I cattolici italiani
e la politica: il clerico-fascismo
Ho vissuto una vita intera tra i cattolici italiani e me ne sono fatto
un’idea. Essa dipende dalle esperienze che ho fatto ed è inevitabilmente
parziale, come lo sono quelle degli esseri umani. Per i nostri limiti cognitivi
di specie non possiamo mai avere un’immagine veramente realistica della
complessità. Cerchiamo di farcela con l’aiuto della statistica, ma non di rado
essa ci delude, in particolare nelle epoche di cambiamento, negli snodi della
storia, nei quali è come quando nel gioco delle bocce c’è un tiro molto forte e
dall’alto e allora l’ordine sul campo è improvvisamente e violentemente
scombinato, con le bocce che iniziano a muoversi scontrandosi senza che si
possa capire veramente dove andranno a finire. Chi ha tirato aveva uno scopo,
sempre però limitato, circoscritto, perché è così che noi umani ci orientiamo,
decidiamo e agiamo, ma è andato, con il suo tiro, a produrre altri effetti.
Allora si mette in mezzo il caso, il fato, la dea fortuna: la verità è che per
qualche istante si è perso il controllo della situazione. Accade talvolta anche
nei passaggi di fase della storia.
Dunque, mi sono fatta l’idea che se il Papa potesse essere eletto dagli
italiani, Jorge Mario Bergoglio non avrebbe avuto nessuna possibilità di
riuscire. Viene veramente da un altro mondo. Lo stesso direi per Roncalli,
Montini, Luciani e Wojtyla. Gli italiani andrebbero probabilmente a cercarsi uno come Achille
Ratti, il Papa dei patti con il Mussolini. Il Papa della conciliazione con i violenti, che non criticò veramente le guerre
coloniali stragiste del regime (si ricorda comunque un isolato discorso dell'agosto 1935, in cui definì la guerra d'Etiopia ingiusta, lugubre e indicibilmente orribile), né il suo incrudelire in Italia.
Colui che il 13 febbraio 1929, parlando ai
professori e agli studenti dell’Università Cattolica di Milano, disse,
riferendosi alla firma dei Patti Lateranensi di due giorni prima:
«Dobbiamo dire
che siamo stati anche dall’altra parte nobilmente assecondati. E forse ci
voleva anche un uomo come quello che la Provvidenza Ci ha fatto incontrare; un
uomo che non avesse le preoccupazioni della scuola liberale, per gli uomini
della quale tutte quelle leggi, tutti quegli ordinamenti, o piuttosto
disordinamenti, tutte quelle leggi, diciamo, e tutti quei regolamenti erano
altrettanti feticci e, proprio come i feticci, tanto più intangibili e
venerandi quanto più brutti e deformi. E con la grazia di Dio, con molta
pazienza, con molto lavoro, con l’incontro di molti e nobili assecondamenti,
siamo riusciti « tamquam per medium profundam eundo» [=mediando per
radicare. traduzione libera mia] a
conchiudere un Concordato che, se non è il migliore di quanti se ne possono
fare, è certo tra i migliori che si sono fin qua fatti; ed è con profonda
compiacenza che crediamo di avere con esso ridato Dio all’Italia e l’Italia a
Dio.»
[il testo del discorso può essere
letto in http://w2.vatican.va/content/pius-xi/it/speeches/documents/hf_p-xi_spe_19290213_vogliamo-anzitutto.html]
Il Papa, tra quelli del Novecento, che, con Vincenzo Gioacchino Pecci,
non ha la minima probabilità di essere fatto santo. Il Pecci per aver
inaugurato la dottrina sociale moderna, quella basata sull’idea di giustizia
sociale: troppo consonante con il socialismo, dal quale pure tenne a prendere
le distanze condannando la democrazia con l’enciclica Le serie divergenze [sulle questioni sociali] - Graves de Communi del 1902. Il Ratti per il suo atteggiamento
verso le politiche fasciste.
Il clerico-fascismo, quello che si radicò tra noi dal 1929 al 1938, è ancora una forza
culturale potente ed emerge, inconsapevolmente, in molti discorsi che si fanno
in religione. Questo è il risultato del lavoro del Ratti e di chi, tra i nostri capi religiosi del suo tempo, la pensava
come lui. Non sono bastati i successivi Papi a modificare veramente questo
orientamento. Del resto, ad esempio, Eugenio Pacelli, il quale pure nel 1939
chiuse con il fascismo mussoliniano, mostrava di apprezzare il franchismo
spagnolo: probabilmente riteneva accettabile un fascismo senza un razzismo
estremo e non guerrafondaio in Europa. Forse oggi sarebbe del partito di quelli
che riconoscono: qualcosa di buono l’ha
fatto. Che cosa, poi? Dal punto di vista della Chiesa cattolica, quei Patti del 1929 che, pur legando politicamente le
mani ai cattolici, diedero nuovamente alla nostra gerarchia religiosa il pieno
dominio religioso sugli italiani, e tanti soldi, e una specie di stato a Roma.
Tra il 1931 e il 1938 la potente organizzazione politica dell’Azione Cattolica fu
sostanzialmente inquadrata nel regime, fatta eccezione per i rami intellettuali, FUCI e Laureati Cattolici. Il fascismo
mussoliniano non è sopravvissuto alla morte del suo fondatore e capo supremo,
quelli che oggi si dicono fascisti appaiono molto diversi da quelli del Ventennio, ma il clerico-fascismo sì, si
è tramandato: del resto è proprio questo che fanno le Chiese, tramandare di
generazione in generazione; il modo più sicuro per tramandare un’ideologia
politica è di sacralizzarla incorporando una fede religiosa.
2. Il clerico-fascista è una persona che teme il disordine. E’ un
conservatore: la società gli sta bene come è, con il livello di ingiustizia che
c’è; egli lo ritiene accettabile, non pensa che possa farsi di meglio. Ha uno
sguardo disilluso sull’umanità: ognuno fa il proprio interesse, pensa a sé e,
lasciato a sé stesso, il mondo va verso il caos. Si vede inserito in un certo
ordine che gli procura da vivere. Cambiandolo, dove si andrà e, soprattutto,
dove e quale sarà il suo posto? E’ un ordine che subisce: ci si è trovato
dentro nascendo. E’ fuori del suo controllo. Per mantenerlo c’è bisogno che
qualcuno di potente agisca da fuori: un demiurgo, uno che mette ordine nella
società e lo mantiene. Il clerico-fascista non ha fiducia nel soprannaturale
come soprannaturale: chi l’ha mai visto? Ma neanche nei suoi capi religiosi.
Non si sono sempre appoggiati ai potenti della Terra? Hanno indicato la via, ma
da soli sono sempre stati incapaci di imporla. Occorre trovare un potente vero,
uno deciso, capace di porsi al di sopra dei conflitti sociali di interesse,
dominandoli con la forza. Deve però seguire la via indicata dalla religione,
perché altrimenti si sarà completamente nelle sue mani e l’esperienza insegna che così il più debole
finisce in genere male. E’ necessario, quindi, che trono e altare trovino un’intesa,
dando all’altare la forza che non avrebbe in società e al potere la prospettiva
dell’eternità religiosa, la sua sacralizzazione.
La sottomissione all’uno e all’altro dà sicurezza: il proprio posto sembra
garantito dalla religione e dalla forza, Cielo e Terra cooperano in questo.
Certo, qualcosa occorrerà cedere all’uno e all’altro. Il clerico-fascista ha
uno sguardo smaliziato sul mondo: sa che nessuno potente si rabbonisce senza
che gli si dia un tributo. Il prezzo dell’operazione: la libertà che dà la
buona coscienza. Qualcuno ci rimetterà. Nessun privilegio è senza un costo per
qualcun altro. Il privilegio della sicurezza sociale sarà pagato da altri, dai
nemici dei potenti che si sono accordati. Anche al fascismo questo prezzo è stato
pagato: la liquidazione di ogni dissidenza, in particolare dei socialisti; lo stragismo in
Africa, e poi il disastro della guerra, pagato da tutti gli italiani di allora,
perché «tutti quelli che mettono
mano alla spada periranno di spada», come è scritto (Mt
26,52). E’ un patto diabolico, nel vero senso religioso, quello che si conclude
con i violenti. Il Papato nel 1939 tentò di sganciarsene, cercando tuttavia di
salvare il salvabile in termini di privilegi e di ricchezze: li riteneva
indispensabili per il suo alto ministero, e ancora in fondo è così. I Patti entrarono anche nella Costituzione
repubblicana. Ma, in un certo senso, continuano a fare danni, ostacolando la
riforma religiosa. Il Papa oggi regnante non sembra infatti riuscire ad avere
ragione del coacervo burocratico insediato in quella specie di stato insediato
dal Mussolini sul colle Vaticano. Egli, più che sovrano, vi appare prigioniero.
3. Quello di cercare di eradicare
il clerico-fascismo è stato uno dei lavori fondamentali dell’Azione Cattolica
del dopo Concilio, a partire dalla presidenza di Vittorio Bachelet, dal 1964.
La democrazia entrò nel nuovo statuto dell’associazione. Quest’ultima venne
definita palestra di democrazia.
Democrazia non è solo il metodo per cui si fa quello che decide una
maggioranza: è un sistema di valori, che giuridicamente si scrivono come diritti e doveri. Esso deve
inculturarsi nelle masse, da ideologia e diritto deve fasi vita e pensiero delle persone e dei
gruppi. Deve divenire pratica quotidiana. Vediamo quindi che in Azione
Cattolica non emergono capi carismatici, si vota per eleggere i dirigenti e il
potere di questi ultimi è limitato in durata e estensione. La struttura dell’associazione
è federale, con ampia autonomia dei livelli locali, a partire dalle parrocchie.
Nata nel 1906 come un partito dominato da un autocrate religioso, un vero e
proprio partito del Papa, si è
trasformata nell’assimilazione della democrazia contemporanea, come sistema di
valori, per fare quel nuovo lavoro in società che si voleva facesse:
trasformare la società secondo i valori religiosi elaborandone autonomamente i
principi democratici, facendo ordine a partire dalle coscienze delle persone,
contrapponendo la potenza della coscienza ben formata a quella della violenza
sociale di chiunque si proponesse di nuovo come demiurgo. Un processo che si è
fatto faticoso a partire dagli anni ’80 per effetto delle politiche del Papato
del Wojtyla. Sono stati gli anni dell’eclisse dell’Azione Cattolica italiana.
Quelli in cui il clerico-fascismo, potenza mai veramente sopita, ha manifestato
vigorosi segni di ripresa.
Wojtyla
era una persona molto fascinosa: tutti noi giovani degli anni ’70 ne fummo
colpiti e attratti. Ma non comprendeva la realtà sociale e politica italiana.
Fu uno dei grandi Papi politici della storia, ma la sua politica non fece bene
all’Italia. Aprì la via a ciò che c’è ora, quello che molti criticano come
politica degradata, che ha perso il contatto vitale con la gente, con le masse,
dedita più che altro alla propaganda elettorale. L’accentramento della politica
del Wojtyla determinò un papismo ingenuo che ancora per certi versi ci
affligge: da ciò una minore autonomia del laicato, sostituita da un autonomo
attivismo politico della gerarchia religiosa. I nostri vescovi hanno preso a
diffidare del nostro laicato. L’hanno sospettato di simpatie socialiste e il
socialismo fu sempre considerato dal Wojtyla il massimo antagonista, sia dal
punto di vista religioso che politico. In effetti la nostra Costituzione, e
quindi la democrazia che da essa è scaturita, è piena di elementi di
socialismo, chiaramente riconoscibili. Intendeva dare competenza politica alle
masse e questo non è possibile senza realizzare l’effettività dei diritti e
doveri sociali fondamentali che viene propugnata dal socialismo. Dagli anni ’90
la democrazia secondo la Costituzione è stata oggetto di duri attacchi e sono
enormemente aumentate le diseguaglianze sociali, non le differenze che
riguardano la maggiore o minore agiatezza che sempre ci saranno, ma quelle nelle libertà
fondamentali per l’affermazione di una democrazia di popolo: la libertà dall’ignoranza,
dal bisogno, dalla malattia, dallo
sfruttamento e dalla violenza. Sempre meno risorse vengono destinate ai servizi
pubblici che servono a realizzarle e il lavoro si è fatto più precario e meno
retribuito. Sosteneva Giorgio La Pira (1904-1977), uno dei più importanti
ideatori della nostra democrazia di popolo: “Il
lavoro è sacro, il pane è sacro, la casa è sacra!”. Possiamo ancora riconoscerci in queste parole?
O, ancora, come cattolici, abbiamo un debole per quell’altra sacralizzazione, quella che portò all’accordo
con i violenti del fascismo mussoliniano, per fare ordine in società?
La storia
insegna che i demiurghi deludono. L’ordine che portano è fondato sull’ingiustizia
e non è stabile. Solo l’ordine che deriva dalla retta coscienza e dal
perseguire la giustizia sociale lo è. Non è però un lavoro da autocrati, di chi
mira innanzi tutto al potere per il potere, prima il potere e poi si vedrà, ma
richiede un’inculturazione nelle masse, per dar loro competenza politica e, in
primo luogo, perché sappiano riconoscere ogni potere che tenda ad essere autocratico ed esercitino una valida critica sociale nei suoi confronti. Un lavoro che
comprende sempre l’autocritica: anzi si parte sempre da lì.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente
papa - Roma, Monte Sacro, Valli
