Noi in Europa
L’Unione Europea è un complesso di istituzioni che hanno come obiettivo
di promuovere la pace, i suoi valori e
il benessere dei popoli degli stati che vi aderiscono, creando una cittadinanza
e un’economia comuni, assicurando uno
spazio di libertà, sicurezza e giustizia senza frontiere interne, in cui sia
assicurata la libera circolazione delle persone, organizzando un mercato
interno che consenta lo sviluppo sostenibile dell'Europa, basato su una
crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un'economia
sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al
progresso sociale, consentendo nello stesso tempo un elevato livello di tutela
e di miglioramento della qualità dell'ambiente, e infine organizzando un'unione
economica e monetaria la cui moneta è l'euro. In concreto esse lavorano per
promuovere la coesione economica, sociale e territoriale e la solidarietà tra
gli Stati membri. Servono a superare la tirannia dell’interesse nazionale, che storicamente aveva portato a una continua
serie di conflitti da quando, con il formarsi degli stati nazionali, dal Seicento,
l’assetto politico dell’Europa aveva assunto le caratteristiche che ancora
aveva fino agli scorsi anni Cinquanta e per certi versi ancora ha.
Ma l’Unione Europea è anche un processo,
vale a dire un lavoro non ancora concluso, un programma di azioni per il futuro che
riguardano essa stessa: nell'istituirla, nel 1992, con il Trattato di Maastricht, si
decise infatti che essa fosse una nuova tappa processo di creazione di un'unione sempre più stretta
tra i popoli dell'Europa, in cui le decisioni siano prese nel modo più
trasparente possibile e il più vicino possibile ai cittadini. Alcuni
pensano, come gli autori del Manifesto di
Ventotene, scritto da Altiero
Spinelli, Ernesto Rossi, Emanuele Colorni nel 1941, che quel processo debba
scaturire nella creazione di uno stato federale, come lo sono gli Stati Uniti
d’America. Questa probabilmente fu l’idea anche dei politici che iniziarono
quel processo, dagli anni ’50, a partire dall’istituzione nel 1951 della Comunità Europea del Carbone e
dell’Acciaio, e di quelli che lo
proseguirono fino ad 2007, quando, con la conclusione del Trattato di Lisbona,
entrato in vigore il 1 dicembre 2009, le istituzioni europee ebbero l’attuale
organizzazione. Ma, considerando la sua evoluzione contemporanea e i problemi
creati storicamente, e anche ora, dagli stati, probabilmente ne scaturirà
qualcosa di nuovo, diverso da uno stato federale, ancora in gran parte da
pensare e progettare.
Lo stato, dal Seicento, è stato costruito ideologicamente come l’istituzione
nazionale che non riconosceva alcun potere sopra di sé, come era per gli
antichi imperatori. Lo si iniziò a definire stato
nazionale. Si collegava in tal modo il potere supremo alla nazione, vale a
dire ad un popolo con caratteristiche culturali ed etniche comuni, quindi
lingua, cultura, intesa come costumi e tradizioni, in essa compresa la religione, ed infine
stirpe, la comune discendenza che dà a quelli di famiglie da tempo stanziate in
un certo posto delle facce simili. Il monarca, appartenente ad una dinastia
regnante per stirpe, rappresentava l’unità della nazione e questo giustificava
il potere supremo che gli era attribuito. Con il manifestarsi e il progredire, dal Settecento,
dei processi democratici, altre istituzioni, legittimate da moti rivoluzionari
o procedure elettive, condivisero, e i
molti casi sostituirono, quel potere supremo, che tese a divenire però impersonale, come espressione di quello
del popolo. Quest’ultimo, in questa
concezione, non si identifica solo con la gente che risiede stabilmente in un
certo territorio, ma è fondamentalmente
un’entità culturale, storica ed etnica, che comprende vivi e morti e anche i
non ancora nati, ragione per cui, ad esempio, la democrazia italiana concede la
cittadinanza anche a persone di etnia italiana residenti in tutto il mondo e le
ammette al voto alle elezioni politiche nazionali. A questo ci si vuole
riferire ancor oggi quando si lamenta che l’immigrazione porterebbe all’inquinamento o alla distruzione
dell’identità nazionale. Questa
idea, portata all’estremo, condusse il regime nazista hitleriano (1933-1945) a
cercare di depurare l’Europa dall’ebraismo sterminando gli ebrei (ma anche
altre genti ritenute inquinanti) utilizzando un gas
antiparassitario insetticida, lo Ziklon
B. L’idea è la medesima, varia solo
l’intensità omicida che si esprime.
Lo stato nazionale
così concepito si è dimostrato avere nello
stesso tempo troppo e troppo poco
potere. Nel mondo dell’economia globalizzata contemporanea esso non ha il
potere sufficiente per governare i mercati in modo che non pregiudichino i
principi di solidarietà e sicurezza sociale
e per fronteggiare altri problemi sociali ed economici che si
manifestano a livello sovranazionale, siano ad esempio i flussi migratori
mondiali e quelli dell’approvvigionamento delle materie prime energetiche, in
particolare petrolio, metano, uranio. Non solo: in un mondo di stati nazionali,
quelli grossi tendono a inglobare quelli piccoli, cercando di sopprimere o
comunque limitando le loro identità politiche nazionali. In Italia se ne fece
esperienza nel dominio che l’Impero d’Austria-Ungheria esercitò sulle regioni
italiane nord-orientali. Nello stesso tempo si è visto storicamente che lo
stato nazionale può cadere con una certa facilità in mano ad oligarchie
spregiudicate che all’interno prendono a tiranneggiare la gente mentre si
dimostrano molto aggressive all’esterno, e così di rischia la guerra: i
processi democratici a livello statale non si sono dimostrati contromisure
sufficienti. Quindi, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, si sta cercando
di ridurre e controllare il potere degli stati nazionali con due strumenti
politico-giuridici: da un verso organizzando istituzioni sovranazionali che
abbiano potere anche sugli stati e dall’altro attuando dentro gli stati il principio
di sussidiarietà, ideato nel Novecento dalla teologia politica cattolica,
secondo il quale le istituzioni maggiori non debbono sovrastare e sostituire
con propria burocrazia quelle minori, ma lasciar loro margini di autonomia e di
auto-organizzazione e sostenerne l’azione. L’Unione Europea è organizzata
proprio secondo questi principi.
Nessun attuale problema italiano ha una dimensione esclusivamente
italiana. Anzi: la maggior parte delle nostre crisi ha origine globale o
comunque sovranazionale. La soluzione non può quindi che essere trovata ad un
livello simile, per lo meno europeo. L’Unione Europea serve proprio per questo.
In essa noi italiani siamo un membro co-decidente. Nel senso che l’Unione va dove anche noi
decidiamo che vada. Non da soli, però: insieme a molti altri. Certamente la posizione
dell’Italia è particolare. Il processo di unificazione politica europea infatti partì,
venne e viene ancora sorretto da tre fondamentali membri: Francia, Germania e
Italia. Qualora uno di essi abbandonasse l’Unione, come sta facendo la Gran Bretagna,
sarebbe l’intera Unione Europea a fallire e a disgregarsi. Nella costruzione
dell’Unione Europea ebbero un ruolo fondamentale i cattolico democratici: per
molti versi si tratta di un progetto che scaturisce da principi della nostra
dottrina sociale. L’indebolirsi dell’adesione a quest’ultima da parte della
politica europea è uno degli elementi critici del processo di integrazione
europea. La responsabilità della politica italiana, e in particolare dei cattolico democratici italiani, è quindi molto più alta di
quella della politica di stati che sono ancora un po’ al margine del processo.
Come, ad esempio, quelli che aderirono dopo essersi sottratti all’egemonia dell’Unione
Sovietica. Essi oggi appaiono insofferenti delle regole stabilite per attuare
la solidarietà europea. Vorrebbero ottenere i grandi vantaggi che derivano dal
partecipare all’Unione Europea con i minori costi sociali ed economici. Questa,
a ben vedere, è stata anche la linea dell’adesione della Gran Bretagna. Questi
stati si relazionano con l’Unione Europea un po’ con lo spirito con cui lo facevano
con la soppressa Unione Sovietica. Dall’esterno. Mantenendo, come dire, un
piede fuori e un piede dentro, stando sulla soglia. L’Italia, invece, è sempre
stata, fin dalle origini, ben dentro, al centro di tutto il processo. Lo è stata perché storicamente ha avuto una
politica di alto livello, colta, virtuosa, anche se i diffamatori della nostra
democrazia non vogliono riconoscerlo, cercando di cancellarne la memoria.
Il posto della nostra politica è dentro
l’Unione, ma come riuscire ad
esserlo senza un livello sufficiente di cultura? E’ vitale, per noi italiani,
rimanere dentro e dirigere l’Unione in modo che non si disgreghi, mantenga la
sua forza nel mondo, e raggiunga i propri obiettivi sociali. Ma per questo
occorre prepararsi molto bene. Non bastano le nozioni di base. Spesso
addirittura si affronta lo scenario internazionale con spirito un po’
bambinesco, come quando si gioca a Risiko. E’ anzitutto la classe politica
nazionale a doversi preparare adeguatamente, studiando, facendo esperienza e,
in primo luogo, cercando e intrattenendo relazioni personali a livello sovranazionale, non
rimanendo quindi confinata culturalmente e fisicamente nelle città e regioni di
origine, nelle micro-patrie. Ma chi la sceglie? Non solo i partiti, anche se,
certo, anche loro, preparando le liste dei candidati per le elezioni nazionali.
Alla fine, però, il via libera lo dobbiamo dare noi il giorno del voto. Ma,
come ho scritto anche in un intervento precedente, possiamo incidere anche prima del voto, proprio in questi mesi, nei quali si preparano
programmi elettorali e si scelgono i candidati. E’ da adesso che possiamo, e
quindi dobbiamo, influire in modo che siano candidate e poi siano elette le
persone giuste, con il livello di cultura e competenza che servono per lavorare
nell’Unione Europea. Quelle che, ad esempio, in ogni crisi sappiano proporre
soluzioni che tengano conto non solo del nostro interesse nazionale, ma anche dell’interesse
collettivo degli altri popoli dell’Unione Europea. Perché la nostra salvezza non sta
nel rinchiuderci nella Penisola, ma nel farci forti a livello continentale: sarebbe perdente, per una nazione come l’Italia, il seguire la linea del presidente
statunitense Donald Trump il quale ha riproposto lo slogan America First, l’interesse nazionale prima di tutto. Italia
First ci porterebbe alla rovina
nazionale, perché siamo in un mondo in cui il
pesce grosso mangia il pesce piccolo e noi, italiani, da soli, saremmo,
appunto, il pesce piccolo. Non è un caso che la politica attuale del governo
statunitense appare quella di incoraggiare la disgregazione dell’Unione Europa,
per poi trattare separatamente con ogni stato europeo, in un confronto in cui
gli Stati Uniti sarebbero il pesce grosso.
Anche la Santa Sede, che storicamente ha avuto una lunga controversia
con lo stato italiano, dall'unità nazionale italiana, nel 1861, al 1929, per
riavere un suo stato nel centro Italia, e infine lo riebbe nella cittadella fortificata vaticana
patteggiandolo con il Mussolini, si è resa conto che, nel mondo di oggi, essere o avere uno stato (la Santa Sede lo ha, non lo è) non basta più per procurarsi un potere completamente indipendente e mettere così al
sicuro da ingerenze indebite il supremo ministero religioso. Nessuno stato, nemmeno
quello posseduto dalla Santa Sede a Roma, può oggi sottrarsi ad obblighi
stabiliti da istituzioni sovranazionali e, del resto, la stessa Santa Sede di
tali istituzioni è stata storicamente promotrice e sostenitrice. Pensa infatti, nella
sue dottrina sociale, ad un’autorità mondiale
che limiti l’arbitrio degli stati
nazionali. Ma quell’idea è obsoleta e andrebbe rivista ideologicamente: infatti
un’autorità con quella potenza, un vero e proprio impero, riproporrebbe a livello globale gli stessi problemi
degli stati nazionali. Nata per liberare la Santa Sede dalla tirannia degli stati
nazionali intorno, in primo luogo da quella del Regno d’Italia, la Città del Vaticano,
all’interno delle grandi muraglie che la circondano da ogni lato salvo che su piazza
San Pietro, appare un po’ come la prigione in cui i Papi si sono
volontariamente separati e reclusi. Le stesse insufficienze che gli stati
nazionali hanno dimostrato su scala
maggiore si sono manifestate anche nella gestione dello stato posseduto dalla Santa Sede a Roma.
Le questioni europee, che sono vitali anche per la salvezza nazionale
richiedono, ha detto recentemente papa Francesco, parlando nello scorso ottobre
ad una conferenza convocata dai vescovi sui temi europei, cristiani capaci di «favorire il dialogo
politico, specialmente laddove esso è minacciato e sembra prevalere lo scontro.
I cristiani sono chiamati a ridare dignità alla politica, intesa come massimo
servizio al bene comune e non come un’occupazione di potere. Ciò richiede anche
un’adeguata formazione, perché la
politica non è “l’arte dell’improvvisazione”, bensì un’espressione alta di
abnegazione e dedizione personale a vantaggio della comunità. Essere leader esige
studio, preparazione ed esperienza.» [Papa Francesco discorso ai partecipanti alla conferenza "(Re)thinking Europe", 8 ottobre 2017].
Ricordiamo bene queste parole quando toccherà a noi decidere per selezionare un
nuovo ceto politico nazionale. Studio, preparazione ed esperienza:
questo dobbiamo cercare nei curricoli dei candidati.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
