Perdenti
No a
un’economia dell’esclusione
53. Così come il comandamento “non
uccidere” pone un limite chiaro per assicurare il valore della vita umana, oggi
dobbiamo dire “no a un’economia dell’esclusione e della inequità [1]”. Questa
economia uccide. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia
assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di
due punti in borsa. Questo è esclusione. Non si può più tollerare il fatto che
si getti il cibo, quando c’è gente che soffre la fame. Questo è inequità. Oggi
tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il
potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi
masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza
prospettive, senza vie di uscita. Si considera l’essere umano in se stesso come
un bene di consumo, che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla
cultura dello “scarto” che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più
semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di
qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice,
l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta
nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli
esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”.
54. In questo contesto, alcuni
ancora difendono le teorie della “ricaduta favorevole”, che presuppongono che
ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per
sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. Questa opinione, che non
è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua
nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi
sacralizzati del sistema economico imperante. Nel frattempo, gli esclusi
continuano ad aspettare. Per poter sostenere uno stile di vita che esclude gli
altri, o per potersi entusiasmare con questo ideale egoistico, si è sviluppata
una globalizzazione dell’indifferenza. Quasi senza accorgercene, diventiamo
incapaci di provare compassione dinanzi al grido di dolore degli altri, non
piangiamo più davanti al dramma degli altri né ci interessa curarci di loro,
come se tutto fosse una responsabilità a noi estranea che non ci compete. La
cultura del benessere ci anestetizza e perdiamo la calma se il mercato offre
qualcosa che non abbiamo ancora comprato, mentre tutte queste vite stroncate
per mancanza di possibilità ci sembrano un mero spettacolo che non ci turba in
alcun modo.
[Dall’esortazione
apostolica Evangelii Gaudium - La gioia
del Vangelo, diffusa da papa Francesco nel 2013]
(1) inequità [così nel testo italiano dell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium diffuso da Libreria Editrice Vaticana. Neologismo
dallo spagnolo. Nel testo inglese è reso con inequality (=ineguaglianza - nell'inglese il termine è spesso
implicitamente associato all'idea di ingiustizia). Nel testo spagnolo, lingua
nella quale il documento è stato verosimilmente pensato, si legge inequidad, da cui verosimilmente
il neologismo italiano: in un dizionario spagnolo si definisce "El concepto de inequidad se ha considerado sinónimo
del concepto de desigualdad. Es fundamental diferenciar estos dos conceptos.
Mientras desigualdad implica diferencia entre individuos o grupos de población,
inequidad representa la calificación de esta diferencia como injusta…";
quindi "disuguaglianza
ingiusta".]
La soluzione
proposta dai fautori del liberismo economico, quelli che hanno per slogan “Meno tasse!, Meno stato!” è di consentire ai più ricchi di arricchirsi
ancora di più lasciando loro mano libera nelle dinamiche di mercato, in cui i
più forti tendono a prevalere, dove [… tutto entra nel gioco della
competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole - come si legge nel brano sopra citato dell’esortazione
apostolica La gioa del Vangelo]. In questo modo la ricchezza, dai
patrimoni dei più ricchi, sgocciolerebbe verso i meno ricchi: si avrebbe quindi una ricaduta favorevole in tutta la società. Vale a dire che l’avidità dei più
ricchi, lasciata agire, produrrebbe equità e inclusione sociale. Secondo il Papa “questa
opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia
grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e
nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante”, come si legge
nel brano sopra trascritto della sua esortazione apostolica Evangelii Gaudium - La gioia del Vangelo.
In una società dominata dal liberismo
economico, non si ha misericordia per i più deboli e i sofferenti: anzi, li si
disprezza come perdenti e si cerca addirittura di escluderli. Si scrivono libri e si fanno
programmi televisivi per insegnare a non essere perdenti e ad escludere quelli che nella società hanno
la peggio. Difficilmente potrebbe pensarsi un atteggiamento più contrario all’etica secondo la fede insegnata dalla moderna dottrina sociale, a partire dall'enciclica Rerum novarum - Le novità, del 1891.
Se ci sono perdenti ed esclusi a causa di inequità sociale, la persone di fede dovrebbe istintivamente
schierarsi dalla loro parte.
58. Nelle condizioni attuali della società mondiale, dove
si riscontrano tante inequità e sono sempre più numerose le persone che vengono
scartate, private dei diritti umani fondamentali, il principio del bene comune
si trasforma immediatamente, come logica e ineludibile conseguenza, in un
appello alla solidarietà e in una opzione preferenziale per i più poveri.
[dall’enciclica Laudato si’, di papa
Francesco, del 2015]
60. I meccanismi dell’economia attuale promuovono
un’esasperazione del consumo, ma risulta che il consumismo sfrenato, unito
all’inequità, danneggia doppiamente il tessuto sociale. In tal modo la
disparità sociale genera prima o poi una violenza che la corsa agli armamenti
non risolve né risolverà mai. Essa serve solo a cercare di ingannare coloro che
reclamano maggiore sicurezza, come se oggi non sapessimo che le armi e la
repressione violenta, invece di apportare soluzioni, creano nuovi e peggiori
conflitti. Alcuni semplicemente si compiacciono incolpando i poveri e i paesi
poveri dei propri mali, con indebite generalizzazioni, e pretendono di trovare
la soluzione in una “educazione” che li tranquillizzi e li trasformi in esseri
addomesticati e inoffensivi. Questo diventa ancora più irritante se gli esclusi
vedono crescere questo cancro sociale che è la corruzione profondamente
radicata in molti Paesi – nei governi, nell’imprenditoria e nelle istituzioni –
qualunque sia l’ideologia politica dei governanti. [Dall’esortazione
apostolica Evangelii Gaudium - La gioia
del Vangelo]
49. Vorrei osservare che spesso non si ha chiara
consapevolezza dei problemi che colpiscono particolarmente gli esclusi. Essi
sono la maggior parte del pianeta, miliardi di persone. Oggi sono menzionati
nei dibattiti politici ed economici internazionali, ma per lo più sembra che i
loro problemi si pongano come un’appendice, come una questione che si aggiunga
quasi per obbligo o in maniera periferica, se non li si considera un mero danno
collaterale. Di fatto, al momento dell’attuazione concreta, rimangono
frequentemente all’ultimo posto. Questo si deve in parte al fatto che tanti
professionisti, opinionisti, mezzi di comunicazione e centri di potere sono
ubicati lontani da loro, in aree urbane isolate, senza contatto diretto con i
loro problemi. Vivono e riflettono a partire dalla comodità di uno sviluppo e
di una qualità di vita che non sono alla portata della maggior parte della
popolazione mondiale. Questa mancanza di contatto fisico e di incontro, a volte
favorita dalla frammentazione delle nostre città, aiuta a cauterizzare la
coscienza e a ignorare parte della realtà in analisi parziali. Ciò a volte
convive con un discorso “verde”. Ma oggi non possiamo fare a meno di
riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve
integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra
quanto il grido dei poveri. [dall’enciclica Laudato si’, di papa Francesco, del 2015]
91. Non può essere autentico un sentimento di intima unione con
gli altri esseri della natura, se nello stesso tempo nel cuore non c’è
tenerezza, compassione e preoccupazione per gli esseri umani. È evidente
l’incoerenza di chi lotta contro il traffico di animali a rischio di
estinzione, ma rimane del tutto indifferente davanti alla tratta di persone, si
disinteressa dei poveri, o è determinato a distruggere un altro essere umano
che non gli è gradito. Ciò mette a rischio il senso della lotta per l’ambiente.
Non è un caso che, nel cantico in cui loda Dio per le creature, san Francesco
aggiunga: «Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore».
Tutto è collegato. Per questo si richiede una preoccupazione per l’ambiente
unita al sincero amore per gli esseri umani e un costante impegno riguardo ai problemi
della società.
92. D’altra
parte, quando il cuore è veramente aperto a una comunione universale, niente e
nessuno è escluso da tale fraternità. Di conseguenza, è vero anche che
l’indifferenza o la crudeltà verso le altre creature di questo mondo finiscono
sempre per trasferirsi in qualche modo al trattamento che riserviamo agli altri
esseri umani. Il cuore è uno solo e la stessa miseria che porta a maltrattare
un animale non tarda a manifestarsi nella relazione con le altre persone. Ogni
maltrattamento verso qualsiasi creatura «è contrario alla dignità umana». Non
possiamo considerarci persone che amano veramente se escludiamo dai nostri
interessi una parte della realtà: «Pace, giustizia e salvaguardia del creato
sono tre questioni del tutto connesse, che non si potranno separare in modo da
essere trattate singolarmente, a pena di ricadere nuovamente nel riduzionismo». Tutto
è in relazione, e tutti noi esseri umani siamo uniti come fratelli e sorelle in
un meraviglioso pellegrinaggio, legati dall’amore che Dio ha per ciascuna delle
sue creature e che ci unisce anche tra noi, con tenero affetto, al fratello
sole, alla sorella luna, al fratello fiume e alla madre terra. [dall’enciclica Laudato
si’, di papa Francesco, del 2015]
In una competizione ci può essere chi vince e
chi perde. Se però nella società si formano gruppi di perdenti, vale a dire di
persone che perdono sempre, questo è
indicativo di una fondamentale inequità del sistema, per cui, appunto ci sono quelli
che vincono sempre e i perdenti.
Una società così non è fondata su quella che il Papa chiama amicizia sociale, ma sull’arbitrario
sfruttamento di posizioni di forza sociale. Perché arbitrario? Se uno ha conquistato una posizione di forza sociale, perché non dovrebbe
mantenerla.? Non è che gli altri sono invidiosi?
L’invidia non è più un vizio capitale? E’ questo il vizio
che i privilegiati sociali rimproverano ai perdenti, agli sventurati, a chi sta peggio, e sempre peggio man mano che il controllo delle ricchezze si concentra nelle mani di sempre meno: quello di essere invidiosi della fortuna altrui. Ma è il privilegio a
danno della dignità, della salute, della sicurezza altrui ad essere arbitrario,
perché il nostro è un destino comune che richiede solidarietà e le situazioni di privilegio arbitrario, le inequità, sociali, la danneggiano e così
mettono in pericolo tutti. La società non serve a proteggere la posizione dei privilegiati dal risentimento dei perdenti, ma a promuovere e realizzare
il bene comune.
157. Il bene
comune presuppone il rispetto della persona umana in quanto tale, con diritti
fondamentali e inalienabili ordinati al suo sviluppo integrale. Esige anche i
dispositivi di benessere e sicurezza sociale e lo sviluppo dei diversi gruppi
intermedi, applicando il principio di sussidiarietà. Tra questi risalta
specialmente la famiglia, come cellula primaria della società. Infine, il bene
comune richiede la pace sociale, vale a dire la stabilità e la sicurezza di un
determinato ordine, che non si realizza senza un’attenzione particolare alla
giustizia distributiva, la cui violazione genera sempre violenza. Tutta la
società – e in essa specialmente lo Stato – ha l’obbligo di difendere e
promuovere il bene comune.
158. Nelle condizioni attuali
della società mondiale, dove si riscontrano tante inequità e sono sempre più
numerose le persone che vengono scartate, private dei diritti umani
fondamentali, il principio del bene comune si trasforma immediatamente, come
logica e ineludibile conseguenza, in un appello alla solidarietà e in una
opzione preferenziale per i più poveri. Questa opzione richiede di trarre le
conseguenze della destinazione comune dei beni della terra, ma, come ho cercato
di mostrare nell’Esortazione apostolica
esige di contemplare prima di tutto l’immensa dignità del povero alla
luce delle più profonde convinzioni di fede. Basta osservare la realtà per
comprendere che oggi questa opzione è un’esigenza etica fondamentale per
l’effettiva realizzazione del bene comune. [dall’enciclica
Laudato si’, di papa Francesco, del
2015]
Mario Ardigò
- Azione Cattolica in San Clemente papa
- Roma, Monte Sacro, Valli