domenica 10 dicembre 2017

Mettere in dubbio modelli di sviluppo, produzione e consumo significa mettere in dubbio noi stessi

Mettere in dubbio modelli di sviluppo, produzione e consumo significa mettere in dubbio noi stessi

[Dall’enciclica Laudato si,  del 2015, di papa Francesco]
Il paradigma tecnocratico tende ad esercitare il proprio dominio anche sull’economia e sulla politica. L’economia assume ogni sviluppo tecnologico in funzione del profitto, senza prestare attenzione a eventuali conseguenze negative per l’essere umano. La finanza soffoca l’economia reale. Non si è imparata la lezione della crisi finanziaria mondiale e con molta lentezza si impara quella del deterioramento ambientale. In alcuni circoli si sostiene che l’economia attuale e la tecnologia risolveranno tutti i problemi ambientali, allo stesso modo in cui si afferma, con un linguaggio non accademico, che i problemi della fame e della miseria nel mondo si risolveranno semplicemente con la crescita del mercato. Non è una questione di teorie economiche, che forse nessuno oggi osa difendere, bensì del loro insediamento nello sviluppo fattuale dell’economia. Coloro che non lo affermano con le parole lo sostengono con i fatti, quando non sembrano preoccuparsi per un giusto livello della produzione, una migliore distribuzione della ricchezza, una cura responsabile dell’ambiente o i diritti delle generazioni future. Con il loro comportamento affermano che l’obiettivo della massimizzazione dei profitti è sufficiente. Il mercato da solo però non garantisce lo sviluppo umano integrale e l’inclusione sociale.  Nel frattempo, abbiamo una «sorta di supersviluppo dissipatore e consumistico che contrasta in modo inaccettabile con perduranti situazioni di miseria disumanizzante»,  mentre non si mettono a punto con sufficiente celerità istituzioni economiche e programmi sociali che permettano ai più poveri di accedere in modo regolare alle risorse di base. Non ci si rende conto a sufficienza di quali sono le radici più profonde degli squilibri attuali, che hanno a che vedere con l’orientamento, i fini, il senso e il contesto sociale della crescita tecnologica ed economica.
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E’ la stessa logica “usa e getta” che produce tanti rifiuti solo per il desiderio disordinato di consumare più di quello di cui realmente si ha bisogno. E allora non possiamo pensare che i programmi politici o la forza della legge basteranno ad evitare i comportamenti che colpiscono l’ambiente, perché quando è la cultura che si corrompe e non si riconosce più alcuna verità oggettiva o principi universalmente validi, le leggi verranno intese solo come imposizioni arbitrarie e come ostacoli da evitare.
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Dal momento che tutto è intimamente relazionato e che gli attuali problemi richiedono uno sguardo che tenga conto di tutti gli aspetti della crisi mondiale, propongo di soffermarci adesso a riflettere sui diversi elementi di una ecologia integrale, che comprenda chiaramente le dimensioni umane e sociali. L’ecologia studia le relazioni tra gli organismi viventi e l’ambiente in cui si sviluppano. Essa esige anche di fermarsi a pensare e a discutere sulle condizioni di vita e di sopravvivenza di una società, con l’onestà di mettere in dubbio modelli di sviluppo, produzione e consumo. Non è superfluo insistere ulteriormente sul fatto che tutto è connesso.
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“Sono sempre gli stessi”, sento dire dei politici di professione. Ma non è proprio così. Nella 17° Legislatura, nel Parlamento eletto nel 2013, il 64% dei parlamentari venne sostituito. La percentuale di donne passò dal 21 al 31%, L’età media dei parlamentari, 48 anni, è stata la più giovane nella storia della Repubblica.  I presidenti della Camera dei Deputati e del Senato sono state persone che non avevano mai fatto politica prima. Sono stati Presidenti del Consiglio Gianni Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni Silveri, che non lo erano mai stati prima: il secondo non era nemmeno parlamentare. C’erano buone premesse per cambiare molte cose e in effetti molte cose sono state cambiate, ma, in un certo senso, per quanto riguarda i fatti dell’economia, quelli dai quali dipende il benessere di tutti, in una linea di continuità che possiamo far iniziare dagli anni ’90. Sulle questioni dei diritti civili è stato diverso. E 526 parlamentari (su circa 900) hanno cambiato partito.
  Non sono stati messi in questione il nostro modello di sviluppo, produzione e consumo e le soluzioni alle crisi cicliche e strutturali dell’economia. I rimedi sono stati sostanzialmente in linea con l’ideologia neo-liberista che si è affermata in Occidente dagli anni ’80, in particolare per impulso del presidente statunitense Ronald Reagan (in carica dal 1981 al 1989) e del primo ministro britannico Margaret Thatcher (in carica dal 1979 al 1990). Si pensa che le imprese private producano anche ricchezza sociale purché non siano gravate di oneri sociali e regole pubbliche: lo slogan dei neo-liberisti in economia è quindi “Meno tasse! Meno Stato!”.  Tra gli oneri e le regole sociali vi sono le tutele dei lavoratori dipendenti quanto a retribuzione, stabilità del posto di lavoro, sicurezza sul lavoro.  In tutti questi campi in Italia si è registrato un marcato peggioramento per i lavoratori. “Meno tasse” da noi ha significato finora più sgravi fiscali, quindi riduzione delle tasse che sarebbero state dovute, ma vi  è chi propone di seguire la via del presidente statunitense Donald Trump, con un forte taglio dell’aliquota massima. Significherebbe molte meno risorse per le attività pubbliche. Si pensa, allora, di fare debiti pubblici, di lavorare come si dice in deficit: gli obblighi, anche costituzionali, di equilibro del bilancio lasciano però poco o nessun margine. L’art. 81 della Costituzione prescrive “1.Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico. 2.Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta  dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali.”  Regole analoghe sono state fissate dall’Unione Europea. L’indebitamento pubblico che si propone per far fronte alla riduzione della risorse per il taglio delle tasse non sarebbe collegato ad eventi eccezionali, ma sarebbe strutturale: ci è vietato. E poi: chi beneficia delle iniziative pubbliche? Tutti, anche quelli che si avvantaggerebbero  del taglio delle tasse, che, tra l’altro, favorirebbe maggiormente i più ricchi, i quali risparmierebbero di più. Dunque: debiti pubblici per dare più ricchezza e benefici pubblici ai più ricchi. Si pensa che poi la ricchezza dei più ricchi sgocciolerebbe  verso il basso: l’esperienza degli Stati Uniti d’America dimostra l’infondatezza di questa previsione. Arricchendo i più ricchi e riducendo i loro oneri sociali si otterrà una classe di super ricchi e l’impoverimento progressivo del resto della popolazione. Anche in Italia è avvenuto proprio questo, sono aumentate le diseguaglianze, come hanno registrato economisti e sociologi, anche se in modo meno intenso che negli Stati Uniti d’America, perché la  cura   è stata meno radicale.
  L’economista statunitense Milton Friedman (1912-2006), caposcuola degli economisti neoliberisti, sosteneva che, al prodursi di una crisi, chi deve porvi rimedio sceglie tra le idee che circolano in giro e, dall’inizio degli anni ’90, i rimedi in circolazione sono stati sostanzialmente solo quelli neo-liberisti.
 «Il mercato da solo però non garantisce lo sviluppo umano integrale e l’inclusione sociale.  Nel frattempo, abbiamo una sorta di supersviluppo dissipatore e consumistico che contrasta in modo inaccettabile con perduranti situazioni di miseria disumanizzante», scrive il Papa nell’enciclica Laudato si’, ne brano che ho sopra citato. Ma il supersviluppo dissipatore e consumistico  ha molti consensi tra noi, a tutti i livelli della nostra popolazione. Chi accetta veramente di metterlo in dubbio, come propone il Papa? Molti dei nostri problemi derivano dai nostri stessi stili di vita. Non andiamo tanto per il sottile con quello che compriamo, purché funzioni e costi poco: non guardiamo a quanta sofferenza sociale ingloba. Ci siamo abituati a far compere la domenica, senza scandalizzarci che ci siano lavoratori indotti a lavorare nel nostro giorno santo, che dovrebbe essere dedicato al riposo. Compriamo merce su internet e ce la facciamo portare a casa da trafelati corrieri, senza chiederci quanto sono pagati (poco) e che ne è delle loro vite con i ritmi di lavoro che hanno. Ma prima poi tocca anche a  noi subire il duro giogo sul lavoro, con ritmi troppo faticosi, sorveglianza ossessiva e lo scoraggiamento dell’attività sindacale, l’unica vera forza del lavoratore. Il nostro consumismo opprime, ma, alla fine, anche ci opprime. Questo è appunto quel modello di sviluppo che il Papa ci invita a mettere in dubbio.
  Se questo modello di sviluppo ha tanto consenso tra la gente, non deve meravigliare se, nonostante un forte ricambio della classe politica che si è prodotto nel 2013, tutto in economia è andato avanti più o meno nella stessa direzione.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli