Stabilità e
cambiamento
Tra il 1948 e il 1994 il sistema politico italiano ebbe una
straordinaria stabilità pur assecondando il cambiamento sociale indotto da
fatti economici e culturali, intesi questi ultimi come insieme di costumi e concezioni
di vita. Eppure ad osservatori internazionali disattenti e poco informati, come
non di rado furono i nostri alleati statunitensi, appariva incostante e
precario, con governi che duravano poco, a confronto con quelli di altri stati
occidentali.
La stabilità non dipese dal sistema elettorale proporzionale che, in
generale, non la favorisce, dando più potere ai piccoli partiti marginali che,
spostandosi da un campo all’altro possono far crollare coalizioni dirette dai
partiti più grandi. Né dalla situazione internazionale, a lungo caratterizzata
dalla dura contrapposizione tra i due blocchi che facevano riferimento
rispettivamente agli Stati Uniti d’America e all’Unione Sovietica. Né dalla
mancanza di contrapposizioni sociali interne, che anzi vi furono e anche molto
accese, in particolare negli anni ’70, quando tante cose cambiarono da noi.
La stabilità si manifestò nel fatto che tra il 1948 e il 1994 i governi
furono diretti dal partito di maggioranza relativa, vale a dire dal partito più grosso senza
raggiungere il 50% dei consensi elettorali: la Democrazia Cristiana. Questo
anche quando, negli anni ’80, Presidenti del Consiglio dei ministri furono non
democristiani, il repubblicano Giovanni Spadolini (dal 1981 al 1982) e il neo-socialista
Bettino Craxi (dal 1983 al 1987). La Democrazia Cristiana fu una federazione di
movimenti di vario orientamento accomunati dal riferimento alla dottrina sociale
e ai principi democratici. Fu fondata nel 1942 da Alcide De Gasperi ed altri
con lo scopo di costruire e sostenere una nuova democrazia alla caduta del
fascismo mussoliniano. Si conquistò voce in capitolo su questo tema
partecipando alla guerra di Resistenza collaborando con altre formazioni
politiche di diverso orientamento. Anche se il partito mantenne sempre una certa
autonomia in politica dalle autorità religiose, i politici democristiani, come
osservato da Gianni Baget Bozzo nella sua storia del partito cristiano, ritenevano di agire in base ad un mandato, un incarico, ricevuto da esse. L’incarico era
appunto di mantenere stabile e pacifica la società italiana, consentendone però
l’evoluzione nel senso indicato dalla dottrina sociale. Dato questo comune
riferimento non era necessario che vi fossero capi forti, che comandassero in solitudine, decisori decisionisti, come li si pretende oggi. La politica era vista come
un fatto collettivo. Il partito era ben consapevole di essere una coalizione
unificata da un comune obiettivo e che solo mantenendo la pace interna, con la maggior collaborazione possibile, si
sarebbero potuti raggiungere gli scopi politici assegnati. Un partito così non
era fatto per governare da solo, ma per coinvolgere altri nell’area di governo:
ciò fu fatto fin dagli inizi, fin da quando non sarebbe neppure stato
necessario. Questo corrispondeva alla visione della politica della dottrina
sociale, centrata sulla collaborazione per la ricerca e attuazione del bene comune. Quando, nel 1993, si affermò
l’idea di polarizzare la politica intorno a due blocchi contrapposti
in gara tra loro per il governo, come si fece con la nuova legge elettorale
nell’agosto di quell’anno, non ci fu più spazio per un partito come la
Democrazia Cristiana, il quale piuttosto velocemente si frammentò e finì come
esperienza politica, senza lasciare eredi ma solo reduci.
L’alternanza al governo di blocchi contrapposti era vista come un
rimedio alla corruzione della politica. Il lungo controllo del governo, in
tempi in cui quest’ultimo controllava direttamente o indirettamente una quota
rilevante dell’economia, aveva indotto fenomeni di corruzione nei politici di
governo. Più precisamente, ai partiti affluiva illecitamente una quota di quanto i privati
ricavavano dai contratti pubblici. Questa quota era denominata tangente e, come venne alla luce all’inizio degli anni ’90,
divenne importante per il sostentamento economico delle complesse burocrazie di
partito. La conferma venne perché, quando emersero gli scandali, appunto negli
anni ’90, e improvvisamente cessarono quei finanziamenti, diversi partiti
dovettero ridimensionare le proprie burocrazie e spese. Dal 1974 si era tentato
di regolamentare, facendo venire alla luce attraverso documenti pubblici, le
fonti di finanziamento privato dei partiti e anche si era previsto un
finanziamento pubblico. Ma evidentemente ciò non era stato sufficiente. I
problemi continuarono fino ad epoca recente, fino a che, nel 2013, si dispose la graduale abolizione del finanziamento pubblico, anche sotto forma di
rimborso spese: l’abolizione è divenuta totale quest’anno 2017.
L’esperienza del bipolarismo, dal 1994 al 2011, prima vigente una legge
elettorale maggioritaria con quota proporzionale (maggioritario: in collegi
piccoli vince chi riporta più voti) e
dal 2005 proporzionale con premio di maggioranza alla coalizione maggiore, ha segnalato
che una coalizione tendeva a disfare ciò che l’altra aveva fatto, rendendo
incostante e precario il sistema politico. L’unico orientamento con una certa
stabilità fu quello delle politiche neoliberiste, viste come obbligate per la
forza dei mercati. In questa epoca fu
oggetto di contesa la stessa democrazia repubblicana disegnata nella
Costituzione del 1948. Vi furono diversi tentativi di modifiche, anche molte
incisive, che proseguirono fino a quella respinta da un referendum popolare nel dicembre del
2016. La necessità di modifiche costituzionali cominciò ad affermarsi nella
Democrazia Cristiana nella seconda metà degli anni Ottanta, ma non divenne mai
veramente parte del progetto politico del partito. In realtà le idee che a quel
tempo circolarono erano molto meno ambiziose delle attuali: si pensava più che
altro di favorire la governabilità,
garantendo una maggioranza più ampia ad un governo la cui base parlamentare si
andava riducendo anche per il venir meno del rapporto vivo con gli elettori (la
crisi della politica come allora venne percepita) e quindi della sua legittimazione
sociale. In effetti quelli furono
gli anni in cui in Occidente, e anche in Italia, si produsse una rivoluzione,
quella neoliberista, per cui tutto il male sociale si vide originare dal
settore pubblico e tutto il bene dal mercato e dall’impresa e i sistemi
politici europei, fino ad allora prevalentemente orientati in altro senso,
divennero instabili. Negli anni seguenti ciò produsse in Italia il ritiro dello
Stato dall’impegno diretto nell’economia, con la dismissione e cessione a
privati della gran parte delle attività d’impresa che controllava, anche quelle
strategiche, vale a dire più
importanti per la vita della nazione, come le Ferrovie, la produzione di
energia e soprattutto le banche di proprietà pubblica, sia quelle locali, come
le casse di risparmio, sia quelle nazionali, molto grandi, come la Banca
Nazionale del Lavoro e il Banco di Napoli.
La politica democristiana dovette sempre trovare spazio politico autonomo tra i tre maggiori
centri di influenza sull’Italia: gli Stati Uniti d’America, il Papato, l’Unione
Sovietica, alla quale a lungo il Partito Comunista Italiano rimase legato
ideologicamente almeno fino alla metà degli anni ’70. La soluzione fu trovata
nell’europeismo. Ne derivò una partecipazione molto attiva alla costruzione
dell’Unione Europea, perseguita dal
partito fino al Trattato di Maastrich del 1992, le
fondamenta dell’Unione Europea. Spesso ai nostri tempi si è persa memoria del
senso di questi eventi. Si tende ad adottare l’antica visione socialista del
processo di unificazione europea, visto inizialmente solo come strumento degli
interessi della grande borghesia. Eppure grandi valori umanitari di origine socialista sono stati inseriti tra quelli
fondamentali dell’Unione.
Cambiare nella stabilità: può essere
considerata una contraddizione in termini. Eppure è il solo modo di cambiare le
società pacificamente ed è possibile
solo in ambiente democratico, quando si condividono i principali valori
umanitari. E’ questo che, fino ad epoca recente, caratterizzava la politica
italiana e quella europea. Viviamo, ora, un’epoca di crisi della democrazia, che è in
primo luogo crisi dei suoi valori. Nell’ideologia del neoliberismo i valori della
democrazia sono considerati ostacoli allo sviluppo. L’insufficiente formazione alla
democrazia rende difficile articolare e strutturare un contrappeso, una
risposta popolare. Si dà credito a reazioni
primitive, fondate su un confuso attivismo di gang, adottando il gergo e i costumi dei violenti che si pescano in
giro, sul WEB, nell’aria, convincendosi che il menar le mani e il gridare “Prima noi!” possa cambiare qualcosa.
D’altra parte la formazione politica è poco
curata dai partiti, che in questo periodo a tre mesi da elezioni politiche
molto importanti, stanno facendo prevalentemente lavoro di casting,
scelta dei candidati di migliore resa spettacolare, e di marketing, di costruzione di una buona proposta pubblicitaria per
vendere il proprio prodotto politico. L’elettore è costretto a intuire i loro programmi, innanzi tutto considerando come
si è governato in sede locale e nazionale. I maggiori partiti politici hanno
avuto esperienze di questo genere, anche quelli che, quanto al governo
nazionale, sono all’opposizione. L’unica agenzia sociale che non ha mai smesso
di fare formazione alla politica ad ogni livello, da quello di prossimità a
quello universitario, è la Chiesa cattolica, l’unico agente politico che ancora
gode di un imponente e automatico finanziamento pubblico. Se la sua vita dipendesse
dalle (assolutamente insufficienti) offerte dei fedeli, come sono costretti a
fare oggi i partiti politici italiani, farebbe bancarotta nel giro di poche
settimane.
Mario Ardigò -
Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli