Macchine pensanti
[dal WEB: la tecnologia, con l'automazione, libera la donna dalla fatica spaventosa di lavare i panni a mano]
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Che cos’è il pensiero? Ognuno se ne fa un’idea,
perché noi pensiamo. Siamo inclini a
riconoscere il pensiero anche agli esseri viventi che ci sono più simili e, in
particolare, a quelli con i quali più frequentemente interagiamo e sembrano
capirci, ai nostri animali domestici. E’ una facoltà che ci appare collegata
alla nostra vita biologica. La scienza ne riconduce l’origine al sistema
nervoso. Le piante, gli animali più semplici, gli organismi unicellulari non ci
sembrano poter pensare. Eppure certe volte ci riferiamo a loro come a esseri
pensanti. Ma lo facciamo anche con le cose. Ce le immaginiamo pensanti. «L'opera delle sue mani annuncia il
firmamento. Il giorno al giorno ne affida il racconto e la notte alla
notte ne trasmette notizia.», si legge nel salmo 18.
Il pensiero ci caratterizza, ci crea un volto,
manifesta un’anima. Quando la nostra biologia si arresta, col pensiero sembra
che s’involi anche l’anima. Se sezioniamo
l’interno dell’essere vivente, come si fa nella autopsie, nelle quali un corpo
che fu vivente viene smembrato nelle sue parti per studiarlo, non si coglie né
il pensiero né l’anima. Il corpo di un individuo, all’interno, non appare
diverso da quello di un altro, nei suoi fondamentali. Visto così diviene
impossibile ricondurlo alla precisa individualità del vivente che fu, dargli un nome, se era il
corpo di un umano. Un allevatore può arrivare a chiamare per nome le bestie che
cura, ma quando sono sul banco del macellaio, divise nelle varie loro parti,
non ne è più capace. Così noi appariamo sul tavolo autoptico, dopo la sezione.
Eppure quelle parti che osserviamo separate sul tavolo settorio, funzionavano,
lavorando insieme, esprimendo pensiero e anima. Costituivano la parte materiale
di ciò che era immateriale. Accade anche per i nostri computer elettronici.
Abbiamo difficoltà a pensare i nostri organi come parti di una macchina, perché
di quest’ultima parliamo a proposito dei congegni costruiti e non degli esseri
vivi prodotti dall’evoluzione naturale. In futuro questa distinzione, per la
quale ci viene facile dividere le macchine dagli organismi viventi potrebbe
sfumare abbastanza. Sotto certi profili macchine pensanti sono già tra noi:
siamo noi. Ma la scienza appare impegnata a perfezionare quelle costruite in
modo che ci siano abbastanza simili nelle facoltà superiori, ma con competenze,
abilità, molto superiori a quelle degli organismi viventi. Lo scopo, ci
avvertono, non è però quello di
sostituire l’umanità, di rendere indipendenti da noi le macchine pensanti. Si
tratterebbe di una specie di apocalisse, non in senso religioso ma in quello di
resa dei conti, catastrofica per noi, tra umani e macchine, che non trova
fondamento nella realtà scientifica e tecnologica come oggi la si osserva. Lo
scrive Jerry Kaplan, nel libro Intelligenza
artificiale - Guida al prossimo futuro, del 2006, oggi pubblicato in
Italiano da LUISS University press, €14,00, una lettura interessante che vi
consiglio, adatta a chi sta frequentando la scuola secondaria o l’abbia
terminata. Gli argomenti? Che cos’è l’intelligenza artificiale (abbreviata in
AI), come si è giunti a pensarla, quali
sono gli obiettivi di coloro che la stanno progettando, quale legge sociale
dovremo darle, se toglierà il lavoro agli umani, chi ne beneficerà, se potrà provare
a sostituire l’umanità, se quest’ultima potrebbe utilizzarla per raggiungere l’immortalità.
Il nostro pensiero è confinato nella nostra mente, ha limiti biologici
da cui ne derivano di cognitivi. Siamo macchine pensanti limitate. Quelle
artificiali che si stanno progettando dovrebbero innanzi tutto aiutarci a
superare quei limiti. Di fatto utilizziamo stampelle di questo tipo utilizzando
i nostri smartphone (=parola che significa telefono
intelligente), i dispositivi che stanno piuttosto rapidamente evolvendo
verso l’intelligenza artificiale, integrandosi molto strettamente con noi.
Usandoli ci sembra di superare noi stessi, e sotto certi profili è vero. Però,
a nostra volta, ne siamo limitati e, in particolare, condizionati. Il tempo in
cui siamo connessi artificialmente è sottratto ad altri tipi di relazioni. E le
relazioni filtrate dai dispositivi che abbiamo tra le mani sono organizzate da
altri, nelle mani dei quali mettiamo sempre più larga parte di noi stessi. Questo
accresce il loro controllo su di noi. I sistemi di intelligenza artificiale
daranno più potere a chi riuscirà a controllarli. Questo richiederebbe un
intervento dei poteri democratici per regolarne l’uso e questo è molto
difficile da realizzare. I poteri telematici si presentano come un
perfezionamento della democrazia, perché consentono relazioni di tipo nuovo e
molto veloci, ma, in quanto difficilmente limitabili, sono l’antitesi dei
processi democratici, che si basano su limiti fondati su valori. Ma attualmente
lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, seppure molto veloce, è ancora
lontano dalle potenzialità raggiungibili. Però, ad esempio, sistemi di
intelligenza artificiale interagiscono nei mercati finanziari. E l’esercizio di
un potere di tipo telematico è stato, secondo molti commentatori, all’origine
della sorprendente affermazione dell’attuale presidente statunitense Donald
Trump nella campagna elettorale del 2016. Un potere potenziato integrandovi un’intelligenza
artificiale e strumenti telematici arriva a sapere delle masse molto più di
quello che qualunque altro potente abbia mai saputo di esse e a controllarle in
maniera molto più invasiva che mai. Esso in genere opera senza essere percepito
da coloro con i quali entra in contatto. Questi ultimi ritengono di esserne
potenziati, nel mentre in realtà ne risultano controllati. Chi ha interagito in
rete negli ultimi anni, praticamente gran parte di chi abita nelle nazioni
sviluppate, ad eccezione dei più anziani, si è abituato a subire questo
condizionamento lieve nelle forme ma incisivo nei risultati. Ci siamo abituati,
ad esempio, a vederci sottoposti libri su temi affini a quelli che abbiamo già
comprato in rete: questo lavoro, che viene fatto automaticamente non da
piazzisti umani, richiede una capacità sofisticata di conoscerci e capirci; in
molti casi le proposte che ci vengono fatte sono azzeccate. Se dal commercio si
passa alla politica i risultati sono analoghi.
Si pensa che il problema più rilevante che deriva dagli sviluppi dell’intelligenza
artificiale e dalle sue applicazioni nei processi industriali e amministrativi
sia quello della perdita di posti di lavoro di coloro le cui competenze sono
superate dall’automazione, come è accaduto dalla prima rivoluzione industriale,
quella dalla fine del Settecento. Ma si
tratta di molto più di questo. Sono i processi politici quelli che appaiono più
suscettibili di esserne influenzati. Sono sviluppi che furono immaginati in due
romanzi di fantafuturi, che consiglio di leggere, o di rileggere, per farsi un’idea
di ciò che potrebbe essere in gioco: Il mondo
nuovo, di Aldus Huxley, e 1984, di George Orwell. Narrano storie
pessimiste nei confronti di ciò che verrà. In realtà, ci avvertono i sociologi,
i risultati sociali delle innovazioni dipenderanno dal controllo politico che
si riuscirà ad ottenere su di esse. Come è successo per le macchine più
semplici, a partire dalle nostre automobili e dagli elettrodomestici di uso
comune, i progressi dell’automazione ci libereranno dai lavori più faticosi e
noiosi, come era quello del lavare a mano i
panni in casa sull’asse di legno applicata alla vasca da bagno o al lavatoio
pubblico dei paesi, al quale ancora le nostre bisnonne, o madri e nonne per i più anziani, non borghesi erano
asservite (le altre avevano chi faceva per loro quel lavoro, che comunque andava fatto in quel modo). Ricordo, da bambino, le donne
di Palestrina, qui vicino a Roma, che perdevano alcune ore della mattina per
recarsi alla vasca pubblica in paese con i panni da lavare tenuti
in una tinozza metallica che portavano in equilibrio sulla testa.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente
papa - Roma, Monte Sacro, Valli



