Pace, giustizia e il
conflitto latente nella società
1. Molta più gente che in passato non va a
votare, quando ci sono le elezioni. Questo fatto viene definito astensionismo, volendo indicare quella
tendenza sociale per cui non si è più interessati a partecipare alla vita
politica con il voto. Si possono individuare due motivi di questo
atteggiamento. Il primo è la convinzione di inutilità del voto: si vota, ma
tutto resta com’è, non si cambia mai. Il secondo è che si ha la sensazione di
non capire più nulla di come va la società. Essi manifestano un calo della competenza politica nelle masse.
Se, infatti, si capisse la società, si comprenderebbe che non solo le cose
possono cambiare, ma anche che sono molto cambiate e velocemente. In
particolare, sono proprio le masse, i più, ad averci rimesso. In democrazia, un
sistema politico in cui contano le maggioranze, e in cui quindi le masse hanno la possibilità di farsi valere con la forza del numero, non dovrebbe succedere, e
invece è accaduto. Le masse hanno perduto coscienza delle loro condizioni e si
presentano in società in ordine sparso, in una condizione atomizzata, ciascuno per
conto suo. Poi questi atomi sociali tendono ad aggregarsi precariamente in modo
più o meno causale. I sociologi descrivono questo disgregarsi come il prodursi
di una poltiglia sociale, o società liquida.
Questo consente ai comitati di potere, ai gruppi che, comandando già in società
avendo conquistato posizioni di privilegio, vogliono consolidare la propria
posizione conquistando il potere politico, quello che consente di dettare
legge, di dominare, da posizioni di minoranza, quali sono quelle dei
privilegiati sociali, le maggioranza, le masse.
2. In Italia esercitare la
critica sociale è piuttosto scomodo per la gerarchia religiosa della nostra
fede. Questo perché la nostra Chiesa dipende per la sua sopravvivenza dall’imponente
finanziamento pubblico che le viene da un accordo concluso con la Repubblica
italiana nel 1984 e che le porta ogni anno circa un miliardo di euro (dai conteggi
diffusi dalla Conferenza Episcopale Italiano ammonta a oltre un miliardo di
euro nel 2016 e un po’ meno di un miliardo nel 2017). Così può spiegarsi una certa
differenza di toni tra le posizioni del Papato, che dispone di ingenti risorse proprie e non dipende dal finanziamento pubblico italiano, e quelle degli altri vescovi in
Italia. Le prime appaiono senz’altro più decise, in particolare sul tema delle inequità, il neologismo introdotto nell’italiano
da papa Francesco e che significa diseguaglianza
ingiusta, che è quella che riguarda le condizioni sociali indispensabili
per una vita degna e, in particolare, lavoro, casa, sicurezza sociale.
La
vigilia di Capodanno del 1980 partecipai con degli amici ad una marcia per la pace e ad una veglia. Si partì
dal Colosseo per arrivare alla basilica di San Giovanni il Laterano. Al
Colosseo parlò rav Elio Toaff, che era Rabbino capo a Roma. Disse che non c’è
vera pace senza giustizia: questo l’insegnamento biblico. Forse me ne avevano
parlato anche prima, in religione, ma quella fu la prima volta che veramente lo
capii. Senz’altro non me ne avevano parlato calcando la mano sull’importanza
del tema. Altrimenti ci avrei fatto caso. La mia competenza politica che aveva
risentito. Non ogni pace è vera pace e la pacificazione che comporta l’asservimento
ingiusto va chiamata con un altro nome, è tirannia sociale.
Un modo per arrivare ad una pacificazione fasulla è quello di negare il
conflitto sociale, che invece è latente e si basa su un contrasto di interessi.
La prima dottrina sociale moderna, quella inaugurata dal papa Vincenzo
Gioacchino Pecci, Leone 13°, nel 1891 con l’enciclica Rerum Novarum - Le novità descrisse bene il conflitto sociale: ne fece
un punto di forza nella controversia politica che all’epoca opponeva il Papato
al Regno d’Italia, cercando di mobilitare le masse. E’ da questo essenzialmente
che nasce il progetto della nostra Azione Cattolica, la cui data di nascita non
va situata nell’Ottocento, secondo le ricostruzioni correnti, ma nel 1905, a
tempo dell’enciclica Fermo proposito, diffusa nel 1905 dal papa Giuseppe Sarto, Pio
10°. Successivamente si scoprì la possibilità, l’utilità e la convenienza di un’intesa
con lo stato. Questo produsse la
compromissione del Papato con il fascismo, nella negoziazione e stipula, nel
1929, di una serie di accordi chiamati Patti Lateranensi. A seguito di essi venne profondamente
rimodellata la dottrina sociale. Con l’enciclica Il Quarantennale - Quadragesimo
Anno, in occasione ei quarant’anni
dalla Le Novità, il papa Achille
Ratti, Pio 11°, spinse i fedeli italiani
alla collaborazione nelle istituzioni fasciste e sviluppò l’ideologia politica
della sussidiarietà e del pluralismo
delle istituzioni, cercando nella politica italiana uno spazio che tuttavia
il fascismo era restio a concedere. Per inciso, l’ideologia del Ratti fu posta
alla pase della costruzione della nostra Unione Europea. Nei dieci anni in cui
si sviluppò l’intesa con il fascismo storico, il mondo cattolico fu
profondamente permeato dall’ideologia fascista, che, incorporata nel
cattolicesimo italiana, si tramandò di generazione in generazione e sopravvive
tuttora sotto specie di clerico-fascismo.
Tre furono i punti su cui l’intesa
franò: la tendenza totalitaria del fascismo, che si fece sempre più marcata
negli anni ’30, quindi il rifiuto del principio del pluralismo delle
istituzione; l’adesione a razzismo biologico sul modello hitleriano da suprematismo di civiltà che era il modello
razzista che il fascismo aveva condiviso con le altre potenze europee,
ideologia che colpiva la figura del Maestro, di etnia ebraica; l’intenzione di
partecipare ad una guerra in Europa. E’ a quel punto che venne sviluppato
politicamente, in modo innovativo e per certi versi contrastante con l’ideologia
religiosa ottocentesca, il principio del personalismo, con il primato della persona umana. Da qui, a
partire dal 1939 con il pontificato di Eugenio Pacelli, Pio 12°, il distacco
dal fascismo mussoliniano e la costruzione di un’ideologia politica democratica
a sfondo religioso, riprendendo, innovandole, le concezioni politiche dei primi
democratici cristiani, a cavallo tra
Ottocento e Novecento, all’epoca fulminate come sostanzialmente eretiche dal
papa Pecci, nel 1902, con l’enciclica Le
serie divergenze [sulle questioni sociali] - Graves de communi. La nostra nuova Europa, alla cui impostazione
diedero un contributo molto importante i cattolici democratici sta tutta qui: sussidiarietà, pluralismo delle istituzioni,
diritti fondamentali della persona umana. E anche l’idea di giustizia sociale secondo la
dottrina: per garantire il pluralismo occorre dare competenza politica alle
masse, rendendo effettivi i diritti sociali della persona che a quel fine sono
indispensabili. Questa ideologia ha
garantito un lunghissimo periodo di pace in Europa, che proprio di questi tempi
sta però tramontando. Non è un caso che questo accada in un’epoca in cui si
manifesta, non solo in Italia, un crescente astensionismo elettorale.
3. Molto al lungo si è trascurata, in Italia, la formazione
politica delle masse. In particolare questo è avvenuto nei nostri ambienti
religiosi. Il processo ha coinciso con il lungo pontificato del papa Karol
Wojtyla, dal 1978 al 2005 e con l’eclisse della nostra Azione Cattolica. In
quest’epoca ha ripreso vigore il principio teocratico tipico della prima
dottrina sociale, in cui l’azione sociale si faceva consistere fondamentalmente
nell’eseguire le direttive papali. Al centro dell’ideologia
politica del Wojtyla vi fu la lotta contro ogni tipo di socialismo, ovunque nel
mondo, a partire dall’Europa orientale, dove ne erano divenute egemoni versioni
comuniste di stampo leninista. Egli ne temeva la forza anti-religiosa insita
nella critica sociale della fede come strumento delle classi dominanti. Questo
orientamento colpì duramente la democrazia italiana, che si era fondata su una
lotta comune e su un costante dialogo con le forze socialiste. La situazione in
cui ci troviamo, che risale alla metà degli anni ’80, ne è il risultato. Si persero acquisizioni ideologiche
importanti, che risalgono al pensiero di Giuseppe Toniolo (1845-1918, intellettuale fondamentale nella fondazione dell'Azione Cattolica), il cui proposito, in
merito ai rapporti con i socialisti, fu «marciare separati, pugnare uniti». Il Toniolo capì precocemente l’importanza delle dinamiche di
classe, quelle che dividono i gruppi sociali secondo la loro posizione nei
processi economici: «Grande fatto psicologico (ricorrente
nella storia della civiltà) questo spuntare di una nuova “coscienza di classe”, che alla materia
bruta e informe del proletariato veniva a dare uno spirito animatore e un virtù
ricostruttiva” [dal capitolo 3° dell’opera Provvedimenti sociali popolari, citata in Achille Ardigò, Toniolo: il primato della riforma sociale
per ripartire dalla società civile]. Coscienza di classe significa masse che hanno acquisito competenza
politica e che, dunque, operano collettivamente per produrre cambiamenti
sociali. Il proletariato, citato esplicitamente nell’enciclica
Le
Novità, è costituito dalle masse di quelli che non sono privilegiati, i
più. Perdere la coscienza di classe, quindi
del posto in cui collettivamente si è collocati nella stratificazione sociale,
significa perdere competenza politica, ritornare materia bruta e informa,
poltiglia sociale o società liquida come dicono oggi i sociologi. L’era della
coscienza di classe fu anche quella minore astensionismo, ai tempi nostri ci
troviamo nella situazione opposta.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli