Venti di guerra
«Oggi, mentre
sul mondo soffiano venti di guerra e un modello di sviluppo ormai superato
continua a produrre degrado umano, sociale e ambientale, il Natale ci richiama
al segno del Bambino, e a riconoscerlo nei volti dei bambini, specialmente di
quelli per i quali, come per Gesù, «non c’è posto nell’alloggio» (Lc 2,7).»
[dal messaggio
di papa Francesco alla
Città e al Mondo - Urbi et Orbi per il Natale 2017]
Qualche giorno fa, nella generale apparente indifferenza, il Presidente
del Consiglio dei ministri ha confermato notizie che erano apparse sulla
stampa: l’Italia sta per inviare un grosso contingente militare a combattere in
Niger, nel deserto, in prima linea.
Secondo quanto pubblicato dalla stampa, l’intervento militare sarebbe
stato concordato con Francia e Germania e alle nostre truppe sarebbe stato assegnato
un avamposto nel deserto, vicino ai confini della Libia, in precedenza tenuto
dalla Legione straniera francese. Nel deserto libico si stanno coagulando forze
insurrezionali molto aggressive, al modo in cui avvenne in Siria,
caratterizzate da islamismo politico radicale anti-occidentale e
anti-democratico. Il teatro di guerra verrà raggiunto dalla costa atlantica
della Nigeria, ma i mezzi e il personale sbarcati laggiù dovranno essere
trasportati per via aerea a destinazione, circa duemila chilometri a settentrione.
Le dimensioni dell’impegno militare dipenderanno da circostanze ad oggi non
del tutto prevedibili e, in particolare, dalla forza che verrà raggiunta dal
nemico. Gli si farà guerra nel deserto: dunque, occorrerà cercarlo, e non sarà
facile, e attaccarlo. Il pericolo maggiore è che nostri contingenti, nel
cercare il nemico nel deserto, cadano in attacchi di sorpresa, siano circondati
da forze superiori, come storicamente è avvenuto nella storia di guerra della
Legione straniera francese.
Nella guerra moderna si utilizzano, per avvistare il nemico, macchine
volanti senza pilota, elicotteri, aerei e anche satelliti, un apparato dai
costi elevatissimi, anche per le operazioni di manutenzione, che dovranno
essere molto frequenti e radicali per l’elevata usura degli ingranaggi
nell’impiego nel deserto. Nonostante questo strumentario tecnologico si è
dimostrato però difficile individuare i nemici nell’immenso deserto del Sahara.
La missione militare è stata giustificata anche con l’esigenza di
contrastare le carovane di migranti che dall’Africa centrale risalgono verso la
Libia, per imbarcarsi nel Mediterraneo con destinazione l’Europa. Ma, in
realtà, per quanto sopra osservato, sarà piuttosto difficile che questo obiettivo
possa essere raggiunto. Esso tuttavia servirà a far accettare più facilmente
all’opinione pubblica una missione che sarà di guerra e di guerra in prima
linea, i cui sviluppi non possono essere realisticamente previsti all’inizio.
Le guerre, come tutte le guerre, si sa quando e come iniziano, ma non si può
prevedere al loro inizio, ma anche durante la loro durata, quando e come
finiranno.
Dalla fine della Seconda guerra mondiale l’Italia non è stata mai
impegnata in questo modo in un conflitto. Assai problematica è la copertura
costituzionale, tenuto conto che, all’art.11 della Costituzione vigente, si proclama che l’Italia ripudia la guerra
come mezzo per la risoluzione delle controversie internazionali e che può
impegnarsi in una guerra solo per assicurare pace e giustizia tra le Nazioni e
sempre in un contesto gestito da organizzazioni internazionali, elementi che
nell’intervento militare in Niger mancano. Su questo argomento deciderà il
prossimo Parlamento, quello che sarà eletto nel prossimo marzo.
Come avvenuto in analoghe precedenti missioni militari, le disposizioni
necessarie verranno date dal Consiglio dei Ministri con un decreto legge, che
verrà presentato per la conversione al Parlamento. Iniziato l’intervento, si
saprà poco delle operazioni, solo quello che il Governo vorrà far trapelare.
Missioni di questo tipo hanno sempre avuto importanti settori coperti dal
segreto di Stato, del quale è arbitro il Presidente del Consiglio dei ministri.
E’ prevedibile che l’intervento
militare in Niger abbia il favore della popolazione, impaurita dalle
prospettive dell’immigrazione non autorizzata ed emergenziale dall’Africa,
terrore fomentato da noi dalla propaganda populista pre-elettorale. L’opinione
pubblica preferirà non sapere in dettaglio quello che si farà nel deserto: in
questo modo saranno evitati sensi di colpa. Si vorrà continuare a festeggiare
il natale della tradizione, a fare il presepio e l’Albero, ignorando la
teologia del Natale della fede, pronti anche a tirare le orecchie al Papa se ci
richiamerà alla conversione virtuosa.
Il messaggio natalizio di quest'anno del Papa alla
Città e al Mondo, come anche l’omelia svolta durante la messa di Natale, critici nei confronti dei venti
di guerra e misericordiosi verso i migranti in emergenza, sono
stati infatti duramente contestati su quella stampa che abitualmente gli è ostile. In particolare non si accetta la sua esortazione
a vedere nel migrante sofferente, quello per il quale non c’è posto nell’alloggio, l’immagine divina rappresentata dal Bambino
del Natale. Egli non era un migrante, si sostiene. Giuseppe tornava tra i suoi,
in Giudea. Eppure, non è anche scritto che, dopo la Nascita, Giuseppe, con il
Bambino e sua madre, di notte si alzò,
fuggì e si rifugiò in Egitto perché tra i suoi il piccolo rischiava la morte? Una fuga
precipitosa, in emergenza. Fu avvertito in sogno da un angelo (Mt 2,13-14). «Alzati, prendi con te il bambino e
sua madre e fuggi!», questo gli
fu detto nell’apparizione Celeste. E’ lo stesso sogno che fanno i più disperati
tra i migranti, quelli che non hanno tempo e possibilità di fare
le carte per fuggire, appunto perché
fuggono, e, del resto, nessuno li vuole. Solo
distruggendo in loro l’immagine divina si possono pensare e progettare certe
cattiverie su di loro. «[..] il messaggio di
Gesù è scomodo e ci scomoda, perché sfida il potere religioso mondano e provoca
le coscienze. Dopo la sua venuta, è necessario convertirsi, cambiare mentalità,
rinunciare a pensare come prima, cambiare, convertirsi. », ha insegnato il Papa ieri, nell’Angelus per
la festa di Santo Stefano. Potrà la nostra fede aver ragione delle nostre
paure? Sembra che la fede non basti a produrre un impegno politico con essa
coerente. Forse perché su certe cose non si ragiona abbastanza.
La paura
è cieca, si dice. Ma forse si direbbe meglio che è stupida, perché
rifiuta di capire. In primo luogo di accettare la lezione della storia: lo ripeto, le
guerre si sa quando e come iniziano ma non si può mai veramente prevedere quando e come
finiranno.
Mario Ardigò -
Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
