La triste situazione del lavoro dipendente in Italia
Un politico affidabile distinguerà bene i nuovi posti di lavoro dai posti
di lavoro in più. Non sono la stessa cosa.
Un nuovo
posto di lavoro è un nuovo contratto di lavoro dipendente.
Non significa però necessariamente un lavoratore
in più. Può trattarsi del medesimo lavoratore che perde un posto di lavoro
e ne trova un altro. E' la differenza tra i posti di lavoro nuovi e quelli persi che fa la differenza e segna il successo di una politica per l'aumento dell'occupazione, per capire se ha prodotto posti di lavoro in più. Ma è anche molto importante il numero complessivo dei lavoratori. E non è detto che il nuovo
posto di lavoro sia equivalente a
quello perso, ad esempio nel caso che il primo sia tempo determinato, quindi precario, e l’altro fosse a tempo
indeterminato, senza fissazione di una scadenza, quindi più stabile. Nel nostro
diritto del lavoro, ai tempi nostri, un rapporto di lavoro a tempo
indeterminato nel settore privato non significa che sia un rapporto che possa essere sciolto dal datore di lavoro con
particolari difficoltà. Salvo che in pochi casi molto circoscritti e per i
rapporti di lavoro conclusi vigente la vecchia normativa, anche nel caso di
rapporto di lavoro a tempo indeterminato si può licenziare, pagando una penale.
E i giudici non hanno il potere di imporre al datore di lavoro di far tornare a
lavorare il lavoratore licenziato ingiustamente. Lo consente una legge sul
lavoro entrata in vigore nel 2015. Con essa sono stati resi meno stabili i
rapporti di lavoro a tempo indeterminato, per incentivare l’occupazione. Questo
però, dicono le statistiche che sotto riporto, da La Repubblica, di ieri, nel 2017 si prevede che vi saranno circa
diecimila rapporti di lavoro a tempo indeterminato in meno. Nel 2015 e 2016 era
andata meglio perché, insieme alle modifiche delle tutele del rapporto di
lavoro, erano previsti ulteriori incentivi pubblici per chi assumeva, che ora
sono finiti.
Nel 2014, poi, un’altra legge aveva consentito
di concludere contratti di lavoro a tempo determinato con più libertà, senza
dover indicare espressamente il motivo per cui si sceglieva questa forma. Ora si osserva un forte aumento di questi
tipi di contratti, precari in quanto a termine. Riferisce l’articolo qui sotto che
il Ministero del lavoro ha calcolato che nel terzo trimestre del 2007, su quasi
2,8 milioni di nuovi contratti, 2 milioni circa sono a termine,
precari, e meno di mezzo milione quelli a tempo indeterminato.
Quanti dei nuovi
rapporti di lavoro, a tempo
indeterminato con le nuove regole e a tempo determinato, sono la trasformazione
di precedenti rapporti a tempo indeterminato con le vecchie regole, quindi più
stabili? In altre parole: quanti lavoratori sono passati da rapporti di lavoro
più stabile a rapporti meno stabili o precari?
Si osserva nell’articolo qui sotto: “Ci sono ancora quasi 3 milioni di
disoccupati, l’11,2%. E il tasso di occupazione al 58% è tra i più bassi d’Europa,
dove il tasso medio è al 71,1%. E alimentato da mesi ormai quasi esclusivamente
da occupazioni precarie. Come i 79 mila posti creati tra luglio e settembre sul
trimestre precedente: il risultato, dice ancora l’ISTAT, di 101 a tempo,
indeterminati stazionari e autonomi in calo”.
Le politiche del lavoro dal 2014 non possono
essere presentate quindi in termini trionfalistici da un politico affidabile.
Può essere che si sia fatto il possibile e che non si potesse fare di più. Ma
certamente il risultato è quello che è, sostanzialmente negativo in termini di
aumento dell’occupazione totale e, soprattutto, di tipi di occupazione, in
quanto, nei nuovi posti, tendono a prevalere quelli meno stabili, a termine. Un rapporto di lavoro a termine è meglio che
nulla, può osservarsi, ma impedisce di fare progetti a lunga scadenza, ad
esempio di progettare una famiglia con figli, che richiede impegni di spesa
onerosi nel tempo. Questa situazione non è l’ideale, in particolare sotto il
profilo della dottrina sociale, che prescrive sicurezza sociale per il lavoro e
per le famiglie. Bisognerebbe riconoscerla come insufficiente e proporsi
realisticamente di migliorarla. Uno che la presenti, invece, in termini
propagandistici, come un successo di certe politiche del lavoro, difficilmente
lo farà e, probabilmente proseguirà sulla strada del passato, confidando che
rapporti di lavoro meno stabili incentivino l’occupazione e che, alla fine,
tutti ne beneficeranno, datori di lavoro e lavoratori. Può prevedere che la
lunga fase recessiva che dura dal 2008 stia
per finire e che, dunque, alla scadenza dei contratti di lavoro a
termine, se ne potranno concludere altri. E’, questa, l’opinione del
neo-liberismo economico, che dai tempi del presidente federale statunitense
Ronald Reagan, negli anni ’80, all’attuale presidente Donald Trump è stata
proposta come la medicina per i sistemi sociali ed economici in crisi.
Difficilmente però un candidato politico da noi mostrerà di abbracciarla
integralmente sotto elezioni: si fanno quindi di solito molti distinguo. Ad
esempio, si dichiara di apprezzare le politiche economiche di Trump, ma… Posizioni ambigue e non convincenti.
Alla fine il rischio è che ci si butti dalla parte del più forte, per una via
che è sempre agevole e invitante, a
discapito degli altri dopo averli indotti a tracciare un segno nel posto giusto
sulla scheda elettorale.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

