Estraneità
La parola estraneo ci viene quasi uguale dal
latino, in cui si diceva extràneus e
veniva da extra che significava fuori. L’estraneo è quindi chi viene
da fuori, ad esempio lo straniero. Come riconoscere l’estraneo e perché? Questo è un problema di chi è dentro un certo ambiente sociale e vuole delimitarlo.
Ad esempio si trova in famiglia: gli estranei sono gli altri. O in una società
che considera sé stessa una specie di famiglia allargata. E’ la qualità delle
relazioni che definisce un certo gruppo sociale rispetto ad altri soggetti che
vengono individuati come estranei. In certe situazioni, come al
supermercato, alla stazione o all’aeroporto, ambienti con relazioni molto
superficiali e formalizzate, per cui tutti seguono norme elementari di condotta,
si è più o meno tutti estranei rispetto agli altri e questo non disturba. In una
grande città in genere si gira in questa condizione. Guidiamo automobili in
mezzo a fiumi di altri veicoli che il più delle volte saranno vicino a noi una
sola volta nella nostra vita: mai più li incontreremo. Roma è una piccola città
al confronto con i più grandi agglomerati urbani del mondo, le megalopoli: in queste ultime l’estraneità
sociale raggiunge il suo massimo grado. Tutti sopportiamo un certo grado di
estraneità sociale, ce ne andiamo in giro avvicinando ambienti sociali in cui
non siamo ammessi, in relazione ai quali siamo estranei, ma, e questo è molto importante capirlo, per la nostra felicità è necessario
che almeno una parte della nostra vita non si svolga in condizione di
estraneità, è vitale essere inclusi in quelle che la nostra Costituzione
definisce all’art.2 formazioni sociali, indispensabili per lo svolgimento della propria personalità. Quando dico vitale parlo nel vero senso della parola: è questione di vita o di morte. L’inclusione
sociale non è qualcosa di accessorio, che può esserci o non esserci. Essere
respinti nei propri sforzi di superare l’estraneità sociale è causa di intensa
sofferenza e, alla fine, uccide. I più disperati, alla fine rinunciano. Non
bisogna pensare che sia il caso solo di persone ai margini della società: la
condizione della vecchiaia conduce a questo e, quindi, tocca a tutti. Dopo i
sessant’anni si sperimenta una crescente estraneità sociale: è una condizione
che da chi la vive viene descritta come un diventare invisibili. Si viene
guardati ma non visti. Che uno ci sia o non ci sia non fa differenza per chi
sta intorno: questo crea un grave dolore per chi si trova gettato nella
condizione di estraneo e mina le possibilità di sopravvivenza. Si tratta di
situazioni difficili che sono più diffuse di quanto in genere si pensi,
soprattutto nelle grandi città, in cui, vivendo la maggior parte del tempo da
estranei gli uni per gli altri, le relazioni sociali spesso degradano. La
condizione di estraneità viene vissuta, ad esempio, quando a scuola si diviene
vittima del bullismo, dell’aggressione sistematica di un gruppo di violenti
della classe, o da chi giunge da noi da straniero in emergenza, fuggendo da minacce
e pericoli per cui decide di giocarsi il tutto per tutto senza poter badare
alle procedure amministrative che condizionano l’ammissione in altri stati: se
ne va e chiede aiuto dove arriva. Chiedere
aiuto: è profondamente umano. Significa implorare di superare l’estraneità,
di essere riconosciuti. Negare questo
riconoscimento significa uccidere: dal punto di vista
religioso è un peccato sociale (che non significa impersonale,
ma individuale e condiviso) gravissimo, la violazione del comandamento dell’agàpe, della sollecitudine
misericordiosa che è la principale manifestazione del divino, tanto che è
scritto che il fondamento è agàpe.
Respingere la gente
nella condizione di estranei è un fatto
anche politico, è un aspetto del governo della società. Ci sono ideologie
politiche che su di questo hanno costruito il proprio fondamento. Sono più
diffuse di quanto si sia disposti ad ammettere. Assumono diverse denominazioni
e usano diverse strategie. Al fondo c’è l’idea che una certa società sia inquinata da estranei e che per salvarsi occorra rimuovere
questi ultimi. Come sono arrivati questi estranei? A volte li si è pensati come
parassiti sociali, gente che vive alle spese di altri
opportunisticamente. Questa era l’idea del nazionalsocialismo storico,
hitleriano. Esso progettò ed eseguì lo sterminio di coloro che considerava
parassiti sociali, e lo fece, da un certo punto in poi, utilizzando un
antiparassitario letale anche per gli esseri umani, il gas Ziklon B. Ma sono espressione del medesimo modo di pensare anche i
massacri di italiani in Venezia Giulia e Dalmazia da parte dei comunisti
iugoslavi negli anni ’40, non giustificabili con l’ideologia comunista dell’epoca,
che era internazionalista e fortemente inclusiva. Gli eccidi furono
giustificati da una sorta di vendetta etnica, primordiale, ma anche con ragioni
politiche, quelle che avevano condotto ciclicamente ad analoghe stragi in
Unione Sovietica: al fondo ci fu l’esigenza di cambiare, e migliorare, la
società annientando coloro che per etnia od orientamento politico si
prevedeva le sarebbero rimasti irriducibilmente estranei. L’idea di ributtare a mare i rifugiati che
arrivano da noi dall’Africa è nella stessa linea, così come quella di costruire muri per bloccare le migrazioni. Bisogna capire che
la costruzione di un muro ha due funzioni: fermare chi arriva da fuori, gli estranei, ed espellere al di là del muro
chi è riconosciuto come estraneo dentro.
Costruito un muro contro gli estranei fuori,
subito iniziano attività di polizia per l’individuazione e l’espulsione degli
estranei dentro. Le politiche di esclusione stanno
affermandosi un po’ in tutte Europa e negli Stati Uniti d’America. Storicamente
gli italiani ne sono stati colpiti. In molti stati occidentali gli italiani
sono stati addirittura il modello dell’estraneo.
E’ stato molto duro per gli emigrati italiani superare questa condizione di estraneità. E’ una condizione che è stata evocata qualche
giorno fa dall’annuncio di un ministro austriaco dell’intenzione di concedere
la cittadinanza austriaca agli altoatesini di lingua (etnia?) tedesca o ladina,
un provvedimento che, se attuato, finirebbe per gettare nella condizione di
estranei gli altoatesini di lingua (etnia?) italiana. Ho l’età per aver potuto
sperimentare quel tipo di esclusione. Negli anni ’70 mio padre mi mandò a
Dublino, in Irlanda, a imparare l’inglese, lì c’erano gli skin-heads, le teste pelate, che andavano a rompere l’anima agli
stranieri, e noi italiani, un gruppo molto numeroso, eravamo il loro bersaglio
preferito. “Mario, attento agli
skin-heads” mi diceva la signora che mi ospitava laggiù. E io, quando li
vedevo, scappavo a gambe levate, e quelli dietro. All’epoca correvo veloce, non
sono mai riusciti a mettermi in mezzo. Una volta cominciarono a tirare sassi
dall’altra parte del canale che
costeggiava la strada che noi stranieri facevamo per andare al college dove
studiavamo. Fu colpito alla testa un ragazzo spagnolo che svenne. Ricordo di quei fatti di allora e mi meraviglia che qualcuno da
noi possa prendere quella via e circondarsi di bandiere naziste. Lo sanno che per i nazisti tedeschi gli italiani erano un razza inferiore tra le
altre? Ma il pregiudizio era diffuso anche negli Stati Uniti d’America. Il
personaggio di Gambadilegno nei
cartoni animati in lingua angloamericana parla con un forte accento italiano:
era l’italiano come visto dagli statunitensi di ceppo inglese/tedesco/irlandese, un energumeno grosso, peloso, incolto, dedito irriducibilmente al crimine.
Pensare di
migliorare la società cacciando gli estranei
è un rimedio che storicamente si è
dimostrato sbagliato, oltre che un proposito malvagio, profondamente
antireligioso. La lotta agli estranei genera solo più violenza e quindi più
infelicità. Perché le società violente sono società infelici. Per migliorare la
società occorrono politiche che servano a far superare l’estraneità sociale,
come, ad esempio, una legge che conceda la cittadinanza, eliminando la
condizione di estraneità sociale, alle persone che, nate da stranieri, da giovani si sono formate
da noi e sono ormai integrate come italiane in società, attendendo solo un riconoscimento formale che consenta loro di partecipare completamente, nei diritti ma anche nei
doveri. E’ anche su questo che dovrà decidere la classe parlamentare che
contribuiremo ad eleggere nel marzo prossimo. Potendo scegliere, saremo anche
responsabili di quella scelta. Davanti a chi? Davanti alla storia, sicuramente.
Davanti ai nostri concittadini. Ma c’è anche una responsabilità religiosa in
cose come queste. Non uccidere: è uno
dei Comandamenti. Conta ancora qualcosa per noi la religione? A volte mi pare
che sia considerata come quella che certi teologi definiscono sconsolatamente
la ciliegina sulla torta: una cosa
che è bella da vedere e da gustare, ma che può anche non esserci e che, quando
si va al sodo sulle cose che contano, non deve essere d’impaccio. Dobbiamo però
essere consapevoli di questo: prestando credito ai violenti, a quelli che
vogliono espellere, respingere, discriminare con il pretesto di migliorare la
società, avremo una società più violenta e quindi più infelice, peggiore. E
potrebbe toccare anche a noi stessi, alla fine, essere discriminati, così come a tutti inizia
ad accadere da vecchi. Allora, una volta creata una società più violenta, in
cui ognuno è lasciato solo con la sua sofferenza e invitato a non rompere l’anima
con i suoi problemi, a fare da solo, e quindi isolato nella condizione di
estraneo in cui è caduto per le difficoltà della vita, a chi ci rivolgeremo
quando capitasse a noi di essere abbattuti nella condizione di estranei, di mendicanti di
solidarietà? Una volta incattivita la società per reagire contro gli estranei…
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli