Pensiero di Natale
Non ho la
pretesa di dire agli altri in che cosa debbano credere. Del cristianesimo
circolano versioni che mi sembrano un po' superficiali. Se uno vuole, può però
approfondire. Un cristiano deve fare i conti con una storia tremenda, che non
può essere cancellata, ma solo rimossa. Eppure, si può rimanere cristiani? Si
può resistere all'orrore? Perché esso esiste e va molto oltre ciò che di solito
si è portati, superficialmente, ad ammettere. Non si tratta, come per il
comunismo storico, di fronteggiare circa settant'anni di storia, ma ormai oltre
duemila. I comunisti, ad un certo punto, sembrano aver gettato la spugna. Il
mondo è, per questo, diventato migliore? I cristiani, finora, non l'hanno mai
fatto. Ma sono molto cambiati.
Che cosa
rimane delle origini? Ad ogni Natale, proprio in questi giorni, si cerca di
capirlo. Nello sforzo di conversione ci si è proposti
incessantemente di individuare e ripudiare la sacralizzazione del potere,
che però è sempre risorta, in forme sempre nuove. In un certo senso il
cristianesimo ingloba una teoria critica e questo fin dal principio. Questa la
ragione di molte delle persecuzioni che ciclicamente ha subito. Nei primi
secoli fu considerato ateo. Ernst Bloch, marxista, ci ha scritto un libro
sopra, Ateismo nel cristianesimo, che, come altre sue opere, ha
avuto un influsso enorme in religione, del quale però solo chi ha molto
approfondito riesce ancora a rendersi conto. Il falso dio, quello che fonda
l'ateismo del cristiano, la sua ribellione, è quello organizzato dal potere
politico e dalla stessa religione quando vuole farsi potere politico. Quando,
al cristiano, viene posta la questione "dio c'è?", egli coglie,
dietro di essa, la persistenza della sacralizzazione del potere. Per un
cristiano la questione "dio c'è?" è priva di senso. Manifesta il
teismo del potere, quello nei cui confronti il cristiano è ateo. "Nessuno
l'ha mai visto", è scritto, e il discorso potrebbe chiudersi qui.Il
teismo del potere è inganno che va svelato con determinazione. La
riposta cristiana a "dio c'è?" è "nessuno l'ha
mai visto". Poi c'è l'agàpe, che invece è, anche
questo è scritto: o teòs agàpe estìn, appunto, il Fondamento è agàpe.
Che cos'è
l'agàpe? Richiama l'idea di un lieto convito in cui ce n'è per
tutti e nessuno è escluso, nessuno. Si traduce in vari modi, ma è difficile
renderne il senso in italiano se non con un giro di parole. Sollecitudine
misericordiosa, pietà per l'umano. Senza distinzione. di sesso,
etnia, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali e
via dicendo, senza distinzione. Al centro della fede
cristiana c'è questo moto di pietà verso l'altro, verso l'altro umano, per cui
ci si attiva in suo soccorso e se ne ha cura, senza distinzione.
Estendendo questo moto si arriva all'idea di fare dell'intera umanità una
famiglia, un programma politico grandioso a ben pensarci, ma si va anche oltre.
Ogni inimicizia è sentita come ingiusta. La natura stessa è sentita come
insufficiente, perché lì il grosso mangia il piccolo. Da qui la diserzione
verso ogni potere che, con vari pretesti e in vario grado, si presenti disumano
e il ripudio della stessa natura, in quanto disumana. La morte, la vittoria
della natura su ogni umano, rimane l'ultima nemica, è scritto. Questa la
ragione del travaglio religioso, molto serio, sui temi del fine vita, delle
cure sanitarie ai malati molto gravi nei confronti dei quali la medicina non ha
più risorse, se, quando, per decisione di chi, e a quali condizioni sospenderle,
e di ogni forma di eutanasia. Su questo il cristiano tende ad essere
irriducibile e a mettere in questione anche sé stesso. Ogni critica diventa
così autocritica. Il primato della povertà che qualche volta si afferma in
religione è questo: critica che si fa autocritica, ripudio della
sacralizzazione del potere e di ogni suo inganno, di ogni sua opera, di ogni
suo privilegio. Per misericordia ricopriamo gli ignudi, ma nudi ci presentiamo
al giudizio, tutto ripudiando, al modo di Francesco d'Assisi, fuorché la nostra
umanità misericordiosa. Il rinnovo delle promesse battesimali comprende
questo, anche se molti recitano un po' distrattamente le sue formule molto
impegnative; contiene una serie di rinunce: rinuncio,
rinuncio e ancora rinuncio.
Ora, ad esempio, dovremmo avere la forza di dire: rinunciamo
alla Palestina contesa, rinunciamo a Gerusalemme e a quelli che la tradizione
ci ha indicato come luoghi "santi", rinunciamo alla "Terra
Santa" per la quale storicamente ci siamo dati allo sterminio, chiamiamo le
cose con il loro vero nome, stato di Israele, autorità palestinese che vuole
farsi stato, e riconosciamo l'insufficienza dell'uno e dell'altra,
e in definitiva l'insufficienza dello stato nazionale a sfondo religioso, di ogni sua disumana pretesa, di ogni sua frontiera e muraglia poste a dividere ciò che ancora sarebbe capace di compassione solidale e quindi di unire, di ogni sua presuntuosa "capitale", secondo la dura lezione che la storia ci ha dato nei millenni trascorsi. Verso
gli uni e verso gli altri, rimangano solo la nostra pietà e la nostra
sollecitudine misericordiosa, nel tentativo che non si facciano troppo male,
nel tempo che sarà loro ancora necessario per imparare la lezione che noi
abbiamo appreso nella nostra lunga e orrenda storia, che si apre alla speranza,
e alla luce di una nuova Gerusalemme, quella che
immaginiamo scenderà dal Cielo alla fine dei
tempi, come dono santo, solo se è conversione all'agàpe.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli