La vita non è un
roulette
[da Zygmunt Bauman, La solitudine del cittadino globale, Feltrinelli editore, 2000]
Esiste dunque una disposizione perfettamente intelligibile delle élite
politiche a spostare e localizzare le cause di ansia più profonde -cioè l’esperienza
dell’insicurezza esistenziale e dell’incertezza- nella preoccupazione generale
per le minacce alla sicurezza personale [,,,]. Questo spostamento è
politicamente (cioè elettoralmente ) allettante e ciò per una ragione
pragmatica molto convincente. Poiché le radici dell’insicurezza affondano in luoghi anonimi, remoti o
inaccessibili, non è immediatamente chiaro che cosa i poteri locali, visibili,
possano fare per porre rimedio alle afflizioni attuali. Se si riflette
attentamente sulle promesse elettorali dei politici di migliorare la vita di
tutti aumentando la flessibilità dei mercati di lavoro, favorendo il liberismo,
creando condizioni più allettanti per i capitali stranieri ecc., s possono
cogliere casomai, casomai, i segni premonitori di una maggiore insicurezza e
incertezza. Ma sembra esistere una risposta ovvia, semplice, all’altro
problema, quello connesso alla sicurezza personale dei cittadini in quanto collettività. I poteri statali possono
sempre essere impiegati per chiudere le frontiere ai migranti, per inasprire le
norme sul diritto d’asilo, per fermare ed espellere gli stranieri indesiderati,
sospettati di possedere inclinazioni odiose e condannabili. Possono mostrare i
muscoli combattendo i criminali, essere “inflessibili nella lotta al crimine”,
costruire più prigioni, mandare più poliziotti in servizio attivo, rendere il
perdono dei criminali più difficile e persino, per soddisfare i sentimenti
popolari, seguire la regola: “criminale una volta, criminale per sempre”.
Per farla breve, i governi non possono francamente promettere ai loro
cittadini un’esistenza sicura e un futuro certo; ma possono per il momento
alleviare almeno in parte l’ansia accumulata (approfittandone anche a fini
elettorali) con l’esibire la loro energia e determinazione in una guerra contro
gli stranieri in cerca di lavoro e altri estranei penetrati senza invito nel
giardino di casa, un tempo pulito e tranquillo, ordinato e accogliente. Agire
in questo modo potrebbe recare grandi soddisfazioni; sarà pure un’impresa
modesta ed effimera, ma potrebbe compensare la sensazione avvilente di non
sapere che cosa fare davanti a un mondo insensibile, distaccato e indifferente.
Andremo a votare per le elezioni politiche nazionali nel marzo del
prossimo anno, tra quattro mesi. Si dovrà selezionare un nuovo ceto
parlamentare che dovrà prendere decisioni molto importanti per le nostre vite.
Deciderà sul nostro benessere, la nostra felicità, il quadro delle alleanze
internazionali, su quanto delle entrate tributarie dovrà essere destinato ai
servizi pubblici e sociali, ed anche sulla pace e sulla guerra, oltre che su
molti altri temi importanti. E’ stupefacente constatare che ancora le
formazioni che si propongono di proporsi alle elezioni con proprio candidati
non hanno presentato programmi precisi e vanno avanti per slogan molto
generici, tipo “Meno tasse!” (lo propongono quasi tutti),
“Più polizia!”, “Prima gli italiani!”. In
realtà, a ben considerare, pochi vogliono veramente cambiare un modello di
organizzazione sociale e di sviluppo economico che sta creando incertezza per
il futuro e insicurezza esistenziale, ad esempio con il rischio di perdere il
lavoro e i propri risparmi per chi ce li ha e la paura di non riuscire ad
averli per chi non ce li ha, e, in definitiva, in genere si prevede che, andati
al potere vincendo le elezioni, si potrà, al più, continuare a
vivere come ora, alla giornata, fronteggiando in qualche modo ciò che accade,
ma, a quel punto, da una posizione di potere, che è quella a cui, appunto, si
ambisce, e tutto il resto si vedrà strada facendo. E’ serio ragionare così?
Fino agli anni ’80 non si pensava che lo fosse. Oggi è diverso. Che cosa è
cambiato? Siamo cambiati noi, il popolo.
Il potere per il potere. Ecco a che cosa mira chi si propone alle
elezioni senza indicare un programma preciso, attuabile, sufficientemente
dettagliato, coerente (ad esempio senza sostenere di volere prendere a modello le politiche economiche e fiscali dell'attuale amministrazione federale statunitense, sostenitrice di un capitalismo marcatamente liberista, criticando, contemporaneamente e incoerentemente, il capitalismo liberista). Un cittadino consapevole dovrebbe accuratamente evitare di
scegliere chi punta al potere per il potere. Perché se andasse su gente con
questo proposito, poi potrebbe diventare difficile sostituirla e, comunque, non
farebbe gli interessi della collettività, ma essenzialmente il proprio, vale a
dire che metterebbe al primo posto l’esigenza di conservare il potere.
Eppure abbozzi di programmi qualche volta si vedono. Ma, ad un vaglio anche
superficiale, non appaiono credibili, perché dicono tutto e il contrario di
tutto. Ad esempio: “Meno tasse!” e “Pensioni
più alte!”. Come si fa? Se si
riducono le tasse ci saranno meno soldi per le pensioni e soldi pubblici servono per
mantenerle ad un livello accettabile, vale a dire per assicurare un’esistenza
degna da anziani: infatti i contributi versati spesso non bastano a questo. E,
allora, per risparmiare, o si sposta in avanti l’età della pensione o si riduce
l’entità delle pensioni, si paga di meno. D’altra parte negli ultimi venti anni
gli stipendi dei lavoratori più anziani non sono aumentati secondo il costo
della vita e quelli dei lavoratori più giovani sono diventati più bassi: questo
si riflette sulla misura dei contributi pensionistici versati, che sono inferiori, e quindi, in un
sistema che commisura le pensioni ai contributi, sulla misura delle pensioni. E
poi: gli anziani sono sempre di più e i lavoratori sono un po’ di meno. Si vorrebbe pagare con i contributi dei
lavoratori le pensioni di quelli ritirati dal lavoro, ma quei contributi non
bastano. Se si vogliono pensioni più alte, occorre intervenire con soldi
pubblici. Ma se questi ultimi sono sempre meno, perché ci si propone meno tasse, non è possibile farlo. E, in
questa situazione, ai lavoratori e ai pensionati, impauriti per ciò che
potrebbe riservare il futuro, e già riserva il presente, si propone meno immigrati e non
regolarizzare gli immigrati che già si sono stabiliti da noi da tempo, integrandosi nella nostra società: in questo modo si riduce uno dei modi di
ampliare il numero dei lavoratori che pagano a lungo contributi, vale a dire,
facendo arrivare gente giovane che vuole lavorare. Sottraggono il lavoro agli
italiani, in nuovi o recenti arrivati? Non è dimostrato. Non è tanto che gli italiani non vogliono più fare
certi lavori e allora li fanno gli immigrati, e, in questo caso, nessuno
sottrarrebbe nulla. E’ che non ci sono più abbastanza giovani
italiani per tutti i lavori che ci sono
e/o non ci sono più abbastanza giovani italiani che li sappiano fare. E com’è
che, allora, c’è la disoccupazione giovanile? E’ essenzialmente un problema di
preparazione al lavoro. La formazione dei giovani al lavoro non va bene.
Bisognerebbe cambiare qualcosa nel sistema scolastico e nella società, per
favorire l’accesso al lavoro dei più giovani, per prepararli meglio. Oggi,
purtroppo, la realtà è questa: l’unico vero requisito richiesto ai più giovani
è che siano disposti a lavorare con salari bassissimi e senza prospettive di
sicurezza per il futuro, o addirittura gratis. E’ a questo che, in definitiva,
la società li vorrebbe preparare. Una persona così in qualche
modo la si occupa, anche se sa fare poco. E' gratis o quasi! Ma che differenza c'è tra questo tipo
di occupazione e il lavoro di una schiavo?
Poi c’è da dire che quando si è avuto successo nella formazione dei giovani, quelli sono indotti a cercare lavoro all’estero, perché, appunto, qui si
vorrebbe che lavorassero quasi gratis, mentre fuori d’Italia, nella nostra
Unione Europea, c’è chi non la pensa così e, a chi sa fare, offre lavori ben
pagati: a questo appunto serve il mercato
comune, anche a liberare i lavoratori da condizioni locali di mercato
del lavoro loro sfavorevoli. E’ proprio quello che da noi cercano i migranti che arrivano da fuori. Le statistiche dicono
che, negli ultimi anni, migrazione e immigrazione per lavoro si sono equivalse,
tanti sono quelli che si sono stabiliti da noi per lavorare (riuscendoci)
quanti quelli che dall’Italia sono migrati con lo stesso proposito.
Stando così le cose, la soluzione
giusta sarebbe quella di riformare il nostro mercato del lavoro a) migliorando
la formazione dei più giovani, b) scoraggiando la tendenza a pretendere che i
giovano lavorino gratis o quasi. Purtroppo negli ultimi venti anni, o giù di lì, si è
andati in direzioni diverse, ad esempio aumentando la flessibilità del lavoro, lì
dove si è preteso che ad essere flessibili
siano solo, essenzialmente, i
lavoratori, che oggi devono accettare condizioni di insicurezza sul lavoro
impensabili fino agli anni ’80.
Meno tasse!, Meno regole!, Più
flessibilità, Meno Stato!: sono le parole d’ordine di una vera e propria
rivoluzione che, tra gli Occidentali, si è prodotta dagli anni ’80 e ha portato
al mondo in cui oggi viviamo, globalizzandosi,
vale a dire conquistando alla sua causa tutto il mondo. Bauman vedeva in questo
processo i poteri economici contrapporsi a quelli degli stati, prendere il
sopravvento sugli stati e sulla politica, ma io non la vedo così. Chi comanda in economia ha
preso il sopravvento negli stati: è un’unica classe politica a comandare, ad
essere al potere nell’economia e negli stati. Si è avuto il sopravvento in
economia nella misura in cui lo si è avuto negli stati, in politica, e così si
sono cambiate le regole che limitavano l’avidità in economia, che tendevano a
dare all’economia una funzione sociale,
in modo che ne beneficiassero tutti. E’ questo che ha consentito, con regole
giuridiche molto sofisticate e concordate a livello internazionale, di mettere
al riparo il grande capitale da ogni crisi ciclica e strutturale dell’economia,
per cui, quando sul mercato le cose, per una qualche ragione, vanno male, a
rimetterci sono quasi sempre solo i lavoratori e i consumatori, mentre il
capitale, la ricchezza investita nella produzione e nel commercio e controllata
da pochi, riesce rapidamente a sganciarsi, diventando liquida, e ad emigrare,
senza incontrare più alcun ostacolo. La lunga fase di recessione che si è
vissuta nel mondo dal 2008 non è stata per tutti una grave crisi: per i più ricchi i
profitti sono rimasti più o meno invariati e le loro ricchezze sono rimaste al
sicuro, salvo quelle di chi è stato troppo lento a fuggire o ha rischiato troppo.
Sul campo sono rimaste macerie, umane e materiali, ma i capitali in genere sono rimasti
al sicuro, viaggiando velocemente per i canali giuridici organizzati dagli
accordi internazionali. Vanno, vengono,
per loro, osserva giustamente Bauman non ci sono frontiere. Il sistema è questo
e, come sostiene il Papa oggi, è un sistema che
è caratterizzato da inequità,
che crea ingiuste diseguaglianze nella società e, in definitiva, la minaccia.
Infatti, dare libero spazio all’avidità (che è cosa diversa dall’interesse
economico) crea fatalmente le condizioni per conflitti disastrosi, in società e
tra le società. E’ questo che l’insegnamento che può ricavarsi dalla storia di
sempre. Ma è una storia di cui, di solito, in campagna elettorale non si parla.
Si parla spesso dell’economia, ma in fondo di tutta la vita, come di un gioco d’azzardo: si vince e si
perde, ci sono vincenti e perdenti, e chi vince si tiene tutto ciò che ha vinto. Ma la vita non è, non può
essere, come giocare alle roulette. E poi,
in ogni gioco d’azzardo, è chi organizza il gioco il solo a
vincere, il solo vincente, quello che vince sempre. E' la politica che crea i vincenti, quelli destinati a vincere sempre, e, così, anche i perdenti, quelli che hanno sempre la peggio in società. Le elezioni politiche potrebbero essere l’occasione di cambiare il
gioco, ma invece molti di quelli che si propongono di farlo e chiedono per questo la fiducia degli elettori, in definitiva si limitano
ad invitarci a fare un’altra puntata, come i gestori delle case da gioco.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
