L’origine della
frattura e le vie della pace
Ho cercato di descrivere il problema della nostra parrocchia: la
compresenza di due società religiose separate e non comunicanti. La parrocchia
come realtà sociale della gente di fede del quartiere si era andata annichilendo
e si era sviluppata l’altra, composta di una confraternita di circa trecento persone, tra le quali molte di
fuori. La nuova chiesa parrocchiale era stata pensata per loro, infatti ora che
sono tornati gli altri ci appare piccola. Addirittura, ad un certo punto, si
decise di ridurre i posti a sedere costruendo l’attuale grande altare in mezzo
ai fedeli, non più nel presbiterio.
Dall’ottobre 2015, nel nuovo corso, si è ridato spazio alla gente del
quartiere, che è tornata numerosa. C’è l’oratorio per i più piccoli, ci sono
gli scout e l’Azione Cattolica Ragazzi, un nuovo coro che ha introdotto un nuovo canzoniere, c’è il gruppo giovani, il lavoro del
catechismo è stato rimodellato e ci sono
tante altre iniziative, tra le quali ora
gli incontri in Quaresima per cercare di guarire i mali spirituali della comunità. Si sono
fatti, e si stanno facendo, lavori per recuperare spazi che erano stati sostanzialmente
dismessi perché inutili per la poca gente che veniva. In definitiva si è visto
che l’idea di una generale apostasia del quartiere, per cui occorresse
sostituire e non sostenere, non era realistica. Per circa trent’anni ci si è mossi immaginando
di dover adottare l’ideologia tribale degli antichi israeliti giunti nella
Terra promessa, quella appunto della sostituzione.
La situazione ora è iniziata a
cambiare. Tuttavia è rimasto il problema della coabitazione, in equilibrio
precario, di due collettività distinte, diffidenti l'una dell'altra, quella fatta prevalentemente della gente del quartiere animata da un certo risentimento verso l’altra e
quest’ultima con diversi e radicati pregiudizi
negativi verso la prima. La gente del quartiere trova ora in parrocchia quello
di cui ha bisogno e che per tanti anni non ha avuto, quello che, ad esempio, io
ho avuto e le mie figlie no, ma quando le due società compresenti sono
costrette ad accostarsi, perché non possono non farlo in quanto vi sono
esigenze liturgiche che costringono a ritrovarsi insieme, sprizzano scintille.
In questo quadro la principale occasione di conflitto è la Settimana Santa, che
la confraternita vorrebbe improntare ai suoi particolari costumi liturgici,
mentre gli altri ne sono fortemente insofferenti. I contrasti sono molto accesi
riguardo alla Veglia pasquale. Due cose
urtano molti: il cercare di prolungarla eccessivamente, tendenzialmente dal
tramonto all’alba del giorno successivo, e i costumi troppo chiassosi, che
ostacolano la meditazione. Comprendono anche una sorta di balletto collettivo,
ad imitazione di un costume ebraico. Ma, tutto sommato, questi sono dettagli,
particolarità, che in sé, con un po’ di buon senso e di tolleranza,
semplicemente con un po’ di buona educazione, si potrebbero superare. E’ quello
che si è tentato di fare dalla Pasqua del 2016. La questione, in realtà, è
molto più seria. In genere non se ne ha più chiara consapevolezza. L’approfondimento
storico non rientra ancora nel percorso di formazione religiosa, e invece
dovrebbe.
Bisogna capire che, fino agli anni
Trenta del secolo scorso, si riteneva che il Cielo scendesse sulla Terra attraverso la
gerarchia del clero. Al vertice: il Salvatore. Poi c’era il suo
plenipotenziario terreno, il Papa. E poi, a scendere, in un ordine rigido
basato sull’impegno di obbedienza e dedizione verso i superiori, tutto il clero
e i religiosi laici, suore e frati, monaci e monache. La salvezza soprannaturale si diffondeva per quella via.
Il popolo, tutta l’altra gente, il laicato, doveva appiccicarsi alla gerarchia per
beneficiarne, superando in tal modo i guasti di un’esistenza considerata in sé imperfetta,
in particolare perché permeata di avidità di potere e ricchezza e di lussuria.
I poteri civili erano considerati legittimi se trovavano un’intesa con quelli
religiosi. Raggiuntala, si esercitava una sorta di condominio sul popolo e
quest’ultimo doveva fedeltà e obbedienza ad entrambi. Questo il quadro ideologico del
compromesso raggiunto nel 1929 dal Papato con il Regno d’Italia dominato dal
fascismo mussoliniano, a chiusura di un’estenuante controversia apertasi con la
conquista militare di Roma e la fine del piccolo Regno pontificio nel 1870. Infine,
si pensò all’ordine famigliare come a un severo contenimento delle cattive
inclinazioni del laico: gli si diede carattere gerarchico ad imitazione di
quello del clero, centrato intorno ad un maschio dominante, il padre, al quale
gli altri componenti della famiglia, moglie e figli, si dovevano sottomettere.
Dovunque, l’autorità garantiva i buoni costumi.
Dagli
anni ’30 del secolo scorso, a seguito del prodursi, nel ventennio precedente,
di potenti dinamiche di massa che resero evidente l’importanza che avevano i
popoli per la conquista e il mantenimento del potere, e quindi l’importanza di un
indottrinamento della gente, non bastando più la pretesa di obbedienza ma essendo
necessario promuovere un intenso attivismo, si prese coscienza di quella che fu
chiamata una crisi di civiltà, di un cambiamento di fase storica. Si capì che,
non adeguatamente formate, le masse finivano nelle mani dei despoti. Nel corso
della Seconda Guerra Mondiale si comprese che, se masse adeguatamente formate
avessero avuto voce nel quadro di processi democratici, probabilmente si sarebbe evitato
un disastroso conflitto generale. Anche in religione si aprì la riflessione sulla
democrazia e sulle sue dinamiche. La dottrina sociale ne fu profondamente
influenzata e rivista. Si dichiarò il senso religioso delle attività sociali,
ma anche della vita laicale. Lavorare per trasformare in meglio la società fu
visto come una via religiosa di perfezione, addirittura di santità. Non
bastavano direttive dall’alto del clero, per via gerarchica, occorreva che i
laici collaborassero secondo la loro particolare competenza. La famiglia non fu
più vista come forma di contenimento dell’avidità e della lussuria, ma anch'essa come via
di perfezione, nonostante che la sessualità, vietata a clero e religiosi, vi avesse una parte importante tra i coniugi. Poiché il lavoro in società era necessariamente collettivo, se
voleva valere a qualcosa in particolare attraverso le dinamiche democratiche, ne conseguì una rivalutazione del valore della società civile, non più vista come
forma di condominio tra poteri religiosi e civili di tipo autarchico e
autocratico, vale a dire che trovavano in sé stessi l’unica giustificazione, ma come ambito di svolgimento della personalità umana.
Infine, dopo il Concilio Vaticano 2°, la grande svolta: il collegamento tra
evangelizzazione e promozione umana, quest’ultima vista come modalità attuativa
della prima. La Chiesa iniziò a cambiare, come molte volte era accaduto nella
sua ormai bimillenaria storia e, come sempre, insorsero componenti reazionarie
e conservatrici, di chi voleva tornare a ciò che c’era prima e di chi voleva
che non si andasse oltre. In questo quadro si inserisce il lungo regno del papa
Giovanni Paolo 2° , il polacco Karol Wojtyla, iniziato nel 1978 e prolungatosi
fino al 2005.
In
Polonia, dall’affermazione del regime comunista, nel 1947, la Chiesa aveva
costituito un contropotere politico. La sua organizzazione e azione erano state scarsamente permeate dalla svolta prodottasi in religione nell’Europa
occidentale. Isolata e perseguitata da una politica civile ostile, la Chiesa era rimasta
sostanzialmente quella di prima, stretta intorno alla gerarchia del clero, in
particolare intorno al suo Primate e ai suoi vescovi. La sua pretesa
fondamentale era di poter mantenere spazi sociali separati e auto-organizzati,
liberi dall’ingerenza dei poteri civili. Per resistere si era organizzata come
realtà di popolo caratterizzata da un’assoluta e plateale fedeltà ai principi religiosi e
alla liturgia. La resistenza coinvolgeva anche moltissimi giovani: era tutto un
popolo che appariva schierato dietro alla gerarchia religiosa, in opposizione ad un’ideologia atea, anticlericale, antireligiosa, autoritaria in politica, permissiva per quanto riguardava i costumi sociali. Questa realtà popolare, che poi negli anni ’90 rapidamente mutò, tornata la democrazia, trasformandosi nell’antico nazionalismo, affascinò i
reazionari religiosi dell’Europa occidentale, in particolare in Italia: vi videro la realizzazione degli
insegnamenti della prima dottrina sociale, quella marcatamente anti-socialista,
e la possibilità di rigenerare, per quella via, la società religiosa
occidentale, nella quale la sperimentazione post-conciliare sembrava avere come
risultato la dispersione del gregge e l’inquinamento della fede. Vi furono
movimenti che all’esperienza polacca si ispirarono, da noi, ad esempio,
Comunione e Liberazione, vivacemente contrastati da altre componenti del ricco
mondo cattolico italiano. Si parlò di cultura
della presenza, la via polacca, e di quella della mediazione, la via dei cattolici democratici. La prima voleva
ricostruire una società organica intorno alla religione, fatta di modi di
pensare e d costumi, per resistere contro una società civile fattasi ostile e per
influirvi con la forza del numero, la seconda pensava di migliorare la società
intorno infondendovi valori religiosi cercando di far capire quanto di essi c’era
in quelli civili, ad esempio in quello della pace o in quelli che erano alla
base dell’affermazione dei diritti fondamentali della persona costitutivi delle
democrazie avanzate contemporanee.
Sotto il regno di papa Giovanni Paolo 2° tutti i movimenti che si ispiravano alla cultura della presenza apparvero largamente preferiti. All'inizio degli anni '80, al momento del pensionamento del parroco don Vincenzo Pezzella, che aveva retto la parrocchia dalla sua costituzione negli anni '50, si ebbe da noi la svolta di cui ora vediamo gli effetti. Si trattò di un processo durato una decina d'anni.
Sotto il regno di papa Giovanni Paolo 2° tutti i movimenti che si ispiravano alla cultura della presenza apparvero largamente preferiti. All'inizio degli anni '80, al momento del pensionamento del parroco don Vincenzo Pezzella, che aveva retto la parrocchia dalla sua costituzione negli anni '50, si ebbe da noi la svolta di cui ora vediamo gli effetti. Si trattò di un processo durato una decina d'anni.
Ora, la confraternita che da noi affianca la parrocchia, e coabita con
essa, segue una particolare via della cultura della presenza, una via estrema,
quella della completa separazione dalla società intorno e della sfiducia verso
di essa. Mentre un movimento come Comunione e Liberazione si propone di
influire sulla società politica mediante la presenza di una cultura, intesa
come insieme di modi di pensare, di vivere e di relazionarsi, con forte base
popolare, essa vorrebbe separare per preservare. Vede il mondo intorno come
animato da pulsioni di morte, il regno del male. Si è fortificata, corazzata, blindata, insomma chiusa, in una
federazione di famiglie ordinate intorno ad autorità paterne, secondo le
antiche indicazioni. Come gli antichi israeliti vede nelle relazioni sociali
con gli altri una fonte di contaminazione e di impurità. Questo rende assai
difficile ogni mediazione, il dialogo, ogni relazione non puramente formale. Anche perché le persone che si sono affidate a
quella via ne sono divenute dipendenti, per via dell’intensa solidarietà che la
permea, e per questo temono i cambiamenti, in particolare quelli che possano incidere sulla coesione fraterna. Perché non è riuscita ad affermarsi nel quartiere? Fondamentalmente
perché è una via estrema e non le riesce bene di integrare le differenze che si
presentano in società. Pretende una certa uniformità. Legittima in sé, come via
di perfezione, come altre esperienze analoghe del passato, ad esempio quelle
degli ordini religiosi più rigidi, non ha funzionato quando la si è proposta
come unica via per tutti, come non funzionerebbe quella seguita dai monaci
trappisti se la si volesse estendere a tutti.
La vita di noi che viviamo una diversa religiosità appare a quelli della
confraternita insipida e manchevole, e non mancano di ricordarcelo quando
periodicamente ci fanno i loro appelli a seguirli. Ci raccontano in genere di
come prima vivevano come noi e poi hanno incontrato il Maestro in una delle
loro comunità e allora la loro vita è cambiata. E’ implicito in questo discorso
che la nostra è una fede meno valida. Noi, che ad esempio usiamo farci
battezzare e far battezzare i nostri figli per aspersione e non per immersione
come loro. E’ come se fossimo un po’ meno battezzati. La vita di noi semplici
parrocchiani appare priva di quelle intense emozioni che li motivano e li
sorreggono comunitariamente. Siamo, in un certo senso, un pericolo per la loro
integrità, che è sorretta da una comunità molto esigente. Vedono in noi, gente
che non ha aderito alla loro via, una minaccia, come la vedevano gli antichi
israeliti nella contaminazione con le culture intorno. E probabilmente lo
siamo, nel senso che ciò che per loro è essenziale, fondativo, motivante, la
comunità fortificata nella quale sola, nella loro prospettiva, si può incontrare veramente il soprannaturale,
per noi non lo è e seguendo un po’ anche la nostra via, accostandosi e quindi contaminandosi con noi, probabilmente diventerebbero effettivamente diversi, come sempre accade in ogni vera e sincera relazione sociale, nella quale si impara gli uni dagli altri, e maggiormente quando si riesce anche a volersi bene.
Inutile cercare un’intesa per via teologica o ideologica. I modi di
pensare in base ai quali i gruppi si autodefiniscono e si caratterizzano ci separano irrimediabilmente. Non è per quella via che si potrà fare
pace.
Si potrebbe cominciare da un piano più semplice, e più umano, da quello puramente della buona educazione e della cortesia, che regola le relazioni
civili impedendo che le differenze finiscano per provocare continue liti. Nelle occasioni in cui si è insieme: non cercare di egemonizzare e di
avere il boccone più grosso, anzi fare spazio agli altri, non cercare di
escluderli, e in particolare di scomunicarli di fatto, esercitare tolleranza
capendo le ragioni dell’insofferenza altrui, cercare di trovare una via mediana
senza colpi di mano, rispettando le intese raggiunte, cercare di raccontarsi
con sincerità, da persona a persona, dismettendo ideologie e partiti presi,
abbassando un tantino la guardia. La via che ci è proposta quest’anno negli
incontri di Quaresima è quella di provare a mischiarci, uscendo dai rispettivi
gruppi di appartenenza. Che accadrà? Non lo so. So poco degli altri e penso che
anche per loro sia lo stesso. Ciò che ho raccontato di loro qui sopra li ritrae
fedelmente o anch’io mi sono lasciato prendere dai pregiudizi? Ho avuto una
lunga consuetudine con quegli altri, ma sempre dall’esterno. E’ diverso quando
si riesce ad avvicinarsi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli