Ambiguità della via
religiosa. La religione che fa soffrire ingiustamente va corretta
Gli antichi europei, prima di venir pervasi dalla nostra fede, erano già
molto religiosi, come anche gli altri popoli del mondo di quei tempi di cui
abbiamo notizia. Costruivano grandi templi e statue alle loro divinità, diverse
dalla nostra. Parlavano dei loro dèi nelle loro tradizioni orali, nei poemi,
nelle opere teatrali e anche nei loro
scritti filosofici. Le divinità adorate dai nostri progenitori erano piuttosto
simili agli umani, con i loro stessi difetti e virtù. I loro capricciosi dèi
accordavano il favore a chi volevano, arbitrariamente, e pretendevano non solo
fedeltà rituale, liturgica, ma gravi contraccambi, come erano i sacrifici, la
distruzione di beni e vite per offrirli alle divinità, per placarne la rabbia e
assicurarsene la benevolenza. Non si metteva in dubbio l’esistenza di quegli
dèi, come oggi non si dubita del potere del fato, definito anche fortuna o
sfortuna, nel determinare gli eventi umani (ne invocano il favore i giocatori
alle varie lotterie istantanee, ogni volta che gli offrono il loro obolo comprando un biglietto, e quelli che si travagliano
l’esistenza con le macchinette mangiasoldi). C’era una certa coerenza tra le
cose del Cielo e quelle della Terra. La legge della natura era tutto sommato anche
quella del mondo soprannaturale. Tutto si complicò con l’affermarsi della
nostra fede.
La concezione di una divinità
misericordiosa artefice e regolatrice dell’universo, quindi della natura
e dell’umanità, della storia e di ogni altro evento, contrastava con l’esperienza,
che appariva dominata dalla spietata legge della forza. Da qui uno sforzo per
cambiare la società e, mediante essa, per cambiare anche quella parte della
natura che costituiva l’ambiente di vita dell’umanità, e la necessità di provare l'esistenza della divinità, che prima era apparsa evidente, vale a dire non bisognosa di prova. Le grandi cattedrali
europee del Medioevo sono la rappresentazione di questo grande anelito ideale di trasformazione del mondo. Le
democrazie contemporanee rimangono il punto più avanzato di questo processo.
Poterono affermarsi solo dopo aver liberato le religione dall’ultimo servaggio,
quello del potere politico, desacralizzando quest’ultimo e rendendone possibile
la libera critica anche su base religiosa. In questa prospettiva la religione,
e la società in cui vive e che anima, sono vie di liberazione: dai limiti della
finitezza umana, dalla crudele legge di natura, dal bisogno, dalla tirannia
della forza, da ogni tirannia che voglia affermarsi mediante la politica, l’economia,
la sudditanza psicologica o sociale e anche mediante la religione. L’unica
legge suprema riconosciuta ha un nome: misericordia. Si tratta però di un
ideale ancora non completamente raggiunto, e anzi sempre minacciato dal
regresso verso il passato. Infatti, storicamente, le antiche religioni non sono mai morte, ma hanno subìto una
metamorfosi venendo inglobate nelle nuove liturgie. Da ciò un’apparente
ambiguità della via religiosa. Si cerca
di risolverla ragionandoci sopra, mediante la teologia, ma quest’ultima è cosa
da intellettuali, la gente ne è poco
toccata, ha difficoltà a comprenderla e ne diffida anche, perché le appare divisa,
portatrice di concezioni diverse e a volte opposte. E tutte le prove dell'esistenza della divinità si sono mostrate non veramente convincenti, di fronte all'evidenza che si stava cercando di provare colui che, è scritto, nessuno ha mai visto. Di fatto, ogni concreta
esperienza religiosa deve risolvere in qualche modo questi problemi.
Si è nel campo dell’antica religione tutte le volte che ci si aspetta
uno sviluppo prodigioso degli eventi come conseguenza meccanica di riti o
sacrifici. Si è fuori della religiosità della misericordia quando si asservisce
la gente alla forza, ad esempio mediante la pressione sociale e il dominio psicologico. In questo quadro, la
via comunitaria presenta diversi rischi. La comunità può infatti dominare le
persone tirannicamente e, al suo interno, possono emergere poteri arbitrari in
quanto, di fatto, senza limiti. La comunità vale finché rimane strumento. Se ne
può accertare sperimentalmente la natura buona o deviante: va bene se uscendone
si può comunque rimanere religiosi. Se invece l’unica religiosità ammessa è
quella vissuta al suo interno, si è di fronte ad una comunità tirannica, che va
in direzione divergente a quella della fede di liberazione. Una comunità di
questo tipo ammetterà solo iniziati, vale a dire persone che si siano
solennemente impegnate alla fedeltà verso di essa all’esito di un vaglio
iniziale. L’uscita da essa, che realizza una liberazione della persona dalla
tirannia comunitaria, verrà vissuta con sentimento di emarginazione sociale
perché i suoi membri tenderanno a rompere i rapporti con il fuoriuscito. Questo
modo di vivere comunitariamente la religione va corretto. Nella nostra
confessione è compito che spetta ai vescovi e ai sacerdoti loro collaboratori e
a nessun altro. E’ un lavoro tanto più urgente nel caso di coabitazione di vari
tipi di comunità in un ambiente comune, come è una parrocchia. Ma le cronache
periodicamente raccontano brutte storie di sopraffazione accadute in comunità
esclusive che facevano vita separata; ne ho letta proprio ieri una sul
quotidiano. Il giornalista lamentava una certa disattenzione dell’autorità
religiosa. In effetti, in una confessione come la nostra, ordinata
gerarchicamente, certe cose possono accadere solo per trascuratezza o addirittura tolleranza da parte dell’autorità.
Di
fatto sono esistite ed esistono esperienze religiose che nei principi
organizzativi e nei metodi contrastano con l’ideale della misericordia. C’è
stata e c’è ancora, ad esempio, una
religiosità di tipo razzista. Gli adepti dello statunitense Ku Klu Klan usano
radunarsi intorno a grandi croci infuocate. Nell’Europa orientale è stato, ed è
ancora, vivo un antiebraismo su base religiosa. C’è chi sacralizza la proprietà
e ne considera irreligioso ogni limite a fini sociali. Ci sono quelli che
sacralizzano la propria nazione a discapito delle altre. Wikipedia ricorda che
nel 1953 il papa Eugenio Pacelli, Pio 12°, concesse al generalissimo falangista spagnolo Francisco Franco, dal 1938 capo
dello stato dopo aver vinto una crudele guerra civile con l’appoggio dei
fascisti italiani e dei nazisti tedeschi, l’Ordine supremo di Cristo, la
massima onorificenza pontificia. Diversi spietati despoti fascisti latino-americani
sostennero di agire in difesa della religione, minacciata dal socialismo ateo. In Italia ci sono correnti religiose che
considerano con sfavore gli immigrati giunti tra noi, in particolare quelli
islamici, e in questo non vedono alcun problema per la loro fede: furono
appunto questioni di questo tipo che, a Bologna, mi parvero motivare la lunga
emarginazione di mio zio sociologo Achille Ardigò, un tempo ascoltato profeta,
da parte della Chiesa cittadina, avendo egli, fra l’altro, polemizzato su un quotidiano con l’Arcivescovo,
scrivendo nel 2001, su La Repubblica:
«Sebbene non invitato da anni a portare un
contributo ai convegni culturali e
religiosi della diocesi di Bologna, sento di dover raccogliere comunque
con questa lettera aperta affidata alla cortesia di questo giornale alcune
parziali aperture al dialogo del card. Biffi.
Eminenza! Mi riferisco al
testo del suo intervento al convegno su Multiculturalità e identità oggi.
[…]
Tale suo riconoscimento alla complessità del tema immigrazione induce
pure alcuni di noi che abbiamo dissentito pubblicamente dalle sue precedenti
posizioni a dare più attenzione alle sue raccomandazioni circa i doveri dello
Stato per maggiori responsabilità selettive nei confronti degli immigrati. Con un
solo dissenso, che rimane forte: la Chiesa cattolica non può esigere dallo
Stato che introduca la preferenza per gli immigrati di religione cattolica.
Semmai può chiedere che lo Stato non discrimini gli immigrati cattolici.
Mi permetta in proposito una citazione. Lei nel 1997 ha concluso la
presentazione di un prezioso volume di discorsi e scritti di Giuseppe Dossetti,
con queste parole: "tutto quello
che è di don Giuseppe è prezioso." Ebbene , in quel volume La
parola e il silenzio, Giuseppe Dossetti a p.223 diceva tra l'altro: "Bisogna ascoltarli, gli immigrati...
anche se molto diversi da noi. Se voi accogliete un uomo come uomo e come
fratello non vi verrà altro che del bene; se voi lo accogliete con riserva e
mettete una certa barriera e vi volete difendere da lui, preparate la disgrazia
per voi..".»
Ieri, al Seminario arcivescovile, la Diocesi e
l’istituto De Gasperi hanno organizzato un convegno per ricordarne la figura. La
frattura ora sembra quindi superata. Di
casi simili è però piena la nostra storia religiosa, fin dall’antichità. Farne
memoria a distanza di tanto tempo dopo la morte di chi li subì è utile per cercare di non ripeterli, ma sarebbe
più virtuoso intervenire prima, per fare le correzioni che servono, evitando
tanta sofferenza.
La religione può far soffrire ingiustamente?
Certo. E’ l’esperienza storica che ce lo
conferma. Una religione così va corretta e, se non si riesce a correggerla, va
combattuta apertamente.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli