martedì 23 gennaio 2018

Programmazione economica

Programmazione economica

[Sintesi dall’enciclica Laudato si’,  del 2015, di papa Francesco]
   […O]ra ciò che interessa è estrarre tutto quanto è possibile dalle cose attraverso l’imposizione della mano umana, che tende ad ignorare o a dimenticare la realtà stessa di ciò che ha dinanzi. Per questo l’essere umano e le cose hanno cessato di darsi amichevolmente la mano, diventando invece dei contendenti. Da qui si passa facilmente all’idea di una crescita infinita o illimitata, che ha tanto entusiasmato gli economisti, i teorici della finanza e della tecnologia. Ciò suppone la menzogna circa la disponibilità infinita dei beni del pianeta, che conduce a “spremerlo” fino al limite e oltre il limite. Si tratta del falso presupposto che «esiste una quantità illimitata di energia e di mezzi utilizzabili, che la loro immediata rigenerazione è possibile e che gli effetti negativi delle manipolazioni della natura possono essere facilmente assorbiti».
 […L]a tecnica ha una tendenza a far sì che nulla rimanga fuori dalla sua ferrea logica, e «l’uomo che ne è il protagonista sa che, in ultima analisi, non si tratta né di utilità, né di benessere, ma di dominio; dominio nel senso estremo della parola».  Per questo «cerca di afferrare gli elementi della natura ed insieme quelli dell’esistenza umana».  Si riducono così la capacità di decisione, la libertà più autentica e lo spazio per la creatività alternativa degli individui.
   Il paradigma tecnocratico tende ad esercitare il proprio dominio anche sull’economia e sulla politica. L’economia assume ogni sviluppo tecnologico in funzione del profitto, senza prestare attenzione a eventuali conseguenze negative per l’essere umano. La finanza soffoca l’economia reale. Non si è imparata la lezione della crisi finanziaria mondiale e con molta lentezza si impara quella del deterioramento ambientale. In alcuni circoli si sostiene che l’economia attuale e la tecnologia risolveranno tutti i problemi ambientali, allo stesso modo in cui si afferma, con un linguaggio non accademico, che i problemi della fame e della miseria nel mondo si risolveranno semplicemente con la crescita del mercato. Non è una questione di teorie economiche, che forse nessuno oggi osa difendere, bensì del loro insediamento nello sviluppo fattuale dell’economia. Coloro che non lo affermano con le parole lo sostengono con i fatti, quando non sembrano preoccuparsi per un giusto livello della produzione, una migliore distribuzione della ricchezza, una cura responsabile dell’ambiente o i diritti delle generazioni future. Con il loro comportamento affermano che l’obiettivo della massimizzazione dei profitti è sufficiente. Il mercato da solo però non garantisce lo sviluppo umano integrale e l’inclusione sociale.  Nel frattempo, abbiamo una «sorta di supersviluppo dissipatore e consumistico che contrasta in modo inaccettabile con perduranti situazioni di miseria disumanizzante»,  mentre non si mettono a punto con sufficiente celerità istituzioni economiche e programmi sociali che permettano ai più poveri di accedere in modo regolare alle risorse di base. Non ci si rende conto a sufficienza di quali sono le radici più profonde degli squilibri attuali, che hanno a che vedere con l’orientamento, i fini, il senso e il contesto sociale della crescita tecnologica ed economica.
 La specializzazione propria della tecnologia implica una notevole difficoltà ad avere uno sguardo d’insieme. La frammentazione del sapere assolve la propria funzione nel momento di ottenere applicazioni concrete, ma spesso conduce a perdere il senso della totalità, delle relazioni che esistono tra le cose, dell’orizzonte ampio, senso che diventa irrilevante. Questo stesso fatto impedisce di individuare vie adeguate per risolvere i problemi più complessi del mondo attuale, soprattutto quelli dell’ambiente e dei poveri, che non si possono affrontare a partire da un solo punto di vista o da un solo tipo di interessi. Una scienza che pretenda di offrire soluzioni alle grandi questioni, dovrebbe necessariamente tener conto di tutto ciò che la conoscenza ha prodotto nelle altre aree del sapere, comprese la filosofia e l’etica sociale. Ma questo è un modo di agire difficile da portare avanti oggi. Perciò non si possono nemmeno riconoscere dei veri orizzonti etici di riferimento. 
  La cultura ecologica non si può ridurre a una serie di risposte urgenti e parziali ai problemi che si presentano riguardo al degrado ambientale, all’esaurimento delle riserve naturali e all’inquinamento. Dovrebbe essere uno sguardo diverso, un pensiero, una politica, un programma educativo, uno stile di vita e una spiritualità che diano forma ad una resistenza di fronte all’avanzare del paradigma tecnocratico.
  Ciò che sta accadendo ci pone di fronte all’urgenza di procedere in una coraggiosa rivoluzione culturale. La scienza e la tecnologia non sono neutrali, ma possono implicare dall’inizio alla fine di un processo diverse intenzioni e possibilità, e possono configurarsi in vari modi. Nessuno vuole tornare all’epoca delle caverne, però è indispensabile rallentare la marcia per guardare la realtà in un altro modo, raccogliere gli sviluppi positivi e sostenibili, e al tempo stesso recuperare i valori e i grandi fini distrutti da una sfrenatezza megalomane.
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  L’idea di programmazione economica è assente dal dibattito politico in vista delle prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento. Questo perché, in realtà, nessuno pensa veramente di poter cambiare le cose. Nessuno propone uno sguardo d’insieme per riassumere in modo affidabile le radici più profonde degli squilibri attuali. La propaganda elettorale è fatta confezionando pubblicità con i desideri degli elettori di riferimento, cercando di sollecitare emotivamente la paura o l’avidità dei destinatari degli appelli. Spesso le proposte sono contraddittorie, ma non ce se ne cura, tanto non si pensa veramente di realizzarle. Le cose, infatti, continueranno ad andare come sono finora andate. Non si progettano cambiamenti, quindi non cambieranno. Si tratta di una cultura comune tra le maggiori forze politiche, che si dividono sui particolari e sulle persone che vogliono far emergere al potere. Non si possono nemmeno riconoscere i veri orizzonti etici di riferimento, perché si cerca di non evidenziarli. L’etica dice che cosa è bene e che cosa è male. Un testo come l’enciclica Laudato si’ prende posizione molto chiaramente.  Sostiene che è male l’l’idea di una crescita infinita o illimitata, che ha tanto entusiasmato gli economisti, i teorici della finanza e della tecnologia; che è una menzogna sostenere la disponibilità infinita dei beni del pianeta, che conduce a “spremerlo” fino al limite e oltre il limite. I nostri problemi sociali, le sofferenze dei più, sono legati a squilibri, che hanno a che vedere con l’orientamento, i fini, il senso e il contesto sociale della crescita tecnologica ed economica. In una situazione squilibrata c’è chi vince e c’è chi perde. Le relazioni e gli scambi non sono equi. Non si agisce secondo il principio della collaborazione fraterna ma secondo quello della prevaricazione, per il quale è giusto che prevalga il forte sul debole. Per cambiare occorrerebbe uno sguardo diverso, un pensiero, una politica, un programma educativo, uno stile di vita e una spiritualità che diano forma ad una resistenza di fronte all’avanzare del paradigma tecnocratico; occorrerebbe procedere ad una coraggiosa rivoluzione culturale. In giro  non sembra che ci siano il cuore e la sapienza necessari. Progettare il cambiamento significa programmarlo, vale a dire cominciare da una visione realistica della società e delle cause delle sue sofferenze per poi stabilire una linea di azione duratura e costante nel tempo, per arrivare ad un certo risultato, che è il cambiamento di ciò che fa soffrire. Di questo le forze politiche maggiori non manifestano di essere capaci. Si propone come virtù il moderatismo, si attacca la parola centro- a quelle altre che vorrebbero indicare dove si vuole andare. L’autore dell’enciclica Laudato si’  non sembra un moderato: non bastano di risposte urgenti e parziali ai problemi, sostiene, occorre una coraggiosa rivoluzione culturale per contrastare un’economia di rapina che  tenda dominare anche la politica spremendo fino al limite e oltre il limite solo in funzione del profitto, senza prestare attenzione a eventuali conseguenze negative per l’essere umano. Occorrerebbe però anche un’autocritica, perché gli Occidentali, e anche gli Europei e quindi gli italiani, sono ancora dalla parte di chi impone al mondo quel tipo di economia.
  La programmazione economica virtuosa, orientata al bene, è prevista dalla nostra Costituzione all’art.41, 2° comma:
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.
  La programmazione la dovrebbe fare innanzi tutto il Parlamento: infatti, secondo la Costituzione, dovrebbe partire dalla legge. In realtà uno spazio legislativo  molto importante hanno anche le Regioni, in particolare dopo la riforma costituzionale del 2001. L’intervento legislativo del Parlamento è ora previsto essenzialmente attraverso misure di finanziamento di soggetti privati o pubblici e di sgravio fiscale o contributivo. Questo ha ridotto le sue capacità di dirigere l’economia. In realtà la programmazione negli  ultimi decenni ha riguardato prevalentemente la finanza pubblica, quindi la raccolta dei tributi e la destinazione dei proventi fiscali, alla ricerca di un equilibrio tra entrate e spese che ora è divenuto anche un obbligo costituzionale, previsto dall’art.81 della Costituzione. Originariamente si pensava a qualcosa di molto più incisivo. Cambiare il modello attuale di sviluppo dell’economia richiederebbe di tornare a quelle concezioni.  In realtà nessuna delle forze politiche maggiori lo vuole: questo infatti non rientra nei programmi proposti agli elettori.
  L’idea di programmazione economica deriva dal comunismo sovietico. Preso atto che l’economia capitalista si dirigeva contro le classi popolari, sfruttandole e dominandole, si collettivizzò l’economia portandola sotto il controllo dello stato. A quel punto si fecero programmi di durata pluriennale, in particolare piani quinquennali, dandosi degli obiettivi di sviluppo economico. Su questa base fu promossa un’industrializzazione spinta, che fu raggiunta in tempi relativamente brevi a partire da un’economia prevalentemente capitalista, ma che fu impiegata prevalentemente per lo sviluppo di una forza militare. Gli obiettivi di quei piani venivano spesso mancati. L’organizzazione creata per raggiungerli si mostrò inefficiente e spesso corrotta; le scadenze che si erano date non si manifestarono realistiche. Il coinvolgimento delle masse era prevalentemente passivo: si eseguivano ordini provenienti dall’alto, come in un esercito. Questo impediva di conoscere veramente la realtà, perché ogni obiezione veniva tacciata come dissenso e punita. Le verifiche venivano fatte prevalentemente a scopo sanzionatorio, non per acquisire elementi di conoscenza dall’esperienza. Il non raggiungimento degli obiettivi veniva imputato alla cattiva organizzazione o all’insufficiente conoscenza, ma alla volontà di opposizione politica.
  L’esigenza di dirigere l’economia perché non facesse danni sociali venne riconosciuta come importante dai costituenti. Si aveva ben chiaro che l’economia, lasciata al dominio dell’avidità sociale e alla competizione tra forti e deboli, si risolve in una violazione della dignità umana, con la prevaricazione dei deboli. La si volle però secondo la legge, quindi con regole fissate democraticamente, non in modo autocratico e autoreferenziale. Si cercò quindi di imparare dall’esperienza del collettivismo sovietico e di non ripeterne gli errori. Fino agli anni ’80 lo stato fu un importante attore economico, non solo mediante la programmazione economica, per cui si parlava di dirigismo nel senso di volontà di pianificare  l’economia, ma mediante una vasta rete di imprese pubbliche, tra le quali alcune delle principali banche.  Dagli anni ’90, con l’affermarsi dell’ideologia neo-liberista, a cui corrispose l’eclisse delle forze socialiste europee, le capacità, e la volontà, di intervento nell’economia si ridussero molto, in particolare con la dismissione, la cessione a privati, delle imprese controllate dallo stato. L’economia pubblica è oggi prevalentemente controllata dai Comuni e serve per svolgere servizi pubblici con la forma giuridica e i metodi di società commerciali. In precedenza quei compiti erano svolti da articolazioni degli stessi Comuni.
  La volontà di cambiare un’economia che causa sofferenze sociali, come sempre la causa l’economia lasciata solo alle forze della concorrenza, può essere segnalata dalla volontà di introdurre regole che amplino di nuovo lo spazio della programmazione economica statale. Non c’è infatti altra via della programmazione per risolvere i problemi sociali complessi. Cambiare programmando significherebbe però incidere sugli assetti dell’attuale stratificazione sociale, in particolare sui livelli crescenti di diseguaglianza sociale. E’ una menzogna l’idea di disponibilità infinita dei beni del pianeta, insegna la dottrina sociale contemporanea. Sollevare le condizioni dei più richiede più equità sociale, quindi di togliere a chi si trova in condizioni di privilegio. Il problema bisognerebbe togliere a chi controlla le dinamiche sociali attuali e, in definitiva, fa  le leggi. Tuttavia, in linea teorica, elezioni democratiche potrebbero portare al potere legislatori che tengano più conto delle condizioni dei non privilegiati, i quali in società sono la maggioranza. Le situazioni di privilegio sociale, di  inequità  come le definisce il Papa, sono possibili solo a danno di maggioranze di sfavoriti. Ciò che si dà in più ai privilegiati viene necessariamente tolto agli altri. Le risorse, infatti, non sono infinite, ma una quantità limitata. Perché le maggioranze non riescono a imporre democraticamente la loro volontà? La ragione è essenzialmente culturale. Chi controlla l’economia, di solito controlla anche la cultura e quindi la rappresentazione della situazione, le narrazioni su ciò che avviene. Un’enciclica come la Laudato si’  cerca di dare elementi per uscire da questa situazione, dando una narrazione diversa.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli