Ancora
di politica internazionale - 1
Osservare i nostri politici quando vanno in
visita ufficiale all’estero ci può dare molti buoni argomenti per valutarli.
Girano, parlano e sono seguiti dai giornalisti che riportano tutto sotto
diversi punti di vista e, a volte, sono anche ammessi a intervistarli. Ci si
può fare un’idea di quello che sanno e sanno fare e dei risultati che potrebbero avere in futuro, in particolare conquistando posti più importanti, ad esempio in un
governo.
Lo scorso autunno l’allora Presidente del
Consiglio dei ministri andò in visita negli Stati Uniti d’America, che erano in
campagna elettorale per le presidenziali, e incontrò il Presidente in carica, che a poco sarebbe stato sostituito avendo esaurito l'ultimo suo mandato possibile, dopo otto anni di governo. Ne ottenne
dichiarazioni di apprezzamento che ricambiò. Violò quindi una delle buone
pratiche di politica internazionale, vale a dire quella che sconsiglia di
appoggiare apertamente una delle fazioni in campo in una campagna elettorale di
un altro stato. Come andranno quelle elezioni? Chi può dirlo, in un'autentica democrazia come quella statunitense? Le elezioni presidenziali statunitensi di allora sorpresero molti. Con
che spirito l’attuale Presidente statunitense affronterà le questioni italiane
sapendo che siamo governati da gente di una parte politica che gli si è
mostrata ostile?
Chi ha memoria storica sa che gli Stati Uniti
d’America si fanno lecito di intervenire molto incisivamente negli affari
interni degli altri stati. E’ successo in modo eclatante nelle questioni russe,
nel corso della rivoluzione del 1991, quando l’amministrazione statunitense di
George Herbert Walker Bush, il padre (per
distinguerlo dal figlio George Walker Bush che fu presidente federale dal 2001
al 2009), appoggiò apertamente la politica e l’ascesa al ruolo di presidente
della Repubblica Russa, dichiaratasi indipendente nel 1990, e poi della
Federazione Russa dal 1992, del politico russo Boris Eltsin, all’epoca
presidente del Parlamento Russo. La politica del Governo federale statunitense
mirava a quei tempi a favorire la
disgregazione dell’Unione sovietica, la fine del regime comunista che la
dominava dal 1917 e quella dei regimi comunisti da essa patrocinati in altri
stati dell’Europa occidentale e in altre parti del mondo.
Un altro caso in cui gli Stati Uniti d’America
influirono pesantemente nell’assetto politico di un altro stato fu tra il 1972 e l’11
settembre 1973, con l’azione per favorire il rovesciamento del governo socialista
del presidente cileno Salvador Allende, eletto nel corso di elezioni
democratiche tenutesi nel settembre 1970. Gli storici sono concordi nel ritenere che in quei fatti
operò spregiudicatamente la statunitense C.I.A, l’agenzia federale di intelligence dei fatti del mondo (raccolta e studio di
informazioni per comprendere fatti sociali al fine di incidervi) la quale ha una potente componente operativa, in grado di scatenare
e condurre vere e proprie guerre.
Ma si potrebbe continuare a lungo e,
continuando, si potrebbe rilevare con una certa sicurezza che anche fatti
italiani sono giunti storicamente all’attenzione di quell’intelligence e
verosimilmente lo sono ancora, dato il ruolo strategico fondamentale e, per gli
Stati Uniti d’America, irrinunciabile dell’Italia.
Gli Stati Uniti d’America hanno avuto la
volontà e la capacità di entrare in guerra, dichiarata o segreta, anche attraverso la
C.I.A., tutte le volte che, nel quadro internazionale, fosse in gioco il loro interesse nazionale. Ora, è possibile
affermare con una certa sicurezza che l’assetto politico dell’Italia rientra in
esso. Un politico in visita negli Stati Uniti d’America dovrebbe sempre esserne
consapevole. Perché, se si mostrasse ostile, o riluttante a seguire la politica
statunitense su certi temi, potrebbe suscitare una reazione. Dunque trovo prudente l’orientamento del
passato dei politici italiani di rilievo in visita all’estero di parlare
prevalentemente degli affari interni italiani, limitandosi a generici
complimenti alle nazioni visitate (non ai loro Governi) e a dichiarazioni di
amicizia (verso il popolo non tanto verso i Governi).
E’ poi importante rispettare il ruolo
ufficiale che si riveste andando in visita. Ad esempio, dovrebbe essere diverso
l’atteggiamento di un ministro degli esteri e di un presidente di un ramo del
parlamento o di una commissione parlamentare, o anche di un altro parlamentare, da quello di altri esponenti politici che non rivestano quegli incarichi.
E ciò in particolare visitando gli Stati Uniti d’America. In quella nazione è
molto vivo il senso della differenza tra i ruoli governativi e parlamentari, da
noi molto meno. E’ una differenza culturale
di cui però andrebbe tenuto conto.
Per questo, un ministro o un parlamentare in visita all’estero dovrebbe
consultarsi preventivamente e nel corso dell’evento con i nostri diplomatici
all’estero. Gli uffici diplomatici servono anche per questo. Un parlamentare in
visita negli Stati Uniti d’America non dovrebbe mostrare di tenere molto all’apprezzamento
di un ministero federale, quindi di un organo del governo. Questo perché negli
Stati Uniti d’America i parlamentari tengono orgogliosamente a mantenere una
posizione di indipendenza dal governo, anche se espresso e sostenuto dalla loro
stessa fazione politica. Un parlamentare che si mostrasse succube di un
ministero federale ne uscirebbe screditato. Inoltre se si va in visita estera con un ruolo
istituzionale, ad esempio di capo di stato o del governo, ministro o presidente di un organismo parlamentare, bisognerebbe evitare di fare
dichiarazioni di fazione. Questo potrebbe sconcertare gli interlocutori
stranieri, in particolare quelli di democrazie avanzate come quella
statunitense. Una delle principali critiche che, anche da parte di quelli della sua parte
politica, si fanno al presidente Donald Trump è quella di non essersi riuscito a
liberare dallo spirito di fazione una volta raggiunto il suo alto ruolo
istituzionale: di essere quindi un po’ sempre in campagna elettorale.
Un
politico in visita ufficiale all’estero dovrebbe avere ben chiara la
distinzione tra un governo di una nazione e il suo popolo. Non sono la stessa
cosa. Si cerca di essere amici di tutti i popoli, si arriva ad essere alleati solo con certi governi. Il fatto di non essere
alleati non implica anche il non essere amici.
Ad esempio l’Italia cerca di essere amica dei russi, del popolo russo, ma anche
del suo governo attuale, se non altro perché dipende pesantemente dall’industria
estrattiva russa per le forniture energetiche di gas metano, per una quota che
nel 2013 era di circa il 45% del totale. Con gente come i russi non si può
proprio evitare di essere amici: altrimenti si potrebbe stare al freddo d’inverno,
come accaduto anni fa agli ucraini. Questo non toglie che con i russi non siamo
alleati nella gran parte delle questioni militari e, anzi, che nella questione ucraina
e in quella degli affari degli stati baltici
che sono entrati nell’Unione
Europea si sia molto pericolosamente su fronti opposti. Ma sulle vicende
irachene, siriane e libiche, in cui l’Italia è impegnata anche militarmente,
possiamo dire lo stesso? Qui le cose sono più complesse. In questi fronti,
propriamente bellici, di guerra, i russi si sono mostrati nostri alleati, anche se hanno interessi
strategici divergenti dai nostri. Allora, un politico in visita ufficiale all’estero,
tenendo presente tutto questo, dovrebbe essere molto cauto sugli argomenti di alleanza e amicizia con i russi, tra l’altro perché, avendo noi gente nostra impegnata in quei
fronti bellici in cui operano anche i russi, dichiarazioni imprudenti la
potrebbero mettere in pericolo. Anni fa un politico (parlamentare e ministro)
fece una piazzata in Italia indossando una maglietta con una figura insultante
per la religione islamica e in Libia questo causò di morti, perché una calca
cercò di assaltare il nostro consolato a Bengasi e la polizia nel tentativo di
respingerla sparò, uccidendo.
In generale, su guerre in corso in cui è impegnata gente nostra un politico in
visita ufficiale all’estero dovrebbe essere molto prudente, per non creare
reazioni avverse.
L’Italia è impegnata in una guerra in
Afghanistan in cui è alleata con gli Stati Uniti d’America. Intervenimmo perché
ce lo imponevano gli obblighi del trattato NATO: gli Stati Uniti d’America
erano stati colpiti, l’11 settembre 2001, con gli attentati alle Torri Gemelle e al Pentagono, e quell’accordo internazionale prevede che quando una
nazione aderente è colpita gli altri debbono darle aiuto militare. Una
situazione del genere potrebbe riproporsi, ad esempio, se gli Stati Uniti d’America
fossero colpiti da un missile partito dalla Corea del Nord. In quel caso il
conflitto diverrebbe rapidamente mondiale, perché, se attaccassimo la Corea del
Nord, poi interverrebbe anche la Cina, con ciò che ne conseguirebbe. Dunque:
siamo in guerra in Afghanistan. E’ vera guerra, facciamo morti, abbiamo avuto decine di morti, gli
altri, i nemici, non sappiamo quanti, ma verosimilmente molti
di più. I nostri soldati non sparano a salve. Fatto sta che, se un politico
emergente annuncia che la sua politica di governo, se il suo partito vincerà le
elezioni, sarà quella di ritirare le nostre truppe dall’Afghanistan potrebbe
ottenere, pur avendo le migliori intenzioni, alcuni importanti effetti
controproducenti. Il primo è che, poiché la guerra in Afghanistan rientra negli
interessi
nazionali statunitensi, potrebbe
avere, se lo prendessero sul serio, l’ostilità
degli Stati Uniti d’America, i quali potrebbero essere tentati di attivare le
loro forze segrete operative sul teatro estero per contrastare l’ascesa di
quel partito. Il secondo è che, vista l’incertezza e la scarsa determinazione sulla missione di guerra
mostrata da quel politico emergente, i nostri nemici in Afghanistan potrebbero
decidere di scatenare un’offensiva nelle zone del teatro di guerra assegnate,
nel quadro dell’alleanza bellica internazionale operante laggiù, alle forze
militari italiane, per assecondare quella politica infliggendo qualche strage per portare l'opinione pubblica verso di essa. Spesso sono gli anelli deboli di uno schieramento militare ad essere attaccati. O, ancora peggio, i nemici potrebbero decidere di attaccare
direttamente in Italia, con attentati terroristici. La guerra, in definitiva,
iniziò proprio a seguito di attacchi terroristici negli Stati Uniti d’America. I
ritiri da un fronte di una guerra destinata a proseguire non si annunciano, si negoziano con gli alleati in via riservata e
si attuano il più velocemente possibile. Ciò è tanto più consigliabile sul
fronte afgano, in quanto per ritirare le migliaia di nostri soldati laggiù ci è
indispensabile l’aiuto degli statunitensi, per il viaggio fino agli aeroporti
di partenza e per la disponibilità degli stessi aeroporti. In mancanza, o con
un aiuto riluttante, i nostri potrebbero trovarsi intrappolati al fronte.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
