1. Qualche volta pensiamo al
governo come ad un dio, uno che sa tutto e può tutto. La realtà è completamente
diversa. La gente che ci lavora è fatta
come noi, sa come noi, pensa come noi, decide come noi.
La
televisione pubblica farebbe un interessante lavoro di educazione civica se
mettesse in segna una riunione del Consiglio dei ministri italiano, che non
lavora in modo diverso da altri organismi simili di altri stati. Venti persone
come noi che si riuniscono più o meno ogni settimana, spesso il venerdì, per
decidere il da farsi. Focalizzano l’attenzione su determinati argomenti. Non
possono affrontare tutto insieme. E’ così che facciamo anche noi.
Pensiamo e agiamo per scenari limitati. Ma il resto, tutto il resto, c’è, continua
a scorrere. Però non ne siamo realisticamente
consapevoli.
Un cervello elettronico opera diversamente, ad esempio quello che in
questo momento sto usando o un qualsiasi smartphone
[significa telefono (-phone) intelligente (smart)], un congegno che anche un bimbo
di pochi anni può imparare a usare. Quando ci saranno, e non serviranno ancora
molti anni, macchine pensanti, queste saranno consapevoli di tutto ciò a cui saranno connesse mediante i loro
sensori o i loro collegamenti.
Di tutto ciò che si muove al di
fuori dei nostri scenari di riferimento, di quella scena teatrale in cui siamo
insieme attori e spettatori, abbiamo cognizione sommaria mediante riassunti.
Una cartina stradale ci dà un’immagine sintetica della realtà, lasciando fuori
moltissime cose, anzi quasi tutto, ma non è ancora un riassunto. Equivale a una
fotografia. Un riassunto è come un film, introduce il movimento.
In un Consiglio dei ministri, ogni ministro ha
tra le mani un riassunto della situazione di cui ci si vuole occupare,
preparato dagli uffici amministrative che si occupano di quel settore. Più cose
il riassunto vuole considerare, più i dettagli divengono imprecisi, i
particolari sfuggono.
Quando si trattano fenomeni molto
grandi ci si affida alla statistica, che è un insieme di riassunti che si cerca
di rendere particolarmente affidabili utilizzando metodi rigorosi nella
raccolta e organizzazione dei dati. Proseguendo su questa via si cerca di
capire il senso generale della situazione corrente e in questo modo si
costruisce uno scenario che rimane pur sempre uno scenario, quindi limitato,
alla nostra portata cognitiva, ma ce vuole rendere il senso di fatti molto più
vasti, ad esempio di come va il mondo o una nazione. A questo punto si mette
questo scenario in relazione con le nostre concezioni di bene e di male, con la
nostra etica, e ci si dà un
orientamento: questa è una ideologia. Diventa ideologia politica quando la si
impiega per il governo della società. Ed è democratica se ci ritiene che i governati
vi debbano avere voce. Questi ultimi possono avere voce in democrazia solo
condividendo un’ideologia. Perché altrimenti rimangono confinati nei loro scenari di prossimità, la rete, limitata, di quelle
circa centocinquanta relazioni profonde che per ragioni fisiologiche possono
instaurare.
Senza ideologia la realtà intorno a noi si fa
indistinta, non è più alla nostra portata, come quando si assiste ad uno
spettacolo, e lo scenario sono gli attori sul palco, noi e le dieci persone
circa che stanno intorno a noi, mentre il resto è folla che vediamo
come massa ma non conosciamo, benché riteniamo di poterne
prevedere il comportamento sulla base delle idee che abbiamo su come va la
società, sulla base quindi della nostra ideologia
corrente. Ma possiamo avere delle
sorprese. Quando si ragiona per riassunti, l’imprevisto è sempre dietro l’angolo,
sia che lo si faccia girando per l’isolato sotto casa sia che si partecipi ad
una riunione del Consiglio dei ministri.
2. Quando si è a scuola fare i riassunti è molto noioso. Eppure è
una delle attività più importanti per la nostra vita sociale, in cui si pasa
gran parte del tempo ragionando su riassunti. Fare riassunti dovrebbe essere
considerata la prima iniziazione alla politica.
La prima regola dell’arte del riassunto è cercare di rimanere aderenti
alla realtà. Certo, qualcosa di perde, ma non si può fare diversamente. Anche
le macchine pensanti, che già ci sono
in fondo anche se rapidamente saranno ulteriormente perfezionate e forse
raggiungeranno la coscienza, per
interagire con noi debbono proporci riassunti, ideologie semplificate: sono le icone e altri figure che ci servono a dare comandi
per far fare alle macchine quello che ci serve. In questo modo attiviamo
processi dei quali rimaniamo inconsapevoli: vediamo solo il risultato. Accade
più o meno così anche per l’ideologia politica. Decidendo si attivano processi
dei quali possiamo avere solo una consapevolezza statistica, demoscopica,
attraverso i dati che riusciamo a rilevare e ad organizzare: in Senato c’è un
ufficio che si chiama UVI - Ufficio Valutazione Impatto e che si occupa di
stabilire, con criteri di metodo rigorosi, che cosa producono le decisioni
politiche. Ma spesso in politica, quando si avvicinano le elezioni, si
preferisce trascurare questo aspetto. Ed è anche l’aderenza alla realtà delle
narrazioni propagandistiche che inizia un po’ a cedere.
Un politico serio proporrà un’ideologia realistica e sufficientemente
estesa e riscontri di valutazione di impatto, facendo autocritica dove certe
politiche non hanno funzionato. Non pretenderà di avere una soluzione per tutti
i problemi, in particolare per quelli che ci sono da molto tempo e che quindi sono piuttosto
seri. Mostrerà di rendersi conto della complessità della società di oggi e della difficoltà di avere un’immagine
affidabile del suo movimento, quindi di fare previsioni. Nella propaganda
elettorale corrente è raro che si segua questa linea. Allora i politici non
sono seri. Non è così. Tra loro vi sono anche persone serie, ma tutti tendono a
non prendere molto sul serio gli elettori. Li considerano incostanti e
distratti. Se si propone loro impegnativi riassunti ideologici si annoieranno,
pensano. Alla fine, che serve? Che mettano un segno nel posto giusto su una
scheda elettorale. Allora, meglio focalizzare la propaganda scendendo nei loro
scenari di prossimità, alle realtà loro più vicine, cercando di costruirci
sopra un’ideologia accattivante, una storia con un lieto fine per ciascun
gruppo: a quelli la casa, a quegli altri il lavoro, e poi un reddito minimo, la
pensione più alta e prima, meno tasse, meno costi per i servizi, e via tutti
quelli che nei quartieri fanno paura. Inutile approfondire spiegando che, in
uno scenario realistico, ciò che si dà in più a certuni sarà tolto ad altri: o
si fanno parti giuste o ci saranno quelli che ci rimetteranno, e in genere a
rimetterci sono i più, la storia lo insegna. Poi, conseguito il risultato, gli
scenari di riferimento della politica cambieranno e si cercherà di essere più aderenti alla
realtà, perché non facendolo si va gambe all’aria.
La giustizia… chi ne parla più in politica? Tutti pensano in genere di
essere dalla parte del giusto. Tutti pensano che, per ragioni di giustizia,
dovrebbero avere di più. Non misurano la loro condizione sociale in termini di
privilegi ottenuti in rapporto alla condizione altrui. Non si chiedono quanta
parte della propria condizione sociale sia andata ad discapito di altri. Tutti
danno per implicita la giustificazione di ciò che hanno già, poco, molto o
moltissimo che sia. Tacciano i critici di invidia sociale. Sotto elezioni la
politica asseconda questo modo di pensare. Passa sopra ad un’immagine della
società in cui c’è molta ingiustizia, nel senso di molta sofferenza per
negazione di diritti fondamentali, quelli indispensabili per la democrazia, e
ancor più per una democrazia di popolo, per evitare quel dominio arrogante
delle classi privilegiate verso cui ogni sistema politico tende a degradare in
mancanza di correttivi democratici. Questi ultimi sono possibili solo elevando
la competenza politica della masse mediante ideologie realistiche, che facciano
capire come va il mondo, che cosa c’è che non va, quali sono le cause delle
sofferenze sociali, quanta parte ciascuno abbia nel produrle, e quali i
possibili rimedi, che comprendono sempre un’autocritica per ragioni di
giustizia sociale.
Un esempio in questo senso lo troviamo in uno
degli snodi fondamentali dell’enciclica Laudato
si’ diffusa nel 2015 da papa
Francesco:
106. Il
problema fondamentale è un altro, ancora più profondo: il modo in cui di fatto
l’umanità ha assunto la tecnologia e il suo sviluppo insieme ad un
paradigma omogeneo e unidimensionale. In tale paradigma risalta una
concezione del soggetto che progressivamente, nel processo logico-razionale,
comprende e in tal modo possiede l’oggetto che si trova all’esterno. Tale
soggetto si esplica nello stabilire il metodo scientifico con la sua sperimentazione,
che è già esplicitamente una tecnica di possesso, dominio e trasformazione. È
come se il soggetto si trovasse di fronte alla realtà informe totalmente
disponibile alla sua manipolazione. L’intervento dell’essere umano sulla natura
si è sempre verificato, ma per molto tempo ha avuto la caratteristica di
accompagnare, di assecondare le possibilità offerte dalle cose stesse. Si
trattava di ricevere quello che la realtà naturale da sé permette, come
tendendo la mano. Viceversa, ora ciò che
interessa è estrarre tutto quanto è possibile dalle cose attraverso
l’imposizione della mano umana, che tende ad ignorare o a dimenticare la realtà
stessa di ciò che ha dinanzi. Per questo l’essere umano e le cose hanno
cessato di darsi amichevolmente la mano, diventando invece dei contendenti. Da qui si passa facilmente all’idea di una
crescita infinita o illimitata, che ha tanto entusiasmato gli economisti, i
teorici della finanza e della tecnologia. Ciò suppone la menzogna circa la
disponibilità infinita dei beni del pianeta, che conduce a “spremerlo” fino al
limite e oltre il limite. Si tratta del falso presupposto che «esiste una
quantità illimitata di energia e di mezzi utilizzabili, che la loro immediata
rigenerazione è possibile e che gli effetti negativi delle manipolazioni della
natura possono essere facilmente assorbiti».
107. Possiamo
perciò affermare che all’origine di molte difficoltà del mondo attuale vi è
anzitutto la tendenza, non sempre cosciente, a impostare la metodologia e gli
obiettivi della tecnoscienza secondo un paradigma di comprensione che
condiziona la vita delle persone e il funzionamento della società. Gli effetti
dell’applicazione di questo modello a tutta la realtà, umana e sociale, si
constatano nel degrado dell’ambiente, ma questo è solo un segno del
riduzionismo che colpisce la vita umana e la società in tutte le loro
dimensioni. Occorre riconoscere che i
prodotti della tecnica non sono neutri, perché creano una trama che finisce per
condizionare gli stili di vita e orientano le possibilità sociali nella
direzione degli interessi di determinati gruppi di potere. Certe scelte che
sembrano puramente strumentali, in realtà sono scelte attinenti al tipo di vita
sociale che si intende sviluppare.
108. Non si può pensare di sostenere un altro
paradigma culturale e servirsi della tecnica come di un mero strumento, perché
oggi il paradigma tecnocratico è diventato così dominante, che è molto
difficile prescindere dalle sue risorse, e ancora più difficile è utilizzare le
sue risorse senza essere dominati dalla sua logica. È diventato
contro-culturale scegliere uno stile di vita con obiettivi che almeno in parte
possano essere indipendenti dalla tecnica, dai suoi costi e dal suo potere
globalizzante e massificante. Di fatto la tecnica ha una tendenza a far sì
che nulla rimanga fuori dalla sua ferrea logica, e «l’uomo che ne è il
protagonista sa che, in ultima analisi, non si tratta né di utilità, né di
benessere, ma di dominio; dominio nel senso estremo della parola». Per
questo «cerca di afferrare gli elementi della natura ed insieme quelli
dell’esistenza umana». Si riducono così la capacità di decisione, la libertà
più autentica e lo spazio per la creatività alternativa degli individui.
109. Il
paradigma tecnocratico tende ad esercitare il proprio dominio anche
sull’economia e sulla politica. L’economia assume ogni sviluppo tecnologico in
funzione del profitto, senza prestare attenzione a eventuali conseguenze
negative per l’essere umano. La finanza soffoca l’economia reale. Non si è
imparata la lezione della crisi finanziaria mondiale e con molta lentezza si
impara quella del deterioramento ambientale. In alcuni circoli si sostiene che
l’economia attuale e la tecnologia risolveranno tutti i problemi ambientali,
allo stesso modo in cui si afferma, con un linguaggio non accademico, che i
problemi della fame e della miseria nel mondo si risolveranno semplicemente con
la crescita del mercato. Non è una questione di teorie economiche, che forse
nessuno oggi osa difendere, bensì del loro insediamento nello sviluppo fattuale
dell’economia. Coloro che non lo affermano con le parole lo sostengono con i
fatti, quando non sembrano preoccuparsi per un giusto livello della produzione,
una migliore distribuzione della ricchezza, una cura responsabile dell’ambiente
o i diritti delle generazioni future. Con il loro comportamento affermano che
l’obiettivo della massimizzazione dei profitti è sufficiente. Il mercato da
solo però non garantisce lo sviluppo umano integrale e l’inclusione sociale. Nel
frattempo, abbiamo una «sorta di supersviluppo dissipatore e consumistico che
contrasta in modo inaccettabile con perduranti situazioni di miseria
disumanizzante», mentre non si mettono a punto con sufficiente celerità
istituzioni economiche e programmi sociali che permettano ai più poveri di
accedere in modo regolare alle risorse di base. Non ci si rende conto a
sufficienza di quali sono le radici più profonde degli squilibri attuali, che
hanno a che vedere con l’orientamento, i fini, il senso e il contesto sociale
della crescita tecnologica ed economica.
110. La specializzazione
propria della tecnologia implica una notevole difficoltà ad avere uno sguardo
d’insieme. La frammentazione del sapere assolve la propria funzione nel momento
di ottenere applicazioni concrete, ma spesso conduce a perdere il senso della
totalità, delle relazioni che esistono tra le cose, dell’orizzonte ampio, senso
che diventa irrilevante. Questo stesso fatto impedisce di individuare vie
adeguate per risolvere i problemi più complessi del mondo attuale, soprattutto
quelli dell’ambiente e dei poveri, che non si possono affrontare a partire da
un solo punto di vista o da un solo tipo di interessi. Una scienza che pretenda
di offrire soluzioni alle grandi questioni, dovrebbe necessariamente tener
conto di tutto ciò che la conoscenza ha prodotto nelle altre aree del sapere,
comprese la filosofia e l’etica sociale. Ma questo è un modo di agire difficile
da portare avanti oggi. Perciò non si possono nemmeno riconoscere dei veri
orizzonti etici di riferimento. La vita
diventa un abbandonarsi alle circostanze condizionate dalla tecnica, intesa
come la principale risorsa per interpretare l’esistenza. Nella realtà concreta
che ci interpella, appaiono diversi sintomi che mostrano l’errore, come il
degrado ambientale, l’ansia, la perdita del senso della vita e del vivere
insieme. Si dimostra così ancora una volta che «la realtà è superiore
all’idea».
In quali dei programmi
politici trovate considerazioni analoghe a quelle che ho sopra trascritto e che
è la dottrina sociale corrente? Ricercarle è un buon metodo per misurare la
compatibilità di proposte politiche con il nostro orizzonte religioso.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte
Sacro, Valli
