Ancora di politica internazionale - 2
Fin da quando le mie figlie
facevano le medie, sotto l’ombrellone, al lago, le facevo giocare passando in
rassegna tutto il mondo e cercando di ricordare a che punto si era in ciascuna
nazione. Che stanno facendo i cinesi? E in Thailandia come va? E la guerra in
Afghanistan? Come vanno le cose tra Argentina e Cile? E via dicendo. Fin da
allora avevano tra le mani il Calendario Atlante De Agostini, un libretto
tascabile con tutto il mondo dentro, le cartine geografiche, i fusi orari, le
bandiere. Qui sopra potete vederne alcune pagine. Potete rendervi conto di
quanto sia grande la Russia, a confronto degli stati dell’Unione Europea e di
quanto sia piccola la nostra Italia, che sull’intero mappamondo è una
virgoletta nel blu del mar Mediterraneo. L’essere in mezzo al mare ci dà, qui a
Roma, dei cieli formidabili, amati dai pittori di tutti i tempi. A San Pietroburgo,
in Russia, ad esempio, non ci sono, nonostante che la città sia su un mare, il
Baltico. Il Mediterraneo, con la sua straordinaria luce, è molto lontano.
E vedete la Città del Vaticano, nella cartina del Calendario, qui sopra?
E’ una città fortificata, cinta da poderose mura. E’ aperta solo su piazza San
Pietro, con quel bellissimo colonnato che sembra voler abbracciare le
moltitudini. Chiusura e apertura: ogni dramma della nostra religione si è
consumato tra questi atteggiamenti, che sono stati sempre compresenti. Il potere delle chiavi: simboli di quello
papale nello stemma pontificio. Si apre e si chiude. Vedete? Le chiavi ci sono
anche nello stemma di papa Francesco.
Tutti dovrebbero avere tra le mani, prima di parlare del mondo, qualcosa
come il Calendario Atlante De Agostini, se non proprio quello. Ma in
particolare dovrebbero averlo quelli che vogliono dedicarsi alla politica.
Questo li salverebbe da molte brutte figure.
Un Presidente
statunitense può permettersi di avere una visione approssimativa del mondo,
anche se sarebbe sicuramente preferibile che ne sapesse di più. Basta che poi,
al dunque, quando si tratta di qualcosa di diverso dalla campagna elettorale,
lasci fare alle persone competenti. In visita all’estero dovrebbe sempre essere
accompagnato da funzionari suggeritori, e così effettivamente accade. Ma quando
si è, o si ritiene di essere, il centro del mondo, in fondo ci si può
concentrare su ciò che è più vicino, sugli affari domestici. Non può essere
così per l’Italia, che è un piccolo Paese periferico in tutti i sensi, e anche
culturalmente lo sta diventando sempre di più. Ma soprattutto, per noi, non può
essere così perché la nostra realtà è molto diversa da quella americana. In
America si parlano, da costa a costa e dall’ oceano Artico all’Antartico grosso modo quattro lingue: anglo-americano,
spagnolo, portoghese, francese. In Europa, invece, circa una trentina, ma in un
territorio molto più piccolo. Basta un’ora di aereo per trovarsi in un altro
mondo: negli Stati Uniti si passa al più da un fuso orario ad un altro. Ogni
lingua europea corrisponde a una cultura e, in genere, anche ad uno stato. Il
nostro benessere è sempre dipeso dalle nostre relazioni con gli stati intorno, con culture e lingue diverse, ora in particolare che l’Italia è integrata politicamente nell’Unione Europea.
Il momento in cui, di solito, ci si informa su come si vive e che si
pensa negli altri stati è quando si va in viaggio all’estero. Una cosa però è
andarci come turisti, altra è andarci come politico o addirittura come
esponente istituzionale. Perché alla curiosità di chi viaggia corrisponde
quella di chi riceve l’ospite. Anche dove si va vorrebbero saperne di più su
chi arriva e sul Paese da cui arriva. Ecco che, in questo caso, è ancora
più importante tenere sempre in tasca
qualcosa come il Calendario Atlante De Agostini. Ma non sarebbe male
aggiornarsi anche in modo un po’ più approfondito sulla nazione
dove si va e sulle nostre relazioni con essa.
Gli Stati Uniti d’America, a esempio. Sono di
solito una delle mete obbligate per i nostri politici emergenti. Essi sono
molto di più del loro governo federale: in un certo senso sono proprio un
intero mondo, che è al centro - culturale, economico, politico - di tutto il
mondo di oggi. Ma la politica federale, quindi l’atteggiamento che ad esempio gli Stati Uniti hanno
verso l’Europa e l’Italia, è data dalla linea del governo federale, oggi
diretto dal presidente Donald Trump. Questa linea è riassumibile in poche
parole: disgregare accordi e unioni
politiche multilaterali per fare in modo che gli Stati Uniti d’America, in confronti solo bilaterali, loro con un singolo altro stato, siano sempre il “pesce grosso” in un mondo in cui il pesce grosso
mangia il pesce piccolo. Quindi Trump si mostra insofferente anche verso l’Unione
Europea e la sua politica, come lo fu il suo predecessore George H.W. Bush a cavallo tra gli anni ’80
e gli anni ’90 verso l’Unione Sovietica in crisi. Ha accolto con compiacimento il distacco della Gran Bretagna, nel processo che è chiamato Br-exit (=uscita della Gran Bretagna) e che è iniziato con un referendum popolare celebrato in quello stato. Il nostro interesse nazionale
è invece, al contrario, quello di farci forza e forti presentandoci come parte
integrante e determinante, vale a dire decidente, di un altro pesce grosso, l’Unione
Europea, in modo che le nostre relazioni internazionali non siano sbilanciate a favore degli Stati Uniti. Ed è impressionante constatare, invece, che i nostri politici in
visita negli Stati Uniti quasi mai sappiano (o vogliano?) farlo.
La politica del governo statunitense appare attualmente fortemente aggressiva verso
le nazioni del mondo che non assecondano gli interessi economici statunitensi. Ma
gli Stati Uniti d’America possono permetterselo: dispongono infatti ancora della più potente
forza militare del mondo, organizzata in modo da poter condurre anche più guerre
contemporaneamente in fronti lontani. Il bilancio federale statunitense è
sempre in passivo, vale a dire che in esso le uscite superano le entrate, in
particolare a causa delle spese per mantenere le forze armate e per procurare
loro nuovi armamenti e, da ultimo, anche per sostenere l’economia mediante nuovo
debito pubblico. Le commesse militari costituiscono un forte sostegno alle grandi industrie di quella nazione. Attualmente il debito pubblico statunitense ha superato la
ricchezza prodotta in un anno (105%). Accade anche in Italia, ma la ricchezza
prodotta negli Stati Uniti è molto superiore e quindi anche l’entità di quel debito
pubblico lo è (19.200 miliardi di dollari a fonte del debito pubblico italiano di 2.229
miliardi di euro - cambio: 1€=1,18$)
La situazione è destinata ad aggravarsi perché il presidente statunitense Trump
segue lo slogan “Meno tasse!” dei
suoi predecessori repubblicani, fin dalla presidenza di Ronald Reagan degli
anni ’80, quindi ha l’orientamento di ridurre le entrate pubbliche. La politica
federale è così, sostanzialmente, quella di
arricchire i ricchi con risorse pubbliche, tasse basse e riducendo gli obblighi sociali (ad esempio lasciando libertà di licenziamento) e di sottrarre risorse pubbliche ai meno ricchi, riducendo, in
particolare, i programmi di assistenza sociale per i più poveri. In questo
modo, sostengono i consulenti di riferimento del Presidente, la ricchezza si dovrebbe poi diffondere
anche ai meno ricchi, attraverso le spese dei più ricchi. Fatto sta che gli
analisti economici sono concordi nel rilevare uno stratosferico aumento delle
diseguaglianza sociali negli Stati Uniti. E’ ciò che del resto ci si aspetta da una politica che
arricchisce i più ricchi (e Trump appartiene a questa classe). Questa politica
non solo non va bene per l’Italia, perché la nostra economia è stagnante, e
incentivando i più ricchi si produrrebbe solo l'ulteriore dispersione della loro ricchezza
all’estero, dove gli investimenti rendono di più, ma ci è anche vietata ora da
una norma costituzionale, quella contenuta nell’art.81 della Costituzione, che
ci obbliga ad assicurare un equilibrio
tra le entrate e le spese di bilancio, naturalmente tenendo conto delle
varie fasi del ciclo economico. Ma ci è vietata , dall’art. 11 della
Costituzione, anche l’aggressività verso gli altri stati del mondo. Si tratta,
vale la pena ricordarlo, di politiche, quelle statunitensi che ho ricordato, che sono in rotta di collisione con i
princìpi dell’attuale dottrina sociale.
Una politica aggressiva condotta da una
nazione militarmente molto potente condurrà fatalmente alla guerra, da qualche
parte. E’ quello che temono gli stessi parlamentari statunitensi del partito
che ha patrocinato l’elezione del presidente Trump. Nelle guerre statunitensi
potremmo rimanere coinvolti anche noi italiani per gli obblighi di assistenza militare che ci derivano dal trattato NATO, in caso di aggressione subita da uno stato membro.
Ci è già accaduto in Afghanistan. Ciò considerato, un politico italiano che
avesse modo di avere incontri con politici e governanti statunitensi non
farebbe male a sensibilizzare i suoi interlocutori su questi temi, cercando di
contenere e scoraggiare l’aggressività di quelle politiche, in particolare quella bellica, ma anche quella economica che di solito precede e spesso motiva avventure di guerra. Argomenti molto
validi potrebbe trarre proprio dall’attuale dottrina sociale e quando dico attuale mi riferisco a quella diffusa a partire dal
Concilio Vaticano 2°, quindi dagli scorsi anni ’60. Chi vi facesse riferimento,
anche senza sapere molto altro oltre a quello che si può leggere nel Calendario
Atlante De Agostini, farebbe sicuramente una buona figura, se non altro la
figura di una persona colta e virtuosa. E’ così che i nostri maestri religiosi
vorrebbero chi si occupa di politica, intendendo chi si occupa più da vicino di
affari politici ma, in definitiva, tutti noi cittadini.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli




