorno a una biblioteca. La nostra è stata incomprensibilmente dispersa prima dell’inizio del nuovo corso. Ma non sarebbe male attivare un percorso di riflessione comunitaria, mediante un sinodo parrocchiale, sperimentato ad esempio nella mia prima parrocchia bolognese. Da qui poi potrebbero emergere iniziative per il quartiere, nel quale la nostra parrocchia è la principale realtà sociale, meglio se in accordo con ciò che si fa nelle parrocchie vicine, con le quali potrebbero programmarsi degli incontri. Tenendo conto del poco tempo che hanno le persone che lavorano e che devono anche occuparsi dei più giovani e dei più anziani, non credo che, per iniziare, si possa andare molto oltre. Aumentando il numero di quelli coinvolti, aumenterebbero anche l’efficacia dell’azione sociale e le cose che si potrebbe progettare di fare. Dunque, se penso a come cominciare, mi figuro una stanza dove una ventina di persone possano riunirsi, avendo una libreria intorno. Ci sarebbe bisogno di una porta e di una chiave e di qualcuno  che apra e chiuda garantendo una presenza durante il giorno. E di qualche altro che si occupi di contattare personalmente  gli assenti. Un programma di letture e uno di  uscite, per andare in giro insieme per imparare qualcosa, e così rafforzare la coesione. Dovrebbe essere cosa da laici, quindi centrata su temi sociali, innanzi tutto per acquisire una sufficiente consapevolezza storica. Che cosa siamo diventati come società? Non sempre è confortante scoprirlo, ma  è necessario se si vuole cambiare ciò che non va. Infine: un po’ meno  papismo. E questo anche se  anch’io voglio bene al Papa,  come scrisse tanti anni fa Primo Mazzolari.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli