sabato 9 dicembre 2017

La triste situazione del lavoro dipendente in Italia

La triste situazione del lavoro dipendente in Italia


 Un politico affidabile distinguerà bene i nuovi posti di lavoro  dai posti di lavoro in più. Non sono la stessa cosa.
 Un nuovo  posto di lavoro è un nuovo contratto di lavoro dipendente. Non significa però necessariamente un lavoratore in più. Può trattarsi del medesimo lavoratore che perde un posto di lavoro e ne trova un altro. E' la differenza tra i posti di lavoro nuovi  e quelli persi che fa la differenza e segna il successo di una politica per l'aumento dell'occupazione, per capire se ha prodotto posti di lavoro in più. Ma è anche molto importante il numero complessivo dei lavoratori. E non è detto che il nuovo  posto di lavoro sia equivalente a quello perso, ad esempio nel caso che il primo sia tempo determinato, quindi precario, e l’altro fosse a tempo indeterminato, senza fissazione di una scadenza, quindi più stabile. Nel nostro diritto del lavoro, ai tempi nostri, un rapporto di lavoro a tempo indeterminato nel settore privato non significa che sia un rapporto che possa  essere sciolto dal datore di lavoro con particolari difficoltà. Salvo che in pochi casi molto circoscritti e per i rapporti di lavoro conclusi vigente la vecchia normativa, anche nel caso di rapporto di lavoro a tempo indeterminato si può licenziare, pagando una penale. E i giudici non hanno il potere di imporre al datore di lavoro di far tornare a lavorare il lavoratore licenziato ingiustamente. Lo consente una legge sul lavoro entrata in vigore nel 2015. Con essa sono stati resi meno stabili i rapporti di lavoro a tempo indeterminato, per incentivare l’occupazione. Questo però, dicono le statistiche che sotto riporto, da La Repubblica, di ieri, nel 2017 si prevede che vi saranno circa diecimila rapporti di lavoro a tempo indeterminato in meno. Nel 2015 e 2016 era andata meglio perché, insieme alle modifiche delle tutele del rapporto di lavoro, erano previsti ulteriori incentivi pubblici per chi assumeva, che ora sono finiti.
 Nel 2014, poi, un’altra legge aveva consentito di concludere contratti di lavoro a tempo determinato con più libertà, senza dover indicare espressamente il motivo per cui si sceglieva questa forma.  Ora si osserva un forte aumento di questi tipi di contratti, precari in quanto a termine. Riferisce l’articolo qui sotto che il Ministero del lavoro ha calcolato che nel terzo trimestre del 2007, su quasi 2,8 milioni di  nuovi  contratti, 2 milioni circa sono a termine, precari, e meno di mezzo milione quelli a tempo indeterminato.
 Quanti dei nuovi  rapporti di lavoro, a tempo indeterminato con le nuove regole e a tempo determinato, sono la trasformazione di precedenti rapporti a tempo indeterminato con le vecchie regole, quindi più stabili? In altre parole: quanti lavoratori sono passati da rapporti di lavoro più stabile a rapporti meno stabili o precari?
 Si osserva nell’articolo qui sotto: “Ci sono ancora quasi 3 milioni di disoccupati, l’11,2%. E il tasso di occupazione al 58% è tra i più bassi d’Europa, dove il tasso medio è al 71,1%. E alimentato da mesi ormai quasi esclusivamente da occupazioni precarie. Come i 79 mila posti creati tra luglio e settembre sul trimestre precedente: il risultato, dice ancora l’ISTAT, di 101 a tempo, indeterminati stazionari e autonomi in calo”.
  Le politiche del lavoro dal 2014 non possono essere presentate quindi in termini trionfalistici da un politico affidabile. Può essere che si sia fatto il possibile e che non si potesse fare di più. Ma certamente il risultato è quello che è, sostanzialmente negativo in termini di aumento dell’occupazione totale e, soprattutto, di tipi di occupazione, in quanto, nei  nuovi posti,  tendono a prevalere quelli meno stabili, a termine.  Un rapporto di lavoro a termine è meglio che nulla, può osservarsi, ma impedisce di fare progetti a lunga scadenza, ad esempio di progettare una famiglia con figli, che richiede impegni di spesa onerosi nel tempo. Questa situazione non è l’ideale, in particolare sotto il profilo della dottrina sociale, che prescrive sicurezza sociale per il lavoro e per le famiglie. Bisognerebbe riconoscerla come insufficiente e proporsi realisticamente di migliorarla. Uno che la presenti, invece, in termini propagandistici, come un successo di certe politiche del lavoro, difficilmente lo farà e, probabilmente proseguirà sulla strada del passato, confidando che rapporti di lavoro meno stabili incentivino l’occupazione e che, alla fine, tutti ne beneficeranno, datori di lavoro e lavoratori. Può prevedere che la lunga fase recessiva che dura dal 2008 stia  per finire e che, dunque, alla scadenza dei contratti di lavoro a termine, se ne potranno concludere altri. E’, questa, l’opinione del neo-liberismo economico, che dai tempi del presidente federale statunitense Ronald Reagan, negli anni ’80, all’attuale presidente Donald Trump è stata proposta come la medicina per i sistemi sociali ed economici in crisi. Difficilmente però un candidato politico da noi mostrerà di abbracciarla integralmente sotto elezioni: si fanno quindi di solito molti distinguo. Ad esempio, si dichiara di apprezzare le politiche economiche di Trump, ma… Posizioni ambigue e non convincenti. Alla fine il rischio è che ci si butti dalla parte del più forte, per una via che è sempre agevole  e invitante, a discapito degli altri dopo averli indotti a tracciare un segno nel posto giusto sulla scheda elettorale.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli