Interesse privato
[dall’enciclica
Laudato si’ di papa Francesco, del 2015]
189. La
politica non deve sottomettersi all’economia e questa non deve sottomettersi ai
dettami e al paradigma efficientista della tecnocrazia. Oggi, pensando al bene
comune, abbiamo bisogno in modo ineludibile che la politica e l’economia, in
dialogo, si pongano decisamente al servizio della vita, specialmente della vita
umana. Il salvataggio ad ogni costo delle banche, facendo pagare il prezzo alla
popolazione, senza la ferma decisione di rivedere e riformare l’intero sistema,
riafferma un dominio assoluto della finanza che non ha futuro e che potrà solo
generare nuove crisi dopo una lunga, costosa e apparente cura. La crisi
finanziaria del 2007-2008 era l’occasione per sviluppare una nuova economia più
attenta ai principi etici, e per una nuova regolamentazione dell’attività
finanziaria speculativa e della ricchezza virtuale. Ma non c’è stata una
reazione che abbia portato a ripensare i criteri obsoleti che continuano a
governare il mondo. La produzione non è sempre razionale, e spesso è legata a
variabili economiche che attribuiscono ai prodotti un valore che non
corrisponde al loro valore reale. Questo determina molte volte una
sovrapproduzione di alcune merci, con un impatto ambientale non necessario, che
al tempo stesso danneggia molte economie regionali. La bolla finanziaria
di solito è anche una bolla produttiva. In definitiva, ciò che non si affronta
con decisione è il problema dell’economia reale, la quale rende possibile che
si diversifichi e si migliori la produzione, che le imprese funzionino
adeguatamente, che le piccole e medie imprese si sviluppino e creino
occupazione, e così via.
[18-5-13 -
Dalla liturgia della Veglia di Pentecoste con il Papa con le aggregazioni
laicali]
Domanda 3
Vorrei
chiederle, Padre Santo: come io e tutti noi possiamo vivere una Chiesa povera e
per i poveri? In che modo l'uomo sofferente è una domanda per la nostra fede?
Noi tutti, come movimenti e associazioni laicali, quale contributo concreto ed
efficace possiamo dare alla Chiesa e alla società per affrontare questa grave
crisi che tocca l’etica pubblica, il modello di sviluppo, la politica, insomma
un nuovo modo di essere uomini e donne?
Dalla risposta
di papa Francesco
[…]Vorrei raccontarvi
una storia. L’ho fatto già due volte questa settimana, ma lo farò una terza
volta con voi. E’ la storia che racconta un midrash biblico di un
Rabbino del secolo XII. Lui narra la storia della costruzione della Torre di
Babele e dice che, per costruire la Torre di Babele, era necessario fare i
mattoni. Che cosa significa questo? Andare, impastare il fango, portare la
paglia, fare tutto… poi, al forno. E quando il mattone era fatto doveva essere
portato su, per la costruzione della Torre di Babele. Un mattone era un tesoro,
per tutto il lavoro che ci voleva per farlo. Quando cadeva un mattone, era una
tragedia nazionale e l’operaio colpevole era punito; era tanto prezioso un
mattone che se cadeva era un dramma. Ma se cadeva un operaio, non succedeva niente,
era un’altra cosa. Questo succede oggi: se gli investimenti nelle banche calano
un po’… tragedia… come si fa? Ma se muoiono di fame le persone, se non hanno da
mangiare, se non hanno salute, non fa niente! Questa è la nostra crisi di oggi!
E la testimonianza di una Chiesa povera per i poveri va contro questa mentalità.[…]
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1. Ognuno di noi
è un agente economico: compra, vende, lavora. E’ agente economico a prescindere
dalla dimensione secondo la quale agisce nell’economia. In genere la gente
comune è portata a sottovalutare il proprio ruolo nell’economia. Così, quando
le cose vanno male, ce la si prende con i grandi ricchi e le imprese più
grandi. Eppure, in un sistema economico come il nostro, di impronta
liberistico-consumista, in cui lo sviluppo, vale a dire il funzionamento e la
progressione, dell’economia dipende da livelli elevati di consumo di massa, la
massa dei consumatori, quindi anche la gente comune in quanto fa consumi di
massa, compra grandi quantità di certe cose e non di altre, è un agente
economico di rilevantissima importanza. La filosofia dei grandi centri
commerciali aperti giorno e notte tiene conto appunto di questa realtà: mira a
radunare grandi masse di consumatori inducendoli all’incessante consumo di una
selezione di prodotti, quindi anche orientandoli
al consumo. Chi gestisce queste
strutture, di solito una specie di federazione di commercianti, cerca in questo
modo di esercitare un controllo sui consumatori. Questo controllo ha anche una
componente politica, perché, ad
esempio, cambia l’organizzazione urbanistica di un quartiere cittadino e le
consuetudini di vita della sua popolazione, ma anche di altre gente di altri
quartieri che è attirata verso il centro commerciale da lontano, e incide,
orientando consumi di massa, sulla cultura
della gente, intesa non in senso
intellettuale, libresco, nozionistico e scolastico, ma come insieme di
concezioni e costumi. Ad esempio, la politica dei grandi centri commerciali
contrasta con l’idea religiosa che vi debbano essere pause di riposo per tutti nelle attività di lavoro e che, quindi, il
consumo non sia la realtà più importante della vita. Un tempo da noi
scandalizzava il lavoro festivo e
notturno dei centri commerciali, che vedevamo ad esempio nei film statunitensi,
ora non più, dato l’ideologia liberista impera anche da noi: vediamo nel
consumismo esasperato un’opportunità di sviluppo, anzi di supersviluppo. La critica di un «supersviluppo
dissipatore e consumistico che contrasta in modo inaccettabile con perduranti
situazioni di miseria disumanizzante» è della dottrina
sociale più recente: quell’espressione si legge nell’enciclica Caritas in veritate - Carità nella verità, diffusa nel 2009 dal papa Joseph Ratzinger -
Benedetto 16° ed è ripresa nell’enciclica Laudato
si’, del 2015, del papa Jorge Mario Bergoglio - Francesco. Ora, dobbiamo
renderci ben conto che, in quanto consumatori di massa, siamo agenti economici
e politici di quel tipo di supersviluppo. Contribuiamo a governare la società
nel senso proposto dal neo-liberismo economico. Ogni atto economico di un agente
economico di massa, quale ognuno di noi
è come consumatore, ha una componente politica, di governo della società: è
come un voto elettorale, anzi è più efficace di un voto elettorale perché
esercita il potere direttamente, senza necessità dell’intermediazione di una
classe politica.
Leggiamo nell’enciclica Laudato si’:
66. La
interconnessione mondiale ha fatto emergere un nuovo potere politico, quello
dei consumatori e delle loro
associazioni. Si tratta di un
fenomeno da approfondire, che contiene elementi positivi da incentivare e anche
eccessi da evitare. È bene che le persone si rendano conto che acquistare è
sempre un atto morale, oltre che economico. C'è dunque una precisa responsabilità sociale del
consumatore, che si accompagna
alla responsabilità sociale dell'impresa. I consumatori vanno continuamente educati
al ruolo che quotidianamente esercitano
e che essi possono svolgere nel rispetto dei principi morali, senza sminuire la
razionalità economica intrinseca all'atto dell'acquistare. Anche nel campo
degli acquisti, proprio in momenti come quelli che si stanno sperimentando, in
cui il potere di acquisto potrà ridursi e si dovrà consumare con maggior sobrietà,
è necessario percorrere altre strade, come per esempio forme di cooperazione
all'acquisto, quali le cooperative di consumo, attive a partire dall'Ottocento
anche grazie all'iniziativa dei cattolici. È utile inoltre favorire forme nuove
di commercializzazione di prodotti provenienti da aree depresse del pianeta per
garantire una retribuzione decente ai produttori, a condizione che si tratti
veramente di un mercato trasparente, che i produttori non ricevano solo
maggiori margini di guadagno, ma anche maggiore formazione, professionalità e
tecnologia, e infine che non s'associno a simili esperienze di economia per lo
sviluppo visioni ideologiche di parte. Un più incisivo ruolo dei consumatori,
quando non vengano manipolati essi stessi da associazioni non veramente
rappresentative, è auspicabile come fattore di democrazia economica.
Di solito, nell’affrontare i temi politici
sorvoliamo su quella che il Papa definisce responsabilità sociale del consumatore,
che è propriamente responsabilità politica, perché
contribuisce al governo della società. I nostri consumi ci sembrano sempre
piuttosto modesti, a confronti con quelli di chi è più ricco. In questo modo
distogliamo lo sguardo da chi è meno ricco. E quando, come nella favola di
Pinocchio, le mirabolanti promesse di arricchimento del sistema consumistico si
rivelano per quelle che sono sempre, da
sempre, vale a dire un imbroglio per chi vuole farsi imbrogliare, siamo portati
a compiangere noi stessi, trascurando il male che abbiamo prodotto nella
società con il nostro consenso politico ad un sistema fondato sull’inganno. Anche gli
adulti dovrebbero rileggere periodicamente il Pinocchio di Collodi per ricordare che non bisogna mai dare ascolto al
Gatto e alla Volpe quando ci promettono l’albero degli Zecchini e che l’unica
salvezza sta, non nel lavoro solamente, ma
nel lavoro altruistico, nel riscoprire la nostra responsabilità sociale,
e quindi politica, e agire di conseguenza. In questo modo riacquisteremo forma
umana da fantocci consumistici che ci eravamo fatti fare.
2. I maggiori
agenti economici sono ben consapevoli del loro ruolo politico e, per questo,
cercano appoggi nella politica di governo. I governi non sono solo agenti
politici, ma anche agenti economici di prima grandezza. Con il prelievo
tributario devono gestire, e dovrebbero farlo nell’interesse di tutti, ingenti
flussi finanziari. Gli stati non raccolgono per tesaurizzare, come chi
controlla l’economia capitalista, ma per far circolare.
Negli stati controllati da poteri politici
dispotici si osserva generalmente un arricchimento smisurato di chi è al
vertice del potere politico e della sua famiglia. In certi casi la politica
arriva a dominare l’economia, accaparrandosene i profitti, e questo è stato
storicamente il caso di alcuni sistemi politici africani, lasciando alla
società le bricioli, in altri casi è l’economia
che arriva a controllare la politica, è questo è stato storicamente il caso di
alcuni dispotismi latino-americani. In democrazia i governi dovrebbero
dimostrarsi imparziali di fronte agli agenti economici ed agire in modo che la
loro azione sia improntata a lealtà e trasparenza e ordinata verso fini
sociali. Così appunto è scritto in Costituzione all’art.41:
«1.L’iniziativa
economica privata è libera.
2. Non può
svolgersi in contrasto con l’utilità sociale e in modo da recare danno alla
sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
3.La legge
determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata a
fini sociali.»
L’imparzialità si rende necessaria per
perseguire l’interesse generale. Non è necessaria nei sistemi dispotici, in cui
prevale l’interesse di chi è riuscito ad accaparrarsi il potere politico.
Quello che ho osservato rende chiaro che, in
democrazia, i politici di governo dovrebbero avere la massima cautela nell’intrattenere
rapporti con i poteri economici, vale a dire con i maggiori agenti economici,
tra i quali, in genere, nei sistemi capitalistici, ci sono le banche e le
società finanziarie che controllano le imprese di produzione. Un primo criterio
è quello della competenza amministrativa: se uno deve occuparsi di riforme o di
istruzione non ha motivo di occuparsi di banche.
Per un politico di governo l’imparzialità è
anche un dovere giuridico: egli, in quanto pubblico ufficiale, quindi agente di
governo, ha l’obbligo di non partecipare alle decisioni nelle quali abbia un
interesse proprio o siano coinvolti interessi di prossimi congiunti. Ma, a
prescindere dal caso di decisioni formali, l’influenza di un politico di
governo può esercitarsi, e non è penalmente rilevante, in altri modi, e anche
con il solo manifestare un interessamento, senza null’altro. Chi è veramente
potente non ha bisogno di chiedere: chi ha interesse al suo appoggio intuisce che cosa gli serve e, se pensa possa convenirgli, agisce di
conseguenza. La violazione del dovere di imparzialità, anche nei casi in cui
non sia penalmente rilevante, dà scandalo
quando viene alla luce. Colpisce l’idea che il rapporto tra governanti e
governati debba essere improntato ad una certa lealtà nel perseguire l’interesse
generale: fa emergere interessi particolari ai quali si pone una particolare
attenzione a preferenza di altri senza che ciò sia giustificato dall’interesse
generale.
In un sistema capitalistico di tipo
neo-liberistico, dove lo stato arretra di fronte all’imprenditoria privata e ha
quindi meno strumenti di intervento, il sistema bancario privato ha un ruolo
rilevantissimo nel governo dell’economia. Esercita quindi un ruolo propriamente
politico. E’ giusto, non è giusto? Questo dipende dall’impostazione generale
del sistema economico. In Italia fino agli anni ’80 vi era un rilevante sistema
bancario pubblico, vi erano banche pubbliche, che consentivano ai governi più
penetranti poteri di incidenza nell’economia. Vi furono viste diverse
controindicazioni, perché il governo politico dell’economia da parte di
autorità pubbliche indusse fatti di corruzione della politica. In un sistema
come quello che c’è oggi in Italia le autorità pubbliche non gestiscono, ma si
limitano a controllare l’attività bancaria. In caso di crisi di banche esse devono intervenire, non hanno altra scelta, perché il fallimento di una banca
potrebbe comportare effetti dirompenti sull’economia generale. Più o meno in
tutti gli stati Occidentali si ragiona in questo modo. Quello che c’è meno in
Italia è l’idea che i responsabili di crisi bancarie non possano avvantaggiarsi
lasciando i loro incarichi e che, in qualche modo, debbano risarcire il danno causato dalla loro gestione, e questo
anche se le loro condotte non raggiungano l’illecito criminale e quindi non
rientrino nel campo di applicazione della giustizia penale. Ma c’è anche un
problema, come si dice, di governance, di equilibrio nell’assetto dei
poteri delle imprese bancarie private, che dovrebbe essere tale da prevenire
certe crisi.
Si
legge a questo proposito nell’enciclica Laudato
si’, nel brano che ho sopra riportato:
«La crisi finanziaria del 2007-2008 era
l’occasione per sviluppare una nuova economia più attenta ai principi etici, e
per una nuova regolamentazione dell’attività finanziaria speculativa e della
ricchezza virtuale. Ma non c’è stata una reazione che abbia portato a ripensare
i criteri obsoleti che continuano a governare il mondo.»
In Italia qualche cambiamento è stato
introdotto, d’urgenza, nei settori bancari che avevano manifestato crisi
terminali, ma lo si è fatto troppo tardi, quando già gravi danni si erano
prodotti. Ed è per questo che fa scandalo la notizia di interessamento di personalità di governo, al di fuori della
loro competenza amministrativa, per banche in crisi, durante la loro crisi, e
presso personalità di enti di controllo dell’attività bancaria. Si tratta di
contatti informali che, come si legge sui giornali, non sono stati smentiti, ma
ai quali si dà un senso diverso da
quello ipotizzato da chi si scandalizza. Del resto l’apparenza nell’attività di
governo ha una sua importanza, per cui, come si suole dire, non basta essere ma bisogna anche apparire. Dal punto di vista
morale è sufficiente essere, ma da un
punto di vista politico occorre anche l’apparire,
perché in politica una cattiva apparenza può giustificare prudenzialmente una
presa di distanza. La fiducia si basa anche sull’apparenza. Perché, se uno non
cura l’apparenza, come essere sicuri che, nonostante tutto, sia in un certo modo, diverso da come appare, e non come appare?
Mario Ardigò -
Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli