Mettere in dubbio modelli di sviluppo, produzione e consumo significa
mettere in dubbio noi stessi
[Dall’enciclica Laudato si, del 2015, di
papa Francesco]
Il paradigma tecnocratico tende ad esercitare il
proprio dominio anche sull’economia e sulla politica. L’economia assume ogni
sviluppo tecnologico in funzione del profitto, senza prestare attenzione a
eventuali conseguenze negative per l’essere umano. La finanza soffoca
l’economia reale. Non si è imparata la lezione della crisi finanziaria mondiale
e con molta lentezza si impara quella del deterioramento ambientale. In alcuni circoli si sostiene che
l’economia attuale e la tecnologia risolveranno tutti i problemi ambientali,
allo stesso modo in cui si afferma, con un linguaggio non accademico, che i
problemi della fame e della miseria nel mondo si risolveranno semplicemente con
la crescita del mercato. Non è una
questione di teorie economiche, che forse nessuno oggi osa difendere, bensì del
loro insediamento nello sviluppo fattuale dell’economia. Coloro che non lo
affermano con le parole lo sostengono con i fatti, quando non sembrano
preoccuparsi per un giusto livello della produzione, una migliore distribuzione
della ricchezza, una cura responsabile dell’ambiente o i diritti delle
generazioni future. Con il loro comportamento affermano che l’obiettivo della
massimizzazione dei profitti è sufficiente. Il mercato da solo però non
garantisce lo sviluppo umano integrale e l’inclusione sociale. Nel
frattempo, abbiamo una «sorta di supersviluppo dissipatore e consumistico che
contrasta in modo inaccettabile con perduranti situazioni di miseria
disumanizzante», mentre non si mettono a punto con sufficiente celerità
istituzioni economiche e programmi sociali che permettano ai più poveri di
accedere in modo regolare alle risorse di base. Non ci si rende conto a
sufficienza di quali sono le radici più profonde degli squilibri attuali, che
hanno a che vedere con l’orientamento, i fini, il senso e il contesto sociale
della crescita tecnologica ed economica.
[…]
E’ la stessa logica “usa e getta” che produce
tanti rifiuti solo per il desiderio disordinato di consumare più di quello di
cui realmente si ha bisogno. E allora non possiamo pensare che i programmi
politici o la forza della legge basteranno ad evitare i comportamenti che
colpiscono l’ambiente, perché quando è la cultura che si corrompe e non si
riconosce più alcuna verità oggettiva o principi universalmente validi, le
leggi verranno intese solo come imposizioni arbitrarie e come ostacoli da
evitare.
[…]
Dal momento che tutto è intimamente relazionato e
che gli attuali problemi richiedono uno sguardo che tenga conto di tutti gli
aspetti della crisi mondiale, propongo di soffermarci adesso a riflettere sui
diversi elementi di una ecologia integrale, che comprenda
chiaramente le dimensioni umane e sociali. L’ecologia studia le relazioni tra
gli organismi viventi e l’ambiente in cui si sviluppano. Essa esige anche di
fermarsi a pensare e a discutere sulle condizioni di vita e di sopravvivenza di
una società, con l’onestà di mettere in
dubbio modelli di sviluppo, produzione e consumo. Non è superfluo insistere
ulteriormente sul fatto che tutto è connesso.
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“Sono sempre gli stessi”, sento dire dei politici di professione. Ma non è
proprio così. Nella 17° Legislatura, nel Parlamento eletto nel 2013, il 64% dei
parlamentari venne sostituito. La percentuale di donne passò dal 21 al 31%, L’età
media dei parlamentari, 48 anni, è stata la più giovane nella storia della
Repubblica. I presidenti della Camera
dei Deputati e del Senato sono state persone che non avevano mai fatto politica
prima. Sono stati Presidenti del Consiglio Gianni Letta, Matteo Renzi e Paolo
Gentiloni Silveri, che non lo erano mai stati prima: il secondo non era nemmeno
parlamentare. C’erano buone premesse per cambiare molte cose e in effetti molte
cose sono state cambiate, ma, in un certo senso, per quanto riguarda i fatti
dell’economia, quelli dai quali dipende il benessere di tutti, in una linea di
continuità che possiamo far iniziare dagli anni ’90. Sulle questioni dei
diritti civili è stato diverso. E 526 parlamentari (su circa 900) hanno
cambiato partito.
Non sono
stati messi in questione il nostro modello di sviluppo, produzione e consumo e
le soluzioni alle crisi cicliche e strutturali dell’economia. I rimedi sono
stati sostanzialmente in linea con l’ideologia neo-liberista che si è affermata
in Occidente dagli anni ’80, in particolare per impulso del presidente statunitense
Ronald Reagan (in carica dal 1981 al 1989) e del primo ministro britannico
Margaret Thatcher (in carica dal 1979 al 1990). Si pensa che le imprese private
producano anche ricchezza sociale purché non siano gravate di oneri sociali e
regole pubbliche: lo slogan dei neo-liberisti in economia è quindi “Meno tasse! Meno Stato!”. Tra gli oneri e le regole sociali vi sono le
tutele dei lavoratori dipendenti quanto a retribuzione, stabilità del posto di
lavoro, sicurezza sul lavoro. In tutti
questi campi in Italia si è registrato un marcato peggioramento per i
lavoratori. “Meno tasse” da noi ha
significato finora più sgravi fiscali, quindi riduzione delle tasse che
sarebbero state dovute, ma vi è chi propone
di seguire la via del presidente statunitense Donald Trump, con un forte taglio
dell’aliquota massima. Significherebbe molte meno risorse per le attività
pubbliche. Si pensa, allora, di fare debiti pubblici, di lavorare come si dice
in deficit: gli obblighi, anche
costituzionali, di equilibro del bilancio lasciano però poco o nessun margine.
L’art. 81 della Costituzione prescrive “1.Lo
Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio,
tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico.
2.Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli
effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a
maggioranza assoluta dei rispettivi
componenti, al verificarsi di eventi eccezionali.” Regole analoghe sono state fissate dall’Unione
Europea. L’indebitamento pubblico che si propone per far fronte alla riduzione
della risorse per il taglio delle tasse non sarebbe collegato ad eventi
eccezionali, ma sarebbe strutturale: ci è vietato. E poi: chi beneficia delle
iniziative pubbliche? Tutti, anche quelli che si avvantaggerebbero del taglio delle tasse, che, tra l’altro,
favorirebbe maggiormente i più ricchi, i quali risparmierebbero di più. Dunque:
debiti pubblici per dare più ricchezza e benefici pubblici ai più ricchi. Si
pensa che poi la ricchezza dei più ricchi sgocciolerebbe
verso il basso: l’esperienza degli
Stati Uniti d’America dimostra l’infondatezza di questa previsione. Arricchendo
i più ricchi e riducendo i loro oneri sociali si otterrà una classe di super
ricchi e l’impoverimento progressivo del resto della popolazione. Anche in
Italia è avvenuto proprio questo, sono aumentate le diseguaglianze, come hanno registrato economisti e sociologi, anche
se in modo meno intenso che negli Stati Uniti d’America, perché la cura è stata meno radicale.
L’economista statunitense Milton Friedman
(1912-2006), caposcuola degli economisti neoliberisti, sosteneva che, al
prodursi di una crisi, chi deve porvi rimedio sceglie tra le idee che circolano
in giro e, dall’inizio degli anni ’90, i rimedi in circolazione sono stati
sostanzialmente solo quelli neo-liberisti.
«Il mercato da solo però non garantisce lo
sviluppo umano integrale e l’inclusione sociale. Nel frattempo, abbiamo
una sorta di supersviluppo dissipatore e consumistico che contrasta in modo
inaccettabile con perduranti situazioni di miseria disumanizzante», scrive
il Papa nell’enciclica Laudato si’, ne brano che ho sopra citato. Ma il supersviluppo dissipatore e consumistico ha molti consensi tra noi, a tutti i livelli
della nostra popolazione. Chi accetta veramente di metterlo in dubbio, come
propone il Papa? Molti dei nostri problemi derivano dai nostri stessi stili di
vita. Non andiamo tanto per il sottile con quello che compriamo, purché
funzioni e costi poco: non guardiamo a quanta sofferenza sociale ingloba. Ci
siamo abituati a far compere la domenica, senza scandalizzarci che ci siano
lavoratori indotti a lavorare nel nostro giorno santo, che dovrebbe essere
dedicato al riposo. Compriamo merce su internet e ce la facciamo portare a casa
da trafelati corrieri, senza chiederci quanto sono pagati (poco) e che ne è
delle loro vite con i ritmi di lavoro che hanno. Ma prima poi tocca anche
a noi subire il duro giogo sul lavoro,
con ritmi troppo faticosi, sorveglianza ossessiva e lo scoraggiamento dell’attività
sindacale, l’unica vera forza del lavoratore. Il nostro consumismo opprime, ma,
alla fine, anche ci opprime. Questo è
appunto quel modello di sviluppo che il Papa ci invita a mettere in dubbio.
Se questo
modello di sviluppo ha tanto consenso tra la gente, non deve meravigliare se,
nonostante un forte ricambio della classe politica che si è prodotto nel 2013,
tutto in economia è andato avanti più o meno nella stessa direzione.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente
papa - Roma, Monte Sacro, Valli