Diritto di sangue e integrazione sociale
Ius sanguinis (acquisto della cittadinanza per discendenza
da genitori cittadini), ius soli
(acquisto della cittadinanza perché nati in una certa nazione), ius culturae
(pronuncia: ius culture; acquisto
della cittadinanza per integrazione culturale in una nazione diversa da quella
dei propri avi)
(In risposta a una richiesta di chiarimenti)
Vi prego: trovatemi nella
Costituzione l'articolo in cui è scritto che si è cittadini italiani perché si
è figli di cittadini italiani (cittadinanza per ius sanguinis, diritto di
sangue). Leggete la Costituzione e trovatemelo. Vi anticipo che non c’è.
Nell'art.3 della Costituzione - nei principi fondamentali, è
scritto che i cittadini non si distinguono a seconda della lingua che parlano e
della loro etnia, vale a dire della loro discendenza di sangue.
Per la Costituzione, la cittadinanza nazionale è
manifestazione del pieno sviluppo della persona umana e dell'effettiva
partecipazione di tutti il lavoratori all'organizzazione politica, economica e
sociale del Paese. All'art.3, comma 2, è scritto che "è compito della
Repubblica" rimuovere tutti gli ostacoli che vi si frappongono. Si voleva
che "tutti" i lavoratori partecipassero. Tendenzialmente tutti i
lavoratori dovrebbero quindi poter aver accesso alla cittadinanza, se già non
la possiedono. La Repubblica è infatti "fondata" sul lavoro, non
sull'etnia o altre caratterizzazioni culturali (vale a dire di costume,
concezioni, tradizione). Vi sono impegnativi doveri collegati alla
cittadinanza: essere fedeli alla Repubblica, osservare la Costituzione e
le leggi, concorrere alle spese pubbliche, difendere la patria, adempiere con
disciplina e onore le funzioni pubbliche assegnate, non recare danno, nel
perseguire i propri interessi privati, alla società intorno, rispettare il
lavoro altrui. Ai nati da cittadini italiani non viene chiesto se li accettano:
vi si trovano coinvolti nascendo e li assumono man mano che crescono. Non
possono rifiutarli, finché rimangono cittadini, anche se, assumendo la
cittadinanza di altro stato, possono rinunciare a quella italiana, e quindi
essere esonerati da quei doveri. Ci sono poi stranieri che lavorano da noi
stabilmente che vorrebbero la cittadinanza italiana. A certe condizioni
la possono ottenere. Il disegno di legge denominato "ius soli",
diritto di cittadinanza legato al territorio, proponeva di facilitare
l'acquisto della cittadinanza agli stranieri nati in Italia o giunti in Italia
molto giovani che avessero fatto le scuole da noi, venendo assimilati in tutto
dal punto di vista culturale (della lingua, concezioni, costumi, modi di
pensare e di vivere). Si tratta di persone che sono in tutto italiane, per le
quali l'acquisto della cittadinanza è però soggetto a problemi e ritardi
burocratici. Si parla di ius soli ma impropriamente. Quell'espressione latina
va bene se riferita alle leggi sulla cittadinanza che prevedono, come
negli Stati Uniti d'America, che il figlio di stranieri nato sul territorio
nazionale acquisiti automaticamente la cittadinanza. Non era questo il caso del
disegno di legge (ancora) in discussione, salvo fine della legislatura, che si
prevede per il prossimo 28, con lo scioglimento delle Camere. Se si vuole usare
il latinorum dovrebbe parlarsi di "ius culturae" (pronuncia: ius
culture), che è quando si fa dipendere la cittadinanza dall'integrazione
culturale. Le persone alle quali si rivolgeva il disegno di legge in
discussione erano italiane di cultura, ma straniere di nazionalità, tuttavia
spesso riconosciute culturalmente come straniere negli stati di formale
nazionalità, che di frequente non sono nemmeno quelli di provenienza, poiché si
tratta di soggetti nati in Italia.
E' vero che alcuni diritti sociali, e i diritti umani
fondamentali, competono già agli stranieri, ma l'integrazione non è completa.
Questo genera sofferenza in chi è escluso, ma è un danno anche per
l'Italia, perché, in definitiva, si esonera gente che vive e lavora da noi
stabilmente dai doveri dei cittadini. L'esclusione genere poi rivolta. Diventa
un fattore di instabilità sociale.
Quanto ai migranti cosiddetti "economici",
bisogna considerare che quello di migrare per motivi economici è un
diritto umano fondamentale. Se non mette in pericolo la sicurezza degli stati,
non può essere limitato. Chi viene a lavorare non crea pericoli per la
sicurezza. Non si tratta di una colonizzazione, come quella che gli europei
inflissero nelle Americhe, in Africa e in Asia, alle popolazioni autoctone. Per
la nostra Costituzione, il lavoro abilita alla cittadinanza, se si accettano i
relativi doveri. Le migrazioni verso l'Italia sono generate dalle stesse
dinamiche economiche che generano quella verso l'esterno: i numeri più o meno
si equivalgono. La regola d'oro è non fare agli altri quello che non vorresti
fosse fatto a te. Per contenere le migrazioni occorrerebbe correggere il
sistema economico che le stimola. Di solito si pensa invece alla scorciatoia
del correre alle armi. Ma è una soluzione miope. Perché la nostra economia è
profondamente integrata con quella mondiale, ne abbiamo conseguito tanti
vantaggi, ma non accettiamo i relativi oneri. Circolano liberamente capitali e
merci, è chiaro che anche le persone avrebbero cominciato a fare
altrettanto. Il problema comunque non è "quanti accogliere ancora",
ma riconoscere l'integrazione nazionale di chi è già integrato tra noi.
La cittadinanza è disciplinata da leggi ordinarie. La legge
ordinaria deve conformarsi alla Costituzione. La Costituzione non prevede come
si debba acquistare la cittadinanza: prescrive solo che vengano rimossi gli
ostacoli alla piena integrazione dei lavoratori. La cittadinanza italiana
risale all'unità d'Italia, dal 1861. All'epoca la costituzione era lo Statuto
Albertino, del 1848, che non parlava di cittadini, ma di regnicoli,
persone soggette alla sovranità del Re: non regolava il modo in cui lo si
diventava. Nelle leggi sulla cittadinanza che si sono susseguite da allora, sia in epoca monarchica che in epoca repubblicana, fu
sempre previsto che degli stranieri potessero diventare cittadini italiani. Chi
discendeva da genitori cittadini italiani lo era d'autorità, e lo è ancora: era soggetto a
tutti i doveri che la cittadinanza comportava, il più gravoso dei quali era il
servizio militare, e all'epoca le guerre erano molto frequenti, non si trattava
solo di servizio ma di combattere rischiando la vita. L'acquisto
automatico della cittadinanza per i figli dei cittadini italiani era una
conseguenza del dominio del sovrano su di loro, dipendeva dalla concezione politica per la quale i popoli erano possesso del sovrano. Tale dominio sovrano era la metamorfosi e l'estensione di quello ancestrale, naturale, proprietario del maschio dominante, capo tribù, antico monarca sul bestiame e sugli schiavi e sui loro nuovi nati e sui familiari e altre persone in suo potere e loro nuovi nati. Prevalevano i doveri sui
diritti, ed erano doveri pesanti. Il passaggio dalla condizione di suddito regnicolo a quella di cittadino corrisponde al passaggio del potere supremo da una dinastia sovrana al popolo. Chi emigrava, e storicamente furono tanti gli
italiani a farlo, cercava di integrarsi negli stati di destinazione,
acquisendone la cittadinanza: in tal caso si perdeva quella italiana,
diventando soggetti ad altro sovrano, Re o Repubblica che fosse, salvo che per
l'acquisto della cittadinanza straniera non fosse richiesto un atto di volontà
del cittadino italiano di rinuncia alla cittadinanza italiana (acquisto
automatico della cittadinanza straniera). Oggi la nuova cittadinanza può aggiungersi a quella italiana. In passato, passare sotto il dominio di un altro sovrano comportava la liberazione da quello del precedente sovrano; ora si può partecipare democraticamente a più collettività politiche. La legge italiana comunque da molto tempo prevede la
possibilità di acquistare la cittadinanza italiana da parte di stranieri discendenti
da avi cittadini italiani, qualora possano ricostruire in maniera affidabile il
proprio albero genealogico e quindi documentare la discendenza. Con la
Repubblica e la sua Costituzione, con tanti diritti sociali, la
cittadinanza italiana è divenuta più ambita dagli stranieri discendenti da avi
italiani, i quali, acquistatala hanno diritto di voto alle elezioni politiche
benché non più o mai residenti in Italia. E' ambita anche dagli stranieri
integrati in Italia, per lo stesso motivo per cui i nostri emigranti ambivano
la cittadinanza dei Paesi di destinazione: a fine di realizzare la piena
integrazione sociale. Con la Repubblica è divenuto prevalente, per quanto
riguarda la cittadinanza, il profilo della partecipazione all'organizzazione
sociale, molti diritti e molti doveri. Questo dipende dal suo carattere di democrazia popolare di lavoratori. Di lavoratori che, partecipando alla politica nazionale, si liberano da tutti gli ostacoli che si frappongono alla loro piena integrazione mediante la partecipazione democratica al governo. Da regnicoli, sudditi in dominio del sovrano, sia pure con garanzie democratiche, si è stati riconosciuti come cittadini nelle mani dei quali è il destino della nazione, partecipi e quindi responsabili di fronte alla storia. E' lo sviluppo dei processi democratici che ha fatto attenuare il principio per cui si cadeva nel dominio dello stato in quanto discendenti da persone già assoggettate, in quanto cittadine, a quel dominio. Le varie leggi che si sono
susseguite per regolare la cittadinanza hanno progressivamente facilitato
l'acquisto della cittadinanza per gli stranieri discendenti da avi italiani e
anche per gli stranieri integrati in Italia. Per i primi c'è l'idea che la perdita della cittadinanza o il mancato acquisto per discendenza li abbia sfavoriti, e non è sempre così. Per gli altri si tratta di riconoscere una loro condizione effettiva. Oggi abbiamo cittadini che, dal
punto di vista culturale, sono stranieri, e stranieri che, dal punto di vista
culturale, sono cittadini. Un paradosso. Il caso di questi ultimi crea più
problemi perché è un ostacolo serio allo sviluppo nazionale e rende instabile
la società. La cittadinanza crea una rete di solidarietà nella quale è
importante includere chi è integrato nella società italiana e richiede il
riconoscimento di questa sua condizione, rendendosi disponibile ad onerarsi dei
relativi doveri. Dal 1990 l'immigrazione verso l'Italia è divenuta pari
all'emigrazione dall'Italia. Si rende necessario adeguare la legislazione
ordinaria a questo epocale fenomeno umano. La Costituzione è già pronta.
La Costituzione infatti prevede una Repubblica fatta anche
di persone non italiane di stirpe, lingua e cultura: all'art.3 dichiara infatti
che i cittadini non si distinguono per etnia (discendenza), lingua,
altre condizioni personali e sociali. Chi si oppone al
riconoscimento dell'integrazione degli stranieri da noi pensa a una
cittadinanza fatta di etnia, lingua e
cultura: questa non è la concezione accolta dalla Costituzione.
Infatti più volte la Corte Costituzionale è intervenuta per correggere la
legislazione sulla cittadinanza dove contrastava maggiormente con i principi
costituzionali.
La legge che è (ancora) in discussione in Parlamento
e impropriamente chiamata sullo ius soli intende
facilitare l'acquisto della cittadinanza a persone figlie di genitori stranieri
ma già completamente integrate nel contesto sociale nazionale per essersi
formate da piccole da noi. La lingua e la cultura non contano di per sé, ma in
quanto indicano quella piena integrazione sociale. L'esclusione di gente già
così integrata da essere indistinguibile dagli altri italiani è ingiusta, è una
violazione dei diritti umani fondamentali riconosciuti dall'art.2 della
Costituzione.
Quando all'Unione Europea, è vero che si sta costruendo una
cittadinanza europea, ma, per ora, lo si fa a partire dalle cittadinanze
nazionali, la cui disciplina viene lasciata alle regole stabilite dagli stati
membri. Storicamente l'Unione Europea ha suscitato un grandioso movimento di
estensione della cittadinanza europea integrando molti degli stati dell'Europa
Orientale che fino alla fine degli anni '80 furono dominati da regimi
comunisti. Popoli interi che storicamente ci erano stati nemici sono stati
integrati tra noi. E il processo è ancora in corso.
I Costituenti che
lavorarono tra il 1946 e il 1947 non avevano davanti lo scenario di oggi. La
decolonizzazione non era ancora avvenuta. I popoli colonizzati erano
profondamente integrati con gli stati europei colonizzatori. Dispiacque perdere
le nostre colonie in Libia, Somalia ed Etiopia. Così come, nei decenni
successivi, dispiacque a britannici, francesi, spagnoli e portoghesi perdere le
loro. Cercarono di fare di tutto per mantenerle e, comunque, per mantenere una
egemonia culturale, politica ed economica anche dopo la concessione dell'indipendenza
nazionale. Non c'era assolutamente la piccineria xenofoba che si sta
sviluppando oggi in Europa e che, al limite, può essere compresa in nazioni che
furono sempre ai margini della grande storia. Si parla di fascismo, ma il
fascismo italiano non fu xenofobo, anzi pensava di ricreare un grande impero
multinazionale mediterraneo, sul modello di quello dell'antica Roma: andava in
cerca degli stranieri.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
La paura dello straniero, in quanto "diverso",
viene oggi utilizzata dai populisti per distogliere l'attenzione dalle vere
cause della sofferenza sociale attuale, che sono le storture dell'economia
dominata dall'ideologia neoliberista, quella che ha dato a chi può la libertà di
arricchirsi senza tener conto delle vite e delle sofferenze altrui. Negli
Stati Uniti d'America vediamo, ad esempio, i proletari che, dietro la parola
d'ordine della xenofobia, si sono alleati con uno dei più briosi capitalisti
neoliberisti, per il quale l'unico buono contratto è quello in cui lui vince e
l'altro perde.