martedì 12 dicembre 2017

Stabilità e cambiamento

Stabilità e cambiamento

  Tra il 1948 e il 1994 il sistema politico italiano ebbe una straordinaria stabilità pur assecondando il cambiamento sociale indotto da fatti economici e culturali, intesi questi ultimi come insieme di costumi e concezioni di vita. Eppure ad osservatori internazionali disattenti e poco informati, come non di rado furono i nostri alleati statunitensi, appariva incostante e precario, con governi che duravano poco, a confronto con quelli di altri stati occidentali.
  La stabilità non dipese dal sistema elettorale proporzionale che, in generale, non la favorisce, dando più potere ai piccoli partiti marginali che, spostandosi da un campo all’altro possono far crollare coalizioni dirette dai partiti più grandi. Né dalla situazione internazionale, a lungo caratterizzata dalla dura contrapposizione tra i due blocchi che facevano riferimento rispettivamente agli Stati Uniti d’America e all’Unione Sovietica. Né dalla mancanza di contrapposizioni sociali interne, che anzi vi furono e anche molto accese, in particolare negli anni ’70, quando tante cose cambiarono da noi.
  La stabilità si manifestò nel fatto che tra il 1948 e il 1994 i governi furono diretti dal partito di maggioranza relativa, vale  a dire dal partito più grosso senza raggiungere il 50% dei consensi elettorali: la Democrazia Cristiana. Questo anche quando, negli anni ’80, Presidenti del Consiglio dei ministri furono non democristiani, il repubblicano Giovanni Spadolini (dal 1981 al 1982) e il neo-socialista Bettino Craxi (dal 1983 al 1987). La Democrazia Cristiana fu una federazione di movimenti di vario orientamento accomunati dal riferimento alla dottrina sociale e ai principi democratici. Fu fondata nel 1942 da Alcide De Gasperi ed altri con lo scopo di costruire e sostenere una nuova democrazia alla caduta del fascismo mussoliniano. Si conquistò voce in capitolo su questo tema partecipando alla guerra di Resistenza collaborando con altre formazioni politiche di diverso orientamento. Anche se il partito mantenne sempre una certa autonomia in politica dalle autorità religiose, i politici democristiani, come osservato da Gianni Baget Bozzo nella sua storia del partito cristiano, ritenevano di agire in base ad un mandato,  un incarico, ricevuto da esse. L’incarico era appunto di mantenere stabile e pacifica la società italiana, consentendone però l’evoluzione nel senso indicato dalla dottrina sociale. Dato questo comune riferimento non era necessario che vi fossero capi  forti, che  comandassero in solitudine, decisori decisionisti, come li si pretende oggi. La politica era vista come un fatto collettivo. Il partito era ben consapevole di essere una coalizione unificata da un comune obiettivo e che solo  mantenendo la pace interna, con la maggior collaborazione possibile, si sarebbero potuti raggiungere gli scopi politici assegnati. Un partito così non era fatto per governare da solo, ma per coinvolgere altri nell’area di governo: ciò fu fatto fin dagli inizi, fin da quando non sarebbe neppure stato necessario. Questo corrispondeva alla visione della politica della dottrina sociale, centrata sulla collaborazione per la ricerca e attuazione del bene comune. Quando, nel 1993, si affermò l’idea di polarizzare  la politica intorno a due blocchi contrapposti in gara tra loro per il governo, come si fece con la nuova legge elettorale nell’agosto di quell’anno, non ci fu più spazio per un partito come la Democrazia Cristiana, il quale piuttosto velocemente si frammentò e finì come esperienza politica, senza lasciare eredi ma solo reduci.
  L’alternanza al governo di blocchi contrapposti era vista come un rimedio alla corruzione della politica. Il lungo controllo del governo, in tempi in cui quest’ultimo controllava direttamente o indirettamente una quota rilevante dell’economia, aveva indotto fenomeni di corruzione nei politici di governo. Più precisamente, ai partiti affluiva illecitamente una quota di quanto i privati ricavavano dai contratti pubblici. Questa quota era denominata tangente  e, come venne alla luce all’inizio degli anni ’90, divenne importante per il sostentamento economico delle complesse burocrazie di partito. La conferma venne perché, quando emersero gli scandali, appunto negli anni ’90, e improvvisamente cessarono quei finanziamenti, diversi partiti dovettero ridimensionare le proprie burocrazie e spese. Dal 1974 si era tentato di regolamentare, facendo venire alla luce attraverso documenti pubblici, le fonti di finanziamento privato dei partiti e anche si era previsto un finanziamento pubblico. Ma evidentemente ciò non era stato sufficiente. I problemi continuarono fino ad epoca recente, fino a che, nel 2013, si dispose la graduale abolizione del finanziamento pubblico, anche sotto forma di rimborso spese: l’abolizione è divenuta totale quest’anno 2017.
  L’esperienza del bipolarismo, dal 1994 al 2011, prima vigente una legge elettorale maggioritaria con quota proporzionale (maggioritario: in collegi piccoli vince chi riporta più voti)  e dal 2005 proporzionale con premio di maggioranza alla coalizione maggiore, ha segnalato che una coalizione tendeva a disfare ciò che l’altra aveva fatto, rendendo incostante e precario il sistema politico. L’unico orientamento con una certa stabilità fu quello delle politiche neoliberiste, viste come obbligate per la forza dei mercati. In questa epoca fu oggetto di contesa la stessa democrazia repubblicana disegnata nella Costituzione del 1948. Vi furono diversi tentativi di modifiche, anche molte incisive, che proseguirono fino a quella respinta da un referendum popolare nel dicembre del 2016. La necessità di modifiche costituzionali cominciò ad affermarsi nella Democrazia Cristiana nella seconda metà degli anni Ottanta, ma non divenne mai veramente parte del progetto politico del partito. In realtà le idee che a quel tempo circolarono erano molto meno ambiziose delle attuali: si pensava più che altro di favorire la governabilità, garantendo una maggioranza più ampia ad un governo la cui base parlamentare si andava riducendo anche per il venir meno del rapporto vivo con gli elettori (la crisi della politica  come allora venne percepita) e quindi  della sua legittimazione  sociale. In effetti quelli furono gli anni in cui in Occidente, e anche in Italia, si produsse una rivoluzione, quella neoliberista, per cui tutto il male sociale si vide originare dal settore pubblico e tutto il bene dal mercato e dall’impresa e i sistemi politici europei, fino ad allora prevalentemente orientati in altro senso, divennero instabili. Negli anni seguenti ciò produsse in Italia il ritiro dello Stato dall’impegno diretto nell’economia, con la dismissione e cessione a privati della gran parte delle attività d’impresa che controllava, anche quelle strategiche, vale a dire più importanti per la vita della nazione, come le Ferrovie, la produzione di energia e soprattutto le banche di proprietà pubblica, sia quelle locali, come le casse di risparmio, sia quelle nazionali, molto grandi, come la Banca Nazionale del Lavoro e il Banco di Napoli.
  La politica democristiana dovette sempre trovare spazio politico autonomo tra i tre maggiori centri di influenza sull’Italia: gli Stati Uniti d’America, il Papato, l’Unione Sovietica, alla quale a lungo il Partito Comunista Italiano rimase legato ideologicamente almeno fino alla metà degli anni ’70. La soluzione fu trovata nell’europeismo. Ne derivò una partecipazione molto attiva alla costruzione dell’Unione Europea,  perseguita dal partito fino al Trattato di Maastrich del 1992, le fondamenta dell’Unione Europea. Spesso ai nostri tempi si è persa memoria del senso di questi eventi. Si tende ad adottare l’antica visione socialista del processo di unificazione europea, visto inizialmente solo come strumento degli interessi della grande borghesia. Eppure grandi valori umanitari di origine  socialista sono stati inseriti tra quelli fondamentali dell’Unione.
  Cambiare nella stabilità: può essere considerata una contraddizione in termini. Eppure è il solo modo di cambiare le società pacificamente ed  è possibile solo in ambiente democratico, quando si condividono i principali valori umanitari. E’ questo che, fino ad epoca recente, caratterizzava la politica italiana e quella europea. Viviamo, ora,  un’epoca di crisi della democrazia, che è in primo luogo crisi dei suoi valori. Nell’ideologia del neoliberismo i valori della democrazia sono considerati ostacoli allo sviluppo. L’insufficiente formazione alla democrazia rende difficile articolare e strutturare un contrappeso, una risposta popolare. Si dà credito  a reazioni primitive, fondate su un confuso attivismo di gang, adottando il gergo e i costumi dei violenti che si pescano in giro, sul WEB, nell’aria,  convincendosi che il menar le mani e il gridare “Prima noi!” possa cambiare qualcosa.
  D’altra parte la formazione politica è poco curata dai partiti, che in questo periodo a tre mesi da elezioni politiche molto importanti, stanno facendo prevalentemente lavoro di casting, scelta dei candidati di migliore resa spettacolare, e di marketing, di costruzione di una buona proposta pubblicitaria per vendere il proprio prodotto politico. L’elettore è costretto a intuire  i loro programmi, innanzi tutto considerando come si è governato in sede locale e nazionale. I maggiori partiti politici hanno avuto esperienze di questo genere, anche quelli che, quanto al governo nazionale, sono all’opposizione. L’unica agenzia sociale che non ha mai smesso di fare formazione alla politica ad ogni livello, da quello di prossimità a quello universitario, è la Chiesa cattolica, l’unico agente politico che ancora gode di un imponente e automatico finanziamento pubblico. Se la sua vita dipendesse dalle (assolutamente insufficienti) offerte dei fedeli, come sono costretti a fare oggi i partiti politici italiani, farebbe bancarotta nel giro di poche settimane.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli