Negare il conflitto non è la soluzione
Nella pratica ecclesiale si è portati a negare
i conflitti, perché ritenuti sconvenienti. In questo modo ne diviene
impossibile la soluzione. In una parrocchia si finisce così per essere nelle
mani del parroco, che diviene l’unico artefice del precario equilibrio tra i
gruppi. Può andare bene, può andare male. Se va male ci si trasferisce, si
migra altrove. Questo appunto è accaduto nella nostra parrocchia in anni
passati, dai quali però ci stiamo velocemente distanziando.
Non è
possibile risolvere i conflitti lasciando tutto com’è. E’ infatti proprio
questo che li ha generati.
Il problema di solito è il poco rispetto per le persone. Si tende ad
andare per le spicce, a tagliare corto. Certo, a lasciar fare si può arrivare a punti morti, perché in
religione c’è molta immaginazione, e quando le si lascia campo libero crea
problemi. Ciascuno immagina la sua, come si fa a creare unità? Ci si schiera
per questo o per quello, come si legge che accadeva anche ai tempi apostolici.
Emergono i più disinvolti e appena conquistano spazi di potere diventa
difficile contenerli. Il potere corrompe a tutti i livelli, se non si è
imparata una severa disciplina morale.
Che cosa si cerca in religione? Ognuno ha le sue esigenze. Consolazione,
esaltazione, amicizia, arricchimento culturale, una guida morale nella vita,
addirittura la guarigione spirituale o fisica, il miracolo. E fin qui sono cose
destinate a sé stessi. Se si punta solo
a quello, in genere si rimane delusi. La religione ci è indispensabile perché siamo esseri finiti,
di breve durata, ma per tirare avanti come società abbiamo necessità di
ragionare come se non lo fossimo. Per via religiosa ci affranchiamo dalla
brutale legge di natura, secondo la quale prevale il forte, finché rimane tale.
Ci siamo elevati dal mondo animale a quello spirituale. L’anima è ciò che ci
distingue. I teologi ne hanno un’idea, che si è evoluta. Ma ognuno può capire
sperimentalmente che cos’è. E’ ciò che manca al cadavere rispetto all’essere
vivente che era. Ci pervade, ma pervade anche l’ambiente intorno a noi.
Entrando nella stanza di uno che è morto la si percepisce diversa. Se non diamo
spazio all’anima, soffriamo, soffre la nostra anima prima che il corpo. La
religione è questo. Trasforma la società intorno nel lavoro che fa, in modo da
fare spazio all’anima. Non ogni società le è adatta. E’ per questo in religione
si cerca di trasformare ciò che non va.
La religione
è un lavoro collettivo, altrimenti non funziona bene. Ecco perché si deve
cercare di andare d’accordo. Storicamente
è stato molto difficile. E’ dipeso dalla politica, naturalmente, ma
anche dalla gente, dalle loro anime. Se ci si riesce a convincere che è la misericordia
la via giusta, si incontrano meno difficoltà. L’apporto della nostra fede nel
panorama delle antiche religioni fu sostanzialmente questo, e lo è ancora. Gli
antichi erano molto religiosi, anche se noi, presuntuosamente, diamo loro dei pagani. Ma i loro dèi in genere non erano
misericordiosi, li tiranneggiavano, richiedevano gravi sacrifici per accordare
il loro favore, a volte crudeli, omicidi.
Misericordia
è uno dei significati che si può
dare al termine del greco antico agàpe,
il lieto convito in cui ce n’è per tutti e nessuno è escluso. La nostra fede
non è questione di parole, ce ne rimproverava Paolo di Tarso quando la si
riduceva a questo, ma innanzi tutto agàpe.
Così, per cominciare a conoscersi e a fare pace, non c’è nulla di meglio, per
cominciare, che ritrovarsi in una vera festa. Quest’ultima dovrebbe avere una sua liturgia, per fare in modo che ognuno
vi si senta accolto. Se fate memoria delle feste che si sono fatte da noi, non
sempre è accaduto. Se ne occupa anche il galateo. Ci dovrebbe essere un maestro
di cerimonia, che fa il lavoro di un direttore del coro, facendo in modo che
nessuno rimanga isolato.
Ma come fare quando si ragiona sui grandi numeri, nella dimensione delle
centinaia, non più delle decine? Non è
sbagliato, allora, organizzare incontri per gruppi più piccoli. Purché non
diventino sedi per iniziati, ad accesso limitato. Ora che siamo in tanti di più,
capiamo che non sarebbe stato sbagliato, negli anni ’90, pensare a una chiesa
parrocchiale un po’ più grande. E’ vero però che, quando si è in troppi, come
nei grandi raduni nei quali si va dal Papa, non ci si incontra
veramente. Chi guarda la massa non ne riesce a cogliere le individualità. Chi
guarda l’uomo per il quale si è convenuti insieme ha l’illusione di avere una
relazione con lui, ma non è così. La via d’uscita potrebbe essere quella di
introdursi in vari incontri amicali, una certa circolarità nelle esperienze
associative, non stare sempre tra le stesse persone. Questo però richiede, come
nei cori, nella musica polifonica, uno spartito che sia come una linea guida,
dia l’orientamento. In genere non si fa così, ciascuno sta tra i suoi e finisce
per diffidare degli altri, non conoscendoli a sufficienza. L’equilibrio sociale
dovrebbe sorgere dalla base, dalla mutua conoscenza e stima, non essere legato solo
all’autorità. Questo è ciò che definiamo
un processo democratico.
Democrazia è stata a lungo una parolaccia in religione, sospetta di
eresia. “La Chiesa non è una democrazia!”,
sbotta qualcuno, pensando che sia ovvio e un bene,
non una tara sociale. Eppure la concezione moderna della democrazia, come
sistema di limiti basati su diritti e valori umani universali, ha chiara
matrice religiosa. Nessuno deve finire completamente in mani altrui. Perché? La
legge di natura non avrebbe obiezioni: per essa il grosso e forte mangia il
piccolo e il debole. L’anima soffre in una società organizzata così. Oggi, poi,
può toccare agli altri soccombere, ma un domani potrebbe toccare a noi. Un
animale finisce per rassegnarsi, un umano no.
Mario Ardigò – Azione Cattolica
in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli