Giochi
di guerra
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| La USS Mount Whitney, ammiraglia della Sesta Flotta statunitense, con base nel porto italiano di Gaeta |
1. Nel tempo in cui l’Italia
sta avviando una rischiosissima e sicuramente molto costosa missione militare
in Niger, il tema della guerra è completamente assente dal dibattito
elettorale. La ragione più verosimile e che se ne abbia scarsa consapevolezza e
quindi anche poca competenza. Eppure quella militare è l’unica organizzazione
dello stato in grado di sostituire completamente e rapidamente i poteri
costituzionali ed ha quindi un grande rilievo politico. E’ ordinata secondo una
rigida gerarchia: ciò significa che può essere comandata efficacemente da
vertici molto ristretti, quindi da un piccolo gruppo di generali che compone lo
Stato maggiore al livello più
elevato. La nostra struttura militare è integrata nelle Forze armate della
N.A.T.O., l’organizzazione del Trattato del Nord Atlantico, che comprende
statunitensi, europei e turchi. Sostanzialmente finora la N.A.T.O. è stata egemonizzata
dagli Stati Uniti d’America, che sono la componente militarmente più potente. Attraverso
l’organizzazione militare della N.A.T.O. gli Stati Uniti d’America sono
potenzialmente in grado di influire sulle nostre Forze Armate. Quanto ho sopra
osservato spiega perché:
-
bisognerebbe che un politico acquisisse competenza sui temi bellici e dell’organizzazione
militare;
-
non è prudente conferire incarichi di governo ad alti gradi delle nostre Forze
Armate, per quanto storicamente esse non abbiano mai attuato un colpo di stato e si siano in genere
manifestate fedeli e sottomesse alle autorità costituzionali;
-
occorrerebbe avere la massima cautela nei contatti politici estemporanei con i
maggiori avversari degli Stati Uniti d’America, che in Europa sono i russi. Infatti
l’Italia è piena di basi statunitensi e, in particolare, da noi ci sono due importantissime basi navali statunitensi, a Gaeta e Napoli, alle quali
mai gli Stati Uniti d’America rinunceranno, e in Italia vi è anche il comando della Sesta Flotta
statunitense. Questa è la ragione per la quale in Italia si poterono nominare ministri
comunisti solo dopo la fine dell’Unione Sovietica: prima non si osò mai, in particolare quando, per un anno tra il 1978 e il 1979, il governo ebbe la fiducia del Partito Comunista
Italiano.
Sul tema della guerra vi è un espresso monito
alla politica nell’enciclica Laudato si’, diffusa nel 2015 da papa
Francesco:
«57. E’
prevedibile che, di fronte all’esaurimento di alcune risorse, si vada creando
uno scenario favorevole per nuove guerre, mascherate con nobili rivendicazioni.
La guerra causa sempre gravi danni all’ambiente e alla ricchezza culturale dei
popoli, e i rischi diventano enormi quando si pensa alle armi nucleari e a
quelle biologiche. Infatti “nonostante che accordi internazionali proibiscano
la guerra chimica, batteriologica e biologica, sta di fatto che nei laboratori
continua la ricerca per lo sviluppo di nuove armi offensive, capaci di alterare
gli equilibri naturali”. Si richiede dalla politica una maggiore attenzione per
prevenire e risolvere le cause che possono dare origine a nuovi conflitti. Ma
il potere collegato con la finanza è quello che più resiste a tale sforzo, e i
disegni politici spesso non hanno ampiezza di vedute. Perché si vuole mantenere
oggi un potere che sarà ricordato per la sua incapacità di intervenire quando
era urgente e necessario farlo?»
In
effetti intorno all’Europa si stanno addensando focolai di guerra, in
particolare in Ucraina, Vicino Oriente (Siria, Libano, Giordania, Israele,
Egitto) e Libia. Nel teatro libico siamo già coinvolti militarmente e potremmo
esserlo sempre di più, perché importanti
fonti energetiche ci vengono da quell’area o, comunque, vi transitano. In
quella zona interagiscono anche i russi, i francesi, gli inglesi e gli
statunitensi. Vi si stanno riorganizzando forze insurrezionali islamiste
sconfitte in Siria.
In
previsione della guerra si stanno facendo importanti programmi di
ammodernamento delle attrezzature delle nostre Forze Armate. In particolare l’Italia
si propone di acquistare numerosi costosissimi caccia-bombardieri F35 di
produzione statunitense.
2. La crisi Ucraina è iniziata sostanzialmente
quando gli Stati Uniti d’America appoggiarono una rivoluzione filo-occidentale per cercare di favorire l’attrazione di quello
stato nell’orbita della N.A.T.O. In Crimea, a Sebastopoli, che all’epoca
apparteneva all’Ucraina, i russi hanno una delle loro più importanti basi
navali europee, con accesso al
Mediterraneo attraverso il Mar Nero. La
Crimea, abitata da russi, ucraini e tatari, era stata assegnata all’Ucraina nel
1954 al tempo in cui tutta l’area era compresa nel territorio dell’Unione
Sovietica. Dopo la disgregazione dei quest’ultima, le forze navali russe erano
rimaste a Sebastopoli in virtù di un trattato con gli ucraini che prevedeva la
divisione in due parti, ucraina e russa, dell’antica base navale sovietica. Se
l’Ucraina fosse stata attratta nell’Unione Europea e nella Nato, la base navale ucraina a Sebastopoli sarebbe
finita nella sfera d’influenza degli Stati Uniti d’America, con anche la
prospettiva che un’Ucraina integrata nell’Unione Europea potesse decidersi a
dare lo sfratto alla base navale russa
rimasta. Seguì un’invasione russa della Crimea.
Un
svolta filo-russa dell’Italia che mettesse a rischio le basi militari
statunitensi che ci sono da noi potrebbe generare attività statunitensi di
contrasto, in linea con quelle russe in
Crimea, per le quali gli Stati Uniti d’America hanno una lunga tradizione
storica. Sono in corso giochi di guerra tra superpotenze nei quali non si va
tanto per il sottile. Gli Stati Uniti d’America sono stati storicamente molto
determinati contro chi gli si è manifestato avversario. I governi italiani
della prima fase della Repubblica, quella finita nel 1994, ebbero sempre chiara
consapevolezza del problema e, sforzandosi di mantenere una certa autonomia
politica, cercarono di organizzare l’evoluzione del sistema politico italiano senza
suscitare pericolose reazioni del potente alleato. L’europeismo servì anche a
questo: insieme ci si fa forza. Quelli che vorrebbero l’uscita dell’Italia dall’Unione
Europea probabilmente non hanno ben chiare queste possibili complicazioni. Così
come quelli propensi a parlare a ruota libera con esponenti dell’amministrazione
russa.
L’Italia,
per la N.A.T.O. e gli statunitensi, è diventata ancora più importante dal punto
di vista strategico ora che la Turchia, che è ancora integrata nelle forze
armate N.A.T.O, sta spostandosi nella sfera di influenza russa. Il presidente
turco Erdogan ritiene che il tentativo di colpo di stato contro il suo governo
attuato nel 2016 da parte delle forze armate sia stato appoggiato dagli
statunitensi, anche se non sono stati ancora resi noti gli elementi precisi a sostegno di questa
ricostruzione, in particolare quelli emergenti dalle inchieste giudiziarie. Può
osservarsi che, In effetti, il suo principale avversario politico, Fethullah Gülen, capo di un movimento
politico-religioso molto influente in Turchia, si è rifugiato negli Stati Uniti
d’America. Da noi una crisi del tipo di quella turca è (ancora) impensabile,
ma, invece, non sarebbe male pensarci. Le recenti rivelazioni dell’ex
vicepresidente statunitense Joe Biden (democratico, già membro dell’amministrazione
Obama) su un’influenza russa nella politica italiana possono essere considerate
un indizio delle attuali preoccupazioni degli statunitensi per l’evoluzione
della politica italiana.
3. E’ possibile una guerra in cui sia impegnata l’Italia? Sì è possibile, ma
di più: l’Italia è già ora impegnata in teatri di guerre attive, in particolare
in Afghanistan, Iraq e Libia e lo sarà con la missione in Niger. Si tratta di
guerre sulle quali poche informazioni arrivano all’opinione pubblica. Per ora
sono confinate, ma ogni guerra è
suscettibile di espandersi, di farsi più grave, specialmente lì dove si
avvicinano pericolosamente gli apparati militari di grandi potenze. Qualche
volta si decide di fare guerra: l’Italia lo fece sotto il regime mussoliniano.
Altre volte in guerra si è trascinati, coinvolti contro la propria volontà. Più
si hanno propositi bellicosi, più alto è il pericolo di essere trascinati in
una guerra. Ad esempio non ci si rende conto che lo slogan “ricacciamoli a casa loro”, comportando un rientro coatto di
migranti negli stati di origine anche contro la volontà di questi ultimi
richiede di fare guerra. Quando si va in guerra non si sa mai come andrà a
finire. Lo sanno bene gli statunitensi che pure sono la maggiore potenza
militare del mondo. Ma a volte l’interesse economico spinge a rischiare, come
accadde agli statunitensi nella seconda guerra del Golfo, iniziata nel 2003 e,
in fondo, ancora non risolta. La presidenza di Donald Trump è una di quelle più
bellicose di sempre: facile che incappi in una guerra. Come alleati degli
statunitensi gli europei occidentali dovrebbero manovrare per impedirlo, per
evitare di esservi trascinati per gli obblighi del trattato N.A.T.O. che
prevede che si vada in soccorso di chi è attaccato. In questo l’Italia può
svolgere un ruolo molto importante, ma ciò richiede una classe politica che sia
consapevole del problema.
Direi che uno dei più importanti criteri di
scelta alle prossime elezioni potrebbe essere quello basato sul grado di
consapevolezza e competenza mostrato dai candidati sul tema della guerra.
Sarebbe infatti imprudente mandare in Parlamento una classe politica che ne sa
poco e che, in una prevedibile emergenza, dovrebbe aggiornarsi la sera prima, sui bignamini, i piccoli e utili
manualetti che dovrebbero però essere utilizzati solo per farsi un’idea
non per decidere di vita o di morte,
o wikipedia. La nostra vita, nel vero
senso della parola, dipende dalla competenza su questo tema della nostra classe
parlamentare.
Mario Ardigò - Azione
Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
