Felicità sociale
Il nostro benessere non dipende solo da ciò che si riesce a possedere,
ma da un complesso sistema di relazioni sociali in cui ognuno si trova
inserito. E’ lì che troviamo ciò di cui abbiamo bisogno per essere felici. Ci
sono grandi ricchi infelici e c’è gente meno ricca che si sente felice:
difficilmente però si trova un povero felice. Quello che vale per gli individui,
vale anche per le società: ci sono società in cui la felicità è più diffusa,
quindi società felici, e società meno felici. Un esempio di società meno
felice, ma ricchissima, sono gli Stati Uniti d’America di oggi, quelli che,
secondo il loro nuovo Presidente federale, sono diventati grandi di nuovo. Ai loro confini settentrionali, c’è una grande
nazione più felice, il Canada. Si tratta di società molto simili sotto molti
aspetti. Ma sotto tanti altri il Canada assomiglia di più all’Europa: ha un
sistema di relazioni sociali migliori, in particolare c’è meno violenza e
questo nonostante si possiedano armi individuali più o meno nella stessa misura
che tra i vicini statunitensi. A lungo gli Stati Uniti d’America sono stati il
modello di società felice alla quale molti europei, in particolare quelli delle
società meno ricche, aspiravano. Ora rimangono la nazione più ricca della
terra, ma sono diventati insicuri, e quindi violenti, e molto più diseguali,
per cui si sono deteriorate le relazioni civiche, ognuno tende e tenta di fare
da sé. Ai confini meridionali degli Stati Uniti d’America c’è una società,
quella messicana, che è meno felice: in questo caso i problemi sono la povertà
e l’insicurezza determinata da violenza sociale endemica. Come nelle nazioni
più povere, la gente si concentra nelle città più grandi, in cerca di benessere
e sicurezza, ma non trova né l’uno né l’altra perché questi grandi agglomerati
urbani sono difficili da gestire, richiedono grandi risorse pubbliche che non
ci sono.
L’Italia è di solito indicata come un Paese con un più alto livello di
felicità sociale. E’ un posto in cui, in genere, si torna volentieri. Se si
deve emigrare, lo si fa con dispiacere, nella prospettiva di tornare, anche se
si va molto lontano e, ragionando, si capisce che si tratta di una scelta
definitiva. Vi sono molti fattori che cooperano a questo risultato, che,
comunque, non è uguale dovunque sul territorio nazionale. Ci sono alcuni posti
in cui è più difficile vivere, ad esempio, in genere, in alcune periferie o
altre aree degradate delle grandi città
e in certe zone del Mezzogiorno in cui la grande criminalità organizzata riesce
ad imporre il suo duro servaggio.
In Italia le relazioni sociali sono in genere migliori e più intense.
Sono favorite dal fatto che non vi sono enormi agglomerati urbani, anche le
nostre più grandi città sono piccole a confronto con in maggiori centri urbani
europei, come Londra o Parigi. Le attività produttive, industrie e servizi,
sono di piccola o media grandezza e sono piuttosto diffuse sul territorio,
integrate, nelle zone di maggiore industrializzazione, in una vasta rete di
relazioni economiche e sociali che genera opportunità e benessere. Al fondo c’è
una concezione della vita che è molto diversa da quella che c’è, ad esempio,
negli Stati Uniti d’America e in tutte le società che prendono a modello la
società statunitense. Si dà importanza all’essere
oltre che all’avere e vengono giudicati sconvenienti gli eccessi. C’entra anche
la religione? C’entra. Ma fondamentalmente il risultato di maggiore felicità è
stato politico, frutto di un assetto politico. Storicamente l’Italia non è
sempre stata così. Tutt’altro. E’ stata una società molto povera, con punte di
smodata ricchezza; una società molto violenta e insicura, divisa, e,
soprattutto, una società preda di altre più potenti. Di questo troviamo traccia
nel nostro inno nazionale, nel quale si canta di italiani calpesti e derisi, perché non popolo, perché divisi. Si è persa, in
genere, la memoria di ciò che significa essere sotto il dominio di altri, un’esperienza
che l’Italia visse a lungo, e da ultimo tra il 1943 e il 1945, quando fu
occupata dalle forze armate tedesche, ma anche dopo, quando fu occupata dagli
Alleati e fino al pieno recupero dell’autodeterminazione, che si ebbe veramente
solo con il processo di integrazione europea. A volte, superficialmente, ci
sentiamo occupati dall’Europa, e invece del governo europeo siamo
una componente fondamentale. Le nazioni dell’Europa orientale sottrattesi al
dominio sovietico si sono avvicinate all’Unione Europea per completare il
processo di autonomia nazionale, noi invece ce ne sentiamo minacciati proprio
sotto questo aspetto. Un popolo non può essere felice sotto il servaggio
altrui: la storia italiana ce lo insegna. Non c’è altra via oggi, per l’autodeterminazione,
che integrarsi nell’Unione Europea.
Il maggior livello di felicità in Italia dipende sostanzialmente da
politiche attuate dalla fine della Seconda guerra mondiale. Esse hanno
comportato un intenso intervento nella società e nell’economia delle
istituzioni pubbliche. Con il sistema fiscale si sono trovate le risorse per
quell’azione; il Parlamento ha fatto le leggi che servivano; le altre
istituzioni pubbliche hanno cooperato nel limiti dei loro poteri. C’è stata un’azione
corale che ci ha consentito di superare momenti molto brutti, di impedire che l’Italia
ricadesse nel disordine sociale, nel conflitto di piazza, nella povertà. La
maggior parte delle persone ha avuto di più di ciò che meritava, vale a dire di ciò
che sarebbe riuscita ad accaparrarsi in relazioni sociali basate su rapporti di
forza, dove il grosso prevale sul piccolo. Istruzione, lavoro, salute,
previdenza sociale per l’età della vecchiaia, sicurezza urbana: può sembrare
paradossale, ma in una società ricchissima come gli Stati Uniti d’America non
sono scontati per tutti. Ma anche da noi
le cose sono iniziate a cambiare, dagli anni ’80. Da allora abbiamo cominciato
a prendere come modello sociale gli Stati Uniti d’America. Abbiamo subìto l’egemonia
sociale del neo-liberismo statunitense, motivo per il quel tante cose che
davamo per scontato che tutti dovessero avere, hanno cominciato a dover essere meritate, vale a dire, nel gergo
neoliberista, conquistate lottando gli uni contro gli altri. Questo ha iniziato
a guastare i rapporti sociali e quindi ha reso meno felici, perché le società
violente sono infelici, come appunto gli Stati Uniti d’America di oggi
sostanzialmente sono, benché ricchi.
Una delle scelte fondamentali che il nuovo Parlamento, quello che
contribuiremo ad eleggere il prossimo marzo, dovrà fare è appunto questa:
continuare a prendere come modello di sviluppo gli Stati Uniti d’America di
oggi o ritornare ad un più intenso intervento pubblico a tutela della felicità
sociale. Quest’ultimo ha un costo e comporta un aumento delle tasse, che, in un sistema tributario che
la nostra Costituzione vuole improntato a criteri di progressività, devono
gravare maggiormente su chi è più ricco: questo realizza un correttivo ad un
sistema sociale che determina diseguaglianze e, con esse, peggiori relazioni
sociali e quindi infelicità sociale. Lo slogan meno tasse e tasse
uguali per tutti, segnala le politiche che si ispirano a quelle dominanti
negli Stati Uniti d’America.
Faccio
un esempio. Dove è scritto che in una città come Roma i quartieri più ricchi
debbano fruire di servizi pubblici migliori? L’intervento pubblico dovrebbe
essere più intenso nei quartieri meno ricchi, le zone centrali e le periferie
degradate. Questo perché, se vengono abbandonate le zone dove vive la maggior
parte delle persone, cresce l’infelicità sociale. Nel tempo libero masse di
persone si riverseranno allora in centro, cercando quello che non hanno dalle
loro parti, ma non lo troveranno nemmeno lì, perché centri di aggregazione non
ci sono e si troveranno immersi in un insieme di negozi, bar e ristoranti,
niente di più. Si gira senza incontrarsi e si torna in periferia con l’idea di
aver sprecato il proprio tempo. Eppure ciò che serve alla felicità viaggia con
la gente: è appunto la gente. “Viva la
gente, la trovi ovunque vai!”, faceva una canzone di tanti anni fa: è vero,
è così. Ma la gente, se non c’è qualcosa di più, rimane folla, folla solitaria dicono i sociologi, quella che si aggira nelle
stazioni ferroviarie o negli aeroporti. Quel qualcosa di più è una cultura, un
sistema di concezioni e di costumi di vita, che renda possibili relazioni
positive e, innanzi tutto, relazioni. Da essa poi scaturisce una politica e
quindi vengono fuori quegli interventi pubblici che, in un ciclo virtuoso,
creano felicità sociale. E’ da quella cultura che si deve partire, perché, se
invece uno è convinto che la vita è solo
lotta di tutti contro tutti, che la violenza è razionale e migliora la società
scartando gli inadatti come si fa con le bucce dei frutti, e che le istituzioni pubbliche se ne debbano
tenere fuori, allora il risultato che si può ottenere è la felicità, precaria perché sempre
minacciata, di una minoranza.
La dottrina sociale cerca appunto di indurre una cultura della
condivisione e della sollecitudine sociale, questo perché essa è l’ambiente
favorevole allo sviluppo di una fede basata sull’agàpe, appunto la condivisione amorevole. L’idea della lotta di
tutti contro tutti è profondamente irreligiosa, è quello che viene definito
peccato sociale, un peccato che non è impersonale,
ma è di tutti, quindi personale ma condiviso, di tutti coloro che contribuiscono
ad orientar la società in una certa direzione, anche solo rimanendo inerti di
fronte alle sofferenze sociali e alla violenza.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.