martedì 17 ottobre 2017

Neofascismi

Neofascismi

1. Cerco di parlarvi del fascismo come quando ne discutevo al liceo con quelli della mia scuola, senza far precedere il giudizio all’analisi dei fatti e quindi senza  demonizzare  i  miei interlocutori. All’epoca non avevo ancora imparato la democrazia: lo feci all’università e, in particolare, tra gli universitari cattolici della FUCI. A scuola trovai questa situazione: bisognava schierarsi, o si era fascisti   o si era  comunisti, poi ci si azzuffava. L’idea di schierarsi per la democrazia non era in voga, la democrazia era screditata, non solo i partiti che vi si richiamavano.
  Uno di quelli con cui parlavo era stato mio caposquadriglia negli scout, agli Angeli Custodi. Diceva di essere fascista. Sosteneva che da piccoli si faceva gli scout e, crescendo, bisognava entrare nel Fronte della Gioventù, l’organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano, il partito che al fascismo storico si richiamava. Ogni squadriglia scout aveva un proprio grido  di riconoscimento. La nostra era quella delle Volpi e quel ragazzo le aveva dato come grido “Vulpes - Memento Audere Semper”. Memento Audere Semper - Ricordati di osare sempre  fu un motto inventato dal poeta e scrittore Gabriele D’Annunzio per un corpo  speciale di marina che si occupava di condurre i MAS, dei motoscafi lanciasiluri: D’Annunzio aveva creato intorno a sé un movimento di ex combattenti alla testa del quale tra il 1919 e il 1921 occupò per qualche tempo la città di Fiume, in Croazia, rivendicata dall’Italia al termine della Prima guerra mondiale. Quell’agitazione sociale, detta poi  fiumanesimo, fu tra quelle che si coagularono nel fascismo mussoliniano.
  Sosteneva, quel mio ex caposquadriglia, che il fascismo era superiore alla democrazia, perché, alla fine, aveva pagato solo il capo, caduto in mano dei suoi nemici e da questi giustiziato il 28 aprile 1945. In democrazia invece certi errori erano pagati da tutto il popolo. Quando mi parlava così non avevo ancora studiato la storia recente d’Italia, alle medie non ci si arrivava e non ero ancora al quinto anno delle superiori, dove a volte ci si arrivava. Ma sapevo quello che mi avevano raccontato i miei parenti. Non era stato solo Mussolini ad aver pagato. Anche molti altri capi del fascismo erano stati uccisi con lui. Ma anche gente che non aveva avuto ruoli importanti nel regime e si era magari solo arruolata come volontaria in certi corpi speciali. Più in generale l’Italia era uscita distrutta dall’ultima guerra voluta dal fascismo. Oltre un milione di soldati italiani fatti prigionieri, centinaia di migliaia  gli uccisi, feriti, mutilati, tra quelli sotto le armi, ai quali bisognava aggiungere quelli tra la popolazione civile rimasti uccisi, feriti, mutilati sotto i bombardamenti o nelle azioni di guerra durante la risalita degli Alleati su per la Penisola o, infine, nelle feroci repressioni e rappresaglie attuate dai militari nazisti e da quelli della Repubblica Sociale Italiana durante la guerra di Resistenza.
  Lo stretto collegamento tra il fascismo e la guerra mi era stato sempre ben chiaro, fin da piccolo. In particolare me ne aveva parlato la  mia nonna materna. Sotto il fascismo, diceva, c’era stata una guerra dietro l’altra. Studiando, più tardi, la storia, ho capito che effettivamente era stato così. La guerra era stata al centro dell’ideologia del fascismo storico. Il suo agente di trasformazione sociale era stata la nazione in guerra. Era l’idea della guerra che dava coerenza alla sua politica e che gli consentiva di tagliare corto su ogni discussione. In guerra conta solo la vittoria, tutto deve esserle subordinato. Non ci si deve dar tanta pena a cercare obiettivi politici: c’è n’è uno solo, come gridava Mussolini, “Vincere!”.  Questo consentiva al regime di passare d'autorità, l'autorità dello stato, sopra agli egoismi sociali, in particolare agli interessi di borghesia, le classi più ricche, e del proletariato, la classe dei più poveri, adottando misure sociali di compensazione, per accrescere il benessere delle masse con le risorse dello stato. Perché è dalle masse che uscivano i soldati necessari alle guerre del regime. Tutti, si pensava, i più ricchi e i più poveri, avrebbero beneficiato di quelle guerre: i più ricchi per le commesse all’industria per procurare i mezzi per combattere le guerre, i più poveri da ciò che si sarebbe riuscito a ricavare dalle terre conquistate, che si voleva colonizzare trasferendovi genti italiane. Storicamente questi obiettivi non furono mai completamente raggiunti. I più poveri beneficiarono di misure sociali ma rimasero poveri. I più ricchi beneficiarono delle commesse pubbliche ma poi si ritrovarono l’industria distrutta dalla guerra. L’Italia si dissanguò nelle guerre coloniali, in Africa, in Libia e in Etiopia, che furono imprese in perdita. Quello che in Africa era stato conquistato a duro prezzo, fu poi perso quasi del tutto  in pochi mesi durante l’ultima guerra mondiale, e poi del tutto con la sconfitta finale.
  Il collegamento tra il fascismo e l’ideologia della rigenerazione sociale mediante la guerra fu tanto forte che l’ultimo fascismo, quello durante il quale il Centro e Nord Italia divennero sostanzialmente un protettorato tedesco, sotto occupazione militare, cercò   ancora di rigenerare  mediante la guerra quella parte d’Italia che ancora dominava, proponendosi di continuare la guerra con i precedenti alleati, la Germania, gli altri regimi fascisti europei entrati nel conflitto, e il Giappone, anche quando era ormai evidente che la guerra era persa. ll fascismo storico, quello mussoliniano, non poteva sopravvivere senza la guerra. La resa, la sconfitta, avrebbero comportato la fine del regime, che non aveva altra ideologia, sostanzialmente, che quella della guerra, della nazione in guerra.
2. Dopo la sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale, l’Italia perse la capacità di decidere autonomamente la guerra. Fu questo a determinare la fine del fascismo storico, che sarebbe potuto sopravvivere al Mussolini, ma non senza la possibilità di progettare la trasformazione sociale mediante un  nazione in guerra. Il mondo scaturito dalla Seconda Guerra Mondiale, con la divisione dell’Europa in due blocchi egemonizzati dagli Stati Uniti d’America e dall’Unione Sovietica, che avevano il monopolio della guerra e della pace, non dava alcuno spazio all’ideologia fascista della nazione in guerra, la sua strategia politica di rigenerazione sociale.
  Quando, negli anni ’70, trovai a scuola  fascisti  e  comunisti,  il fascismo proclamato da alcuni era molto diverso da quello delle origini, anche se chi si diceva fascista  si circondava dei suoi simboli e ne esaltava la storia. Era un neo-fascismo.
  ll neo-fascismo è un’esperienza politica liberamente ispirata al fascismo storico che però ne conserva solo alcuni elementi originari, insieme ad altri.
  Nelle interviste televisive che ho citato ieri, sentiamo Giorgio Almirante, segretario politico del Movimento Sociale Italiano,  dirsi francamente  fascista ed esaltare la  libertà  e il rispetto degli avversari politici. Queste ultime due idee erano state  estranee al fascismo storico. Il fascismo storico, quello mussoliniano per intenderci, non consentiva libertà di dissenso e non rispettava, anzi perseguitava, gli avversari politici. C’erano molti altri elementi che differenziavano l’ideologia del Movimento Sociale Italiano  da quella del fascismo storico. Non proponeva la trasformazione sociale degli italiani mediante la guerra. Non si proponeva come partito totalitario, come partito  unico  degli italiani. Infine: aveva una vita democratica, eleggeva  i propri segretari politici nel corso di congressi. Il suo nemico era il comunismo. Giustificava la propria esistenza con l’anticomunismo. Non era stato così per il fascismo mussoliniano, anche se la paura del socialismo rivoluzionario gli aveva accattivato l’appoggio della borghesia italiana all’inizio degli anni ‘Venti. Il fascismo mussoliniano aveva avuto come scopo la trasformazione sociale mediante la guerra, in particolare per costruire un impero. I suoi progetti imperiali  non comprendevano, fino all’ultima guerra mondiale, la guerra all’Unione Sovietica. Pensava ad un impero che comprendeva parte dei Balcani, la Grecia e l’Africa Orientale, tra Libia ed  Etiopia.
  Nel suo anticomunismo, il Movimento Sociale Italiano  finì per schierarsi sostanzialmente con gli Stati Uniti d’America, gli avversari di un tempo. La sua proposta era quella di un regime politico presidenziale, in funzione anticomunista, con uno stato fortemente accentrato non intorno al Parlamento, ma attorno ad un presidente - capo di stato  con poteri molto vasti. Costituito da fascisti per prolungare le idee del fascismo in ambiente democratico, il Movimento Sociale Italiano non ebbe mai le caratteristiche peculiari del partito fascista storico, sia come ideologia, che come organizzazione, che come obiettivi. E infatti non fu colpito dalle leggi che puniscono la ricostituzione del  disciolto  partito fascista. Divenne un’esperienza politica diversa da quella del suo modello di ispirazione. Non può essere considerato, quindi, ad una considerazione storica,  neo-fascismo.
   Il fascismo storico italiano non va assimilato ad altri fascismi europei, alcuni dei quali, come quello spagnolo e portoghese, prolungatisi fino agli anni ’70. Quello spagnolo di Francisco Franco originò da una dittatura militare, non da una metamorfosi del socialismo rivoluzionario come quello mussoliniano. Al centro della sua ideologia vi furono le idee di restaurazione, conservazione e di cattolicesimo della tradizione. Analoghi obiettivi ebbe il fascismo portoghese di Antonio de Oliveira Salazar, che però non originò da una dittatura militare, ma da una dittatura politica. Gli elementi che accumunano questi e altri fascismi al fascismo mussoliniano furono il divieto di dissenso politico, il partito unico egemonizzato da un singolo capo politico e lo stato come strumento pervasivo di controllo sociale burocratico. Mancava l’idea di trasformazione sociale mediante la nazione in guerra. Tutti questi regimi tesero invece a impedire la trasformazione sociale, fondamentalmente con misure di polizia, repressive. Il fascismo mussoliniano ebbe invece sempre, quando più quando meno, e meno dopo la  conciliazione  con il Papato, dal 1929, carattere  rivoluzionario, più esattamente di  rivoluzione sociale: infatti scaturì dal  socialismo rivoluzionario  del primi del Novecento, quello in cui il Mussolini si era formato. Mirava a creare un uomo nuovo.
  Ancora oggi vi sono gruppi che si richiamano al fascismo storico, conservandone però solo alcuni elementi. Possiamo considerarli  neo-fascismi solo, però, se non si distanzino talmente dal modello originario da diventare altro.
 Non si può considerare neo-fascista  chi non si proponga la rigenerazione sociale della nazione, comprendendo tutti. Chi voglia essere solo forza rivoltosa, di ribellione sociale. Non basta lo squadrismo politico per fare il neo-fascismo.
 Un carattere distintivo del neo-fascismo può essere considerato il rifiuto del dialogo democratico, in particolare di quello parlamentare. L'insofferenza per il dissenso, considerato come tradimento. Uno dei tratti caratteristici del fascismo storico fu infatti la svalutazione del Parlamento. In una formazione neo-fascista,  al dissenso e anche al tentativo di dialogo da parte dei dissenzienti si opporrà la violenza squadristica. Ma se prevale la violenza non si può più parlare di neo-fascismo, perché nella struttura originaria dell’ideologia fascista c’era la riforma sociale che richiedeva un certo livello di capacità dialettica e di cultura. Il fascismo storico era riuscito ad assicurarsi l’appoggio di un grande filosofo come Giovanni Gentile e del Papato.
 Un altro carattere distintivo può essere individuato nell’organizzazione verticistica, gerarchica. Una formazione neofascista avrà un capo, o un’oligarchia di comando, vale a dire un gruppo ristretto di capi, che sceglieranno i livelli sotto-ordinati di comando, per cooptazione, come si dice, che è appunto quando una organizzazione  scende  dall’alto.  Si darà molta importanza alla gerarchia e  i livelli di potere più elevati saranno considerati indiscutibili.
  Sento spesso che ci si dice fascisti  per dire che si è contro gli immigrati. Questa idea non rientrava nell’ideologia originaria del fascismo storico e non basta per fare un neo-fascismo. Chi la professa si manifesta solo xenofobo, vale a dire avverso agli stranieri e, se pensa di esserlo perché gli italiani sono superiori ad altri popoli, è un  suprematista, come ci sono negli Stati Uniti d’America. Se si pensa di passare dalle parole ai fatti, allora si  è qualcosa di simile ai razzisti xenofobi del Ku Klux Klan  nord-americano.
  Il fascismo  divenne  razzista nella seconda metà degli anni ’30. Gli storici ricordano che all’inizio aveva avuto tra i suoi sostenitori anche ebrei, che nel ’38 vennero invece pesantemente discriminati da leggi razziali. Divenne razzista essenzialmente per le relazioni politiche che intrattenne con il nazismo hitleriano. Quest’ultimo era razzista dalle origini. Proclamava la superiorità  razziale  dei tedeschi su ogni altro popolo, italiani compresi. A quel punto al fascismo mussoliniano non rimase altra strada, per fronteggiare il razzismo hitleriano, di inventarsi una superiorità razziale, etnica, di stirpe, degli italiani, non solo culturale, di civiltà. Gli italiani rimasero sempre piuttosto tiepidi in merito, non apparendo loro particolarmente evidente questa superiorità di tipo etnico, razziale (la razza  è oggi, comunque, un concetto obsoleto, in biologia e antropologia. La genetica ha scoperto che gli esseri umani non si distinguono in razze). E, soprattutto, considerando i vari tipi umani della penisola, gli italiani apparivano piuttosto un miscuglio di varie etnie. In precedenza c’erano state leggi che vietavano matrimoni di italiani e africani, ma più che altro per ragioni di morale familiare non tanto di razzismo. I soldati e i funzionari italiani in Africa si facevano  mogli africane, che poi lasciavano tornando in patria: questo veniva considerato contrario alla morale famigliare del regime. L’antisemitismo di tipo razziale creò dei problemi con il Papato. Quest’ultimo non aveva mai avuto problemi a discriminare gli ebrei per ragioni religiose, come eretici, ma pensarli come razza inferiore era tutt’altra cosa. Perché significava comprendere nella razza inferiore  anche Gesù, gli apostoli e tutti i primi  cristiani.
  Manca, in Italia, un partito che abbia oggi la minima possibilità, e anche la volontà, di diventare il partito unico  degli italiani per finalità di trasformazione sociale, come volle essere il partito fascista.
  Infine: l’anticomunismo non basta a giustificare politicamente un neo-fascismo ai nostri tempi, perché, a differenza ad esempio che negli anni ’70, non c’è alcun partito comunista, o anche solo socialista, che abbia la minima possibilità di conquistare il governo nazionale.   In genere nell’Europa contemporanea, i neo-fascismi hanno finito infatti per trasformarsi in qualche altra cosa, conservatorismi, nazionalismi, suprematismi. Non c’era più spazio politico per loro. E i regimi fascisti superstiti, ad esempio quelli spagnolo e portoghese, e quelli dell'America Latina, in particolare quelli argentino e cileno hanno finito in genere per evolvere in democrazie di tipo occidentale.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli