Strategia della
tensione
La strategia della tensione è un tipo di agitazione politica mediante la
quale si vuole ottenere il controllo sulle masse facendo leva sulle loro paure,
che si cerca di ampliare emotivamente. E’ importante capirla, perché gli
storici concordano nel ritenere che essa fu attuata in Italia dalla fine degli
anni Sessanta all’inizio degli anni ’80 per contrastare l’affermazione politica
del Partito Comunista Italiano e lo spostamento dell’asse politico italiano
verso il socialismo. Sue manifestazioni furono una serie di stragi mediante
collocazioni di bombe, da quella del 1969 a Milano, nella Banca dell’Agricoltura,
alla strage alla Stazione di Bologna del 1980,
ma anche moti politici di piazza con connotazioni criminali meno
accentuate o senza fatti criminali. In alcuni casi si è giunta alla condanna
giudiziaria degli esecutori delle stragi: si trattava di personaggi della
destra neofascista o neonazista. Si è anche ipotizzato il coinvolgimento di
organizzazioni dello stato. Nel corso delle indagini su fatti di strage sono
emersi fatti di depistaggio e di copertura di indiziati ascrivibili a
funzionari pubblici. Tuttavia le indagini non hanno permesso di confermare il
sospetto di un coordinamento politico unitario della strategia della tensione
attuata in quegli anni in Italia e, in particolare, che essa sia stata diretta
o coordinata da apparati dello stato. L’idea di fondo della strategia della
tensione era piuttosto semplice. Creare una situazione di caos nella
popolazione per determinare le condizioni per affidare all’autorità militare la
tutela dell’ordine pubblico mediante la dichiarazione dello stato di guerra,
come ancora previsto dagli articoli da 217 a 219 del Testo unico di pubblica
sicurezza, Regio decreto n. 773 del 1931. Si tratta di norme mai applicate dopo
l’entrata in vigore della Costituzione Repubblicana del 1948, che in nessun
caso potrebbero superare, in quanto previste da una legge ordinaria. Tuttavia
si pensava che, una volta consegnato il potere d’ordine pubblico all’autorità
militare, con poteri di ordinanza piuttosto vasti, non sarebbe mancata l’occasione
per forzare la mano, soprattutto in una situazione di emergenza pubblica, sia
pure artificiosamente creata. La dichiarazione dello stato di guerra interno è di competenza del ministro
dell’interno, con il consenso del presidente del Consiglio dei ministri, o dei
prefetti per delega di quel ministro: l’operazione richiede quindi il consenso,
o la complicità nel caso ci si proponga l’arbitraria estensione dei poteri d’ordine
pubblico oltre il limiti costituzionali, del governo. Va evidenziato che
proprio in quegli anni si venne formando segretamente in Italia nell’organizzazione massonica denominata P2,
un’intesa comprendente alti funzionari dello stato, in particolare ufficiali
delle Forze Armate, politici, industriali, docenti universitari e appartenenti
ad altre categorie professionali, per la riforma dello stato in senso
anticomunista, appoggiando in particolare alcune correnti di partiti di governo
e cercando di assumere l’egemonia nell’ambiente dei mezzi di comunicazione di
massa. Si considerava l’evoluzione politica in senso comunista come fonte di
indebolimento e sfascio dello stato. Il metodo che questa formazione si
proponeva di adottare per affermare la propria linea politica era alternativo a
quello della strategia della tensione,
puntando non a sfruttare il terrore di massa ma all’intesa tra posizioni di
potere politico ed economico in atto minacciate dall’evoluzione politica
corrente, ma reagiva a quella medesima
evoluzione politica verso il Partito Comunista Italiano che era sgradita anche
ai fautori della strategia della tensione. Il programma politico della P2 era
fondamentalmente l’anticomunismo. Questa organizzazione segreta venne alla luce
nel 1981 e venne sciolta d’autorità con
la legge n.17 del 1982.
Da quello che ho osservato è chiaro che la strategia delle tensione è
fondamentalmente una tecnica di governo, in particolare per contrastare l’ascesa
al potere di partiti di orientamento popolare ed egualitario, determinati nel
senso della giustizia sociale. Da qui il sospetto, non confermato dalle
indagini, del coinvolgimento del governo nazionale, o di settori di esso più
destrorsi, in quella attuata negli anni ’70. Tuttavia il governo di una società
può non coincidere con l’apparato di governo dello stato. Il governo della
società dipende da un certo assetto di poteri politici che deriva anche da
quelli economici o da altri centri di potere che hanno acquisito una certa
autonomia del governo come organo centrale dello stato, quali possono essere le
Forze Armate. L’organizzazione P2 tendeva appunto a far emergere il governo
della società, come insieme dei poteri che a quell’epoca la dirigevano
controllandone settori cruciali, in un momento in cui si riteneva che il
governo dello stato fosse allo sfascio per l’evoluzione del sistema politico
verso i comunisti italiani e sostanzialmente succube di questi ultimi e in
procinto di cedere ad essi. In genere chi ha il governo della società tende ad
indurre nei cittadini la convinzione che l’alternativa sarebbe il caos: questa
è una prima manifestazione della strategia della tensione. Nella strategia
della tensione attuata negli anni ’70 in Italia si tentò di accreditare l’evoluzione
verso i comunisti come fonte di caos. I
comunisti reagirono proponendo i loro esempi di buon governo negli enti
locali, cercando di contrapporre fiducia razionale a timori irrazionali.
Una delle prime preoccupazioni di un governo democratico dovrebbe essere
quella di mantenere il controllo e la subordinazione alla legge di ogni altro
centro di potere nazionale, con particolare riferimento a quelli dell’economia
e alle Forze Armate, l’unica organizzazione dello stato in grado di sostituirsi
rapidamente ed efficacemente agli organi costituzionali di governo in caso di
emergenza. In uno stato democratico i vari centri di potere agiscono con una
certa autonomia, che è molto vasta nei centri di potere economico non
controllati direttamente dallo stato. Questo comporta che processi
antidemocratici, potenzialmente in grado di rovesciare l’ordine costituzionale,
possono venire alla luce solo quando sono piuttosto avanzati, e questo in particolare
quando sono il frutto di intese segrete o addirittura criminali. L’improvvisazione,
la scarsa preparazione, l’inesperienza, possono essere quindi molto pericolose
in una classe di governo, aprendo la strada ad influenze pericolose. Creatasi
una situazione di emergenza nazionale, gli inesperti annaspano ed è più facile
trascinarli dove si vuole con la prospettiva del caos.
Ai tempi nostri una delle più importanti manifestazioni della strategia
della tensione è quella che deriva dai movimenti sui mercati finanziari. Uno
stato di medie dimensioni può essere messo in crisi da improvvise, anche se
ingiustificate, fluttuazioni di mercato. L’attuale ordinamento finanziario dell’Unione
Europea fornisce delle tutele a queste emergenze, che però si possono
presentare ed essere molto pericolose, soprattutto nei momenti critici della
vita nazionale, come quando si è sotto elezioni in cui si prospetta un sorpasso, un cambiamento della
maggioranza politica di governo. Questo fu appunto il contesto in cui si
sviluppò la strategia della tensione negli anni ’70.
Un altro tema da strategia della tensione è
quello dell’immigrazione non previamente autorizzata: la gente che arriva da
noi in emergenza umanitaria, senza osservare le procedure amministrative di
passaporto, visto ecc. La gente la teme perlopiù irrazionalmente. Si teme
irrazionalmente chi e ciò che non si conosce. Ed è più difficile conoscere chi
appare diverso e parla diverso: ci vuole tempo per intendersi. Se il diverso
arriva in condizioni di emergenza bisogna però fare presto, non c’è tempo per
conoscere, e questo ostacola l’integrazione
e accentua i timori. La considerazione razionale, statistica, che solo una
piccola parte dei nuovi arrivati delinque, non rassicura. E nemmeno quella che
gran parte dei nuovi arrivati viene da posti intensamente europeizzati, per cui
pensano come noi, si comportano come noi, hanno la nostra stessa etica (fondamentalmente
almeno sette dei Dieci Comandamenti:
rispetto della famiglia; rispetto della persona, delle proprietà, degli affetti
altrui; veridicità, oltre che quello di onorare il dio denaro) e hanno le
nostre stesse ambizioni e desideri (casa, lavoro, famiglia, cure sanitarie,
previdenza nella malattia, disoccupazione, vecchiaia, sport e altri svaghi). Il
politico tensionista presenterà i diversi come un’orda di barbari
violentatori e rapinatori e sceglierà nei fatti di cronaca quelli che possano
confermare quell’impressione. Proporrà di ricacciare gli intrusi, senza tanto
soffermarsi sui metodi per attuare questa deportazione di massa, in realtà
impossibile anche per stati molto più potenti e autoritari del nostro. Il rimedio
unico del tensionista è quello di dargli il potere, poi si vedrà. In
campagna elettorale fa la voce grossa, e forse continuerà a farla anche
raggiunto il potere, ma, a quel punto, tradirà tutte le promesse elettorali,
impossibili da mantenere, e proporrà tante giustificazioni, in particolare di
essere stato ostacolato dall’avere troppo poco
potere. Ne vorrà ancora di più.
Punterà all’estrema longevità del proprio potere, anche da molto anziano. E,
ragionando a mente fredda, apparirà chiaro, alla fine, che il suo obiettivo vero è ed è sempre stato
il potere, non la soluzione del problema dell’immigrazione in emergenza,
impossibile da risolvere con misure di polizia, o di altri temi tensionisti, evocati, tirati in ballo, solo strumentalmente, per conquistare e mantenere il potere.
La
strategia della tensione può essere attuata a diversi livelli di intensità. La
caratteristica comune a tutte le sue forme è quella di proporsi di ampliare
irrazionalmente le paure dei cittadini per presentarsi come l’unico rimedio all’instabilità
e al caos. L’instabilità suscita paura perché rende imprevedibile il futuro.
Pur di rimediarvi si diventa disposti al compromesso. Di solito esso consiste
nel barattare libertà con sicurezza, nel senso di meno libertà per maggiore
sicurezza.
La strategia della tensione è un imbroglio politico perché punta su
paure irrazionali, suscitate o ampliate ad arte. Non pone altra soluzione che l’instaurazione
o il mantenimento di un forte potere centrale che metta ordine, per realizzare
il compromesso tra libertà e sicurezza. Conquistato il potere in questo modo, i
problemi non vengono risolti, anzi si cercherà sempre di mantenere la tensione
ad un certo livello, per mantenersi al vertice. L’autoritarismo è un falso
rimedio, perché le uniche soluzioni sono quelle che derivano da politiche
razionali che affrontino i problemi per quelli che sono. Decisori decisionisti non bastano, se non a loro
stessi, a mantenersi al potere. Questa è, in fondo, l’unica vera decisione del
politico decisionista. Tensionismo e
decisionismo si presentano spesso
affiancati nei programmi politici.
Una volta individuato in una proposta politica
indizi di strategia della tensione, a qualsiasi livello, è prudente tenersene
alla larga, sottoponendola nel contempo a critica razionale. Infatti chi la usa
non è onesto verso gli elettori e deve presumersi che non lo sarà nemmeno dopo
aver raggiunto il potere. Perché, infatti, dovrebbe cambiare una strategia che
gli ha dato il successo?
Negli anni ’70 si ebbe ragione della strategia della tensione e di ogni
altro processo antidemocratico con l’intesa di solidarietà nazionale tra le
forze democratiche. Essa, per altro, ebbe breve durata. Negli anni ’80 si
produsse in tutta Europa la crisi terminale del comunismo e venne a mancare il
presupposto originante la strategia della tensione e le intese segrete del tipo
di quella organizzata nella P2, vale a dire la prospettiva concreta di un
governo diretto dai comunisti. Prese piede il neoliberismo e le idee politiche
ad esso correlate, che troviamo attualmente impersonate in modo eclatante nell’ideologia
dell’amministrazione statunitense del presidente Donald Trump, nella quale
possono essere colti elementi di strategia della tensione. Alcuni osservano
come il programma della P2 abbia avuto in larga parte attuazione
in Italia, ma non ritengo corretta questa osservazione, se con essa si vuole
intendere una persistenza della P2 dopo il suo scioglimento. Piuttosto, credo
che l’organizzazione P2 avesse preso precocemente come riferimento il
neoliberismo, e politiche correlate, che poi divenne dominante nel mondo dagli
anni ’80, dopo essere stato tragicamente sperimentato nel decennio precedente
in sud America. La P2 può essere considerata la precoce manifestazione in
Italia di un orientamento politico che poi prese piede in Italia, non l’inverso.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli