La prima volta al
voto
1. Su L’Espresso in edicola si
parla del voto dei giovani che l’anno prossimo voteranno per la prima volta.
Votai per la prima volta alle elezioni regionali del giugno 1975. Una
legge di qualche mese prima aveva abbassato la maggiore età a diciotto anni.
Il quadro politico era molto più chiaro di ora, anche se cominciava ad
evolvere velocemente. I partiti recavano nelle loro denominazioni l’indicazione
delle linee generali dei loro programmi.
Una prima distinzione che si presentava era tra partiti dell’area di
governo e partiti dell’opposizione. Tra questi ultimi vi erano i comunisti, e tra
loro il partito maggiore era il Partito Comunista Italiano, e il Movimento
Sociale Italiano. Il PCI, sebbene tra i maggiori artefici della nuova
democrazia repubblicana italiana, manteneva rapporti molto stretti con il
partito comunista sovietico, di tipo totalitario, mentre nel Movimento Sociale
Italiano si raccoglievano molti estimatori del fascismo mussoliniano e, per
questo, critici con la democrazia costituzionale instaurata nel 1948. Tuttavia,
negli anni Settanta, la polemica politica del Movimento Sociale Italiano era
prevalentemente anticomunista. Gli Stati Uniti d’America non autorizzavano l’accesso
del Partito Comunista Italiano nell’area di governo. Nel 1973 avevano sostenuto
un colpo di stato per abbattere il governo socialista cileno di Salvator
Allende. Tra i partiti dell’area di governo e i comunisti vi era una tacita
intesa per escludere il Movimento Sociale Italiano dal governo: questa intesa
definiva quello che veniva chiamato “arco costituzionale”, vale a dire i
partiti che progettato e approvato la Costituzione repubblicana italiana
entrata in vigore nel 1948, la quale aveva tra i suoi principi ideologici l’antifascismo.
Negli anni ’70 l’unico partito non antifascista era il Movimento Sociale
Italiano e questo per un buon motivo: era stato fondato storicamente da reduci
del fascismo mussoliniano. Al suo interno si dividevano due posizioni: chi
voleva affiancare la Democrazia Cristiana, il principale partito dell’area di
governo, per bloccarne lo spostamento verso i social-comunisti e chi voleva
sostituire quel partito, costituendo una Destra Nazionale.
Nell’area di governo vi erano la Democrazia Cristiana, due partiti
socialisti, il Partito repubblicano italiano
e il Partito liberale. Gli ultimi due erano partiti minori in termini di numero
di consensi elettorali, ma molto importanti per i principi ideologici
professati, che, per il Partito repubblicano risalivano direttamente a Giuseppe
Mazzini. L’attrazione dei socialisti, in particolare del Partito socialista
italiano di Pietro Nenni, nell’area di governo, quindi la costituzione del
centro-sinistra, aveva comportato un serio travaglio ideologico tra i cattolici
italiani. Era stata negoziata durante il Pontificato di Papa Giovanni 23°
(regnante dal 1958 al 1963) e nel clima
di distensione internazionale che si era vissuto all’inizio
degli anni Sessanta, dopo la risoluzione pacifica, nel 1962, di una grave crisi
internazionale tra Stati Uniti d’America e Unione Sovietica causata dall’intenzione
di quest’ultima di posizionare missili con testate atomiche a Cuba. L’artefice
del processo politico di inclusione dei partiti socialisti nell’area di governo
fu il democristiano Aldo Moro, che nel 1976 promosse un’analoga iniziativa
verso il Partito comunista italiano per superare la grave emergenza nazionale
che si stava all’epoca vivendo.
La Democrazia Cristiana era una federazione di
movimenti tra i quali quelli clericali di vario orientamento, i cattolici
liberali, i cristiano sociali. Il partito era sorto con orientamento
cattolico-democratico, quindi con un valutazione positiva del metodo e dei
valori democratici. Adottava la dottrina
sociale come parte della propria ideologia politica, ma conservava una propria
autonomia in politica, non era semplice strumento
del Papato. Era fortemente
europeista, in tal modo cercando di mantenere una posizione autonoma dal
governo statunitense, nel 1975 presieduto dal repubblicano Gerald Ford, dopo le
dimissioni, l’anno precedente, di Richard Nixon.
Alle elezioni regionali del
1975, nel Lazio il primo partito fu quello comunista. Da quell’anno e fino al
1990 i Presidenti della Regione furono socialisti, ad eccezione della
presidenza del comunista Maurizio Ferrara, tra il 1975 e il 1977. Fino al 1977.
i socialisti formarono giunte regionali con i comunisti, negli anni seguenti con partiti di centro-sinistra. Nel 1976, con
l’elezione del nuovo segretario politico Bettino Craxi, il Partito Socialista
Italiano si era andato progressivamente distanziando dai comunisti.
Nel panorama politico degli anni ’70 l’orientamento
politico neo-liberista, oggi prevalente, era espresso solo dal piccolo Partito
Liberale Italiano, il partito preferito da diversi esponenti della grande
borghesia italiana di allora.
2. Ai tempi nostri il panorama politico si è fatto molto più
confuso. Le aggregazioni politiche si formano o vengono radicalmente
ristrutturate in prossimità delle elezioni ed è in questo periodo che si
preparano i programmi, che in realtà
sono spesso poco più che manifesti pubblicitari. Si è indebolito il contatto vivo con una base
popolare, ragione per cui i partiti cercano di convincere gli elettori con
tecniche di marketing, dirette non a coinvolgere in un impegno politico ma,
più che altro, a far tracciare un segno nel posto giusto su una scheda al
momento giusto, il giorno delle elezioni. D’altra parte la gente rifugge l’impegno
politico, sia perché riesce a capirci poco sia perché lo ritiene una perdita di
tempo. Alla fine può prevalere l’idea di tirare un tiro mancino a chi comanda e
che scoccia con tutta questa politica, mentre in realtà, si pensa, mira a fare
solo gli interessi propri. Questa è l’anti-politica.
I partiti ne prendono atto e strutturano in maniera corrispondente le proprie
campagne elettorali, proponendo un prodotto politico “anti”. Questo richiede la costruzione di un nemico. I preferiti di
questi tempi sono gli immigrati: non votano, ce la si può prendere
tranquillamente con loro. Oppure ci si dichiara genericamente anti- tasse, che sono sgradite a tutti
quelli che dovrebbero pagarle. Insomma anti-qualcosa. Ad esempio anti-Merkel, anti-Euro o, addirittura, anti-Europa.
Mi pare che pochi si propongano il buon
governo, che era al centro della propaganda elettorale del Partito
Comunista Italiano negli anni Settanta e Ottanta. I comunisti di allora
presentavano i risultati di buon governo ottenuti nelle Regioni da loro governate
e proponevano di estenderli a tutta Italia. Dagli anni ’80 posero al centro
della loro proposta politica la questione morale, vale a dire un’azione di
governo virtuosa e disinteressata, e questo mentre nell’area di governo si
cominciavano a manifestare i segni di un’ingravescente corruzione della
politica, che poi venne clamorosamente alla luce nel decennio seguente. La
proposta di una politica virtuosa mi parve lasciare tiepidi gli italiani, così
come anche ora mi pare accadere.
Il tema più rilevante della politica italiana di oggi è quello della
politica economica o del modello di
sviluppo. Si tratta di decidere se proseguire nelle politiche neo-liberiste
che sono state attuate dagli anni ’90 o se cambiare registro. Cambiare
significherebbe più Stato e quindi più tasse, più regole, più oneri sociali per i più ricchi e, in particolare, per le
imprese. Assumere un lavoratore e
acquistare una macchina sono la stessa cosa? Quando non servono più li si può buttare? Per il neo-liberismo, sì. Ma, e
questo è un punto che bisogna capire bene, non è possibile cambiare le
politiche neo-liberiste se i consumatori rimangono orientati verso di esse e
quindi, ad esempio, hanno stili di vita e di consumo del tipo di quelli
criticati dal Papa nell’enciclica Laudato
si’ come “supersviluppo
dissipatore e consumistico” e non pongono tanta
attenzione alla sofferenza sociale che c’è nei prodotti che acquistano, purché
funzionino e costino poco. Un caso: i pomodori che acquistiamo. Si legge che sono stati raccolti con lavoro
schiavo, di immigrati senza riconoscimento che quindi devono nascondersi e che
per questo sono nelle mani di chi li assume, come nessun lavoratore dovrebbe
mai essere. Saremmo disposto a pagarli il doppio, purché frutto di un lavoro
degno? Questa è la sostanza della politica: impegno. Il resto sono solo
chiacchiere del tipo di quelle impiegate a dosi industriali nel marketing
per prendere per il naso chi vuole
essere preso per il naso.
Poniamo che uno decida che il modello di
sviluppo che si è seguito finora va bene: la sua scelta è facile perché quasi
tutti i partiti politici e quasi tutti i candidati si propongono di seguirlo. Basterà che si assicuri che nel manifesto politico della formazione prescelta vi sia lo slogan "Meno tasse!". Chi la pensa diversamente dovrà faticare di più. Un criterio che può essere adottato
è quello di individuare in ogni proposta politica e nel profilo dei candidati
quanto c’è della dottrina sociale proposta nell’enciclica Laudato si’, la quale sicuramente contrasta con il neo-liberismo.
Essa propone la via della virtù, che significa in primo luogo contrastare la
disumanizzazione dell’economia. Difficilmente si troverà un programma politico
che l’accolga per intero, ma chi si convinca del suo valore potrà preferire i
progetti politici che ne siano maggiormente pervasi.
Mario Ardigò -
Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli