Neofascismi
1. Cerco di parlarvi del fascismo come quando ne discutevo al liceo
con quelli della mia scuola, senza far precedere il giudizio all’analisi dei
fatti e quindi senza demonizzare i miei
interlocutori. All’epoca non avevo ancora imparato la democrazia: lo feci all’università
e, in particolare, tra gli universitari cattolici della FUCI. A scuola trovai
questa situazione: bisognava schierarsi,
o si era fascisti o si era comunisti, poi ci si azzuffava. L’idea di
schierarsi per la democrazia non era in voga, la democrazia era screditata, non
solo i partiti che vi si richiamavano.
Uno di quelli con cui parlavo era stato mio caposquadriglia negli scout,
agli Angeli Custodi. Diceva di essere fascista. Sosteneva che da piccoli si
faceva gli scout e, crescendo, bisognava entrare nel Fronte della Gioventù, l’organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano, il partito
che al fascismo storico si richiamava. Ogni squadriglia scout aveva un proprio grido di riconoscimento. La nostra era quella delle Volpi e quel ragazzo le aveva dato come grido “Vulpes - Memento Audere Semper”. Memento Audere Semper - Ricordati di osare sempre fu un motto inventato dal poeta e scrittore
Gabriele D’Annunzio per un corpo
speciale di marina che si occupava di condurre i MAS, dei motoscafi
lanciasiluri: D’Annunzio aveva creato intorno a sé un movimento di ex
combattenti alla testa del quale tra il 1919 e il 1921 occupò per qualche tempo
la città di Fiume, in Croazia, rivendicata dall’Italia al termine della Prima guerra
mondiale. Quell’agitazione sociale, detta poi fiumanesimo, fu tra quelle
che si coagularono nel fascismo mussoliniano.
Sosteneva, quel mio ex caposquadriglia, che il fascismo era superiore
alla democrazia, perché, alla fine, aveva pagato solo il capo, caduto in mano
dei suoi nemici e da questi giustiziato il 28 aprile 1945. In democrazia invece
certi errori erano pagati da tutto il popolo. Quando mi parlava così non avevo
ancora studiato la storia recente d’Italia, alle medie non ci si arrivava e non
ero ancora al quinto anno delle superiori, dove a volte ci si arrivava. Ma
sapevo quello che mi avevano raccontato i miei parenti. Non era stato solo
Mussolini ad aver pagato. Anche molti altri capi del fascismo erano stati
uccisi con lui. Ma anche gente che non aveva avuto ruoli importanti nel regime
e si era magari solo arruolata come volontaria in certi corpi speciali. Più in
generale l’Italia era uscita distrutta dall’ultima guerra voluta dal fascismo.
Oltre un milione di soldati italiani fatti prigionieri, centinaia di migliaia gli uccisi, feriti, mutilati, tra quelli sotto le armi, ai quali bisognava
aggiungere quelli tra la popolazione civile rimasti uccisi, feriti, mutilati
sotto i bombardamenti o nelle azioni di guerra durante la risalita degli
Alleati su per la Penisola o, infine, nelle feroci repressioni e rappresaglie
attuate dai militari nazisti e da quelli della Repubblica Sociale Italiana
durante la guerra di Resistenza.
Lo stretto collegamento tra il fascismo e la guerra mi era stato sempre
ben chiaro, fin da piccolo. In particolare me ne aveva parlato la mia nonna materna. Sotto il fascismo, diceva,
c’era stata una guerra dietro l’altra. Studiando, più tardi, la storia, ho
capito che effettivamente era stato così. La guerra era stata al centro dell’ideologia
del fascismo storico. Il suo agente di trasformazione sociale era stata la nazione in guerra. Era l’idea della
guerra che dava coerenza alla sua politica e che gli consentiva di tagliare
corto su ogni discussione. In guerra conta solo la vittoria, tutto deve esserle
subordinato. Non ci si deve dar tanta pena a cercare obiettivi politici: c’è n’è
uno solo, come gridava Mussolini, “Vincere!”.
Questo consentiva al regime di
passare d'autorità, l'autorità dello stato, sopra agli egoismi sociali, in particolare agli interessi di borghesia,
le classi più ricche, e del proletariato, la classe dei più poveri, adottando
misure sociali di compensazione, per accrescere il benessere delle masse con le
risorse dello stato. Perché è dalle masse che uscivano i soldati necessari alle
guerre del regime. Tutti, si pensava, i più ricchi e i più poveri, avrebbero beneficiato di
quelle guerre: i più ricchi per le commesse all’industria per procurare i mezzi
per combattere le guerre, i più poveri da ciò che si sarebbe riuscito a
ricavare dalle terre conquistate, che si voleva colonizzare trasferendovi genti
italiane. Storicamente questi obiettivi non furono mai completamente raggiunti.
I più poveri beneficiarono di misure sociali ma rimasero poveri. I più ricchi
beneficiarono delle commesse pubbliche ma poi si ritrovarono l’industria
distrutta dalla guerra. L’Italia si dissanguò nelle guerre coloniali, in
Africa, in Libia e in Etiopia, che furono imprese in perdita. Quello che in
Africa era stato conquistato a duro prezzo, fu poi perso quasi del tutto in pochi mesi durante l’ultima guerra mondiale,
e poi del tutto con la sconfitta finale.
Il
collegamento tra il fascismo e l’ideologia della rigenerazione sociale mediante la guerra fu tanto forte che l’ultimo
fascismo, quello durante il quale il Centro e Nord Italia divennero
sostanzialmente un protettorato tedesco, sotto occupazione militare, cercò ancora di rigenerare mediante la guerra quella parte d’Italia che ancora dominava, proponendosi di continuare la guerra con i precedenti alleati, la Germania, gli altri
regimi fascisti europei entrati nel conflitto, e il Giappone, anche quando era ormai evidente che la guerra era persa. ll fascismo storico, quello mussoliniano, non poteva
sopravvivere senza la guerra. La resa, la sconfitta, avrebbero comportato la
fine del regime, che non aveva altra ideologia, sostanzialmente, che quella
della guerra, della nazione in guerra.
2. Dopo la sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale, l’Italia perse
la capacità di decidere autonomamente la guerra. Fu questo a determinare la
fine del fascismo storico, che sarebbe potuto sopravvivere al Mussolini, ma non senza la possibilità di progettare la trasformazione sociale mediante un nazione in guerra. Il
mondo scaturito dalla Seconda Guerra Mondiale, con la divisione dell’Europa in
due blocchi egemonizzati dagli Stati Uniti d’America e dall’Unione Sovietica,
che avevano il monopolio della guerra e della pace, non dava alcuno spazio all’ideologia
fascista della nazione in guerra, la sua strategia politica di rigenerazione sociale.
Quando, negli anni ’70, trovai a scuola fascisti e comunisti, il fascismo proclamato da alcuni era molto
diverso da quello delle origini, anche se chi si diceva fascista si circondava dei
suoi simboli e ne esaltava la storia. Era un neo-fascismo.
ll neo-fascismo è un’esperienza politica liberamente ispirata al
fascismo storico che però ne conserva solo alcuni elementi originari, insieme
ad altri.
Nelle interviste televisive che ho citato ieri, sentiamo Giorgio
Almirante, segretario politico del Movimento
Sociale Italiano, dirsi francamente fascista ed esaltare la libertà e il rispetto degli avversari politici. Queste
ultime due idee erano state estranee al
fascismo storico. Il fascismo storico, quello mussoliniano per intenderci, non
consentiva libertà di dissenso e non rispettava, anzi perseguitava, gli
avversari politici. C’erano molti altri elementi che differenziavano l’ideologia
del Movimento Sociale Italiano da quella del fascismo storico. Non proponeva
la trasformazione sociale degli italiani mediante la guerra. Non si proponeva
come partito totalitario, come
partito unico degli italiani. Infine: aveva una vita
democratica, eleggeva i propri segretari politici nel corso di
congressi. Il suo nemico era il comunismo. Giustificava la propria esistenza
con l’anticomunismo. Non era stato così per il fascismo mussoliniano, anche se
la paura del socialismo rivoluzionario gli aveva accattivato l’appoggio della
borghesia italiana all’inizio degli anni ‘Venti. Il fascismo mussoliniano aveva
avuto come scopo la trasformazione sociale mediante la guerra, in particolare
per costruire un impero. I suoi
progetti imperiali non comprendevano, fino all’ultima guerra
mondiale, la guerra all’Unione Sovietica. Pensava ad un impero che comprendeva
parte dei Balcani, la Grecia e l’Africa Orientale, tra Libia ed Etiopia.
Nel suo anticomunismo, il Movimento
Sociale Italiano finì per schierarsi
sostanzialmente con gli Stati Uniti d’America, gli avversari di un tempo. La
sua proposta era quella di un regime politico presidenziale, in funzione anticomunista, con uno stato fortemente
accentrato non intorno al Parlamento, ma attorno ad un presidente - capo di stato con poteri molto vasti. Costituito da fascisti
per prolungare le idee del fascismo in ambiente democratico, il Movimento Sociale Italiano non ebbe mai le
caratteristiche peculiari del partito fascista
storico, sia come ideologia, che come organizzazione, che come obiettivi. E
infatti non fu colpito dalle leggi che puniscono la ricostituzione del disciolto partito fascista. Divenne un’esperienza
politica diversa da quella del suo modello di ispirazione. Non può essere
considerato, quindi, ad una considerazione storica, neo-fascismo.
Il fascismo storico italiano non
va assimilato ad altri fascismi europei, alcuni dei quali, come quello
spagnolo e portoghese, prolungatisi fino agli anni ’70. Quello spagnolo di
Francisco Franco originò da una dittatura militare, non da una metamorfosi del
socialismo rivoluzionario come quello mussoliniano. Al centro della sua
ideologia vi furono le idee di restaurazione, conservazione e di cattolicesimo
della tradizione. Analoghi obiettivi ebbe il fascismo portoghese di Antonio de
Oliveira Salazar, che però non originò da una dittatura militare, ma da una
dittatura politica. Gli elementi che accumunano questi e altri fascismi al
fascismo mussoliniano furono il divieto di dissenso politico, il partito unico
egemonizzato da un singolo capo politico e lo stato come strumento pervasivo di
controllo sociale burocratico. Mancava l’idea di trasformazione sociale mediante la nazione in guerra. Tutti questi
regimi tesero invece a impedire la
trasformazione sociale, fondamentalmente con misure di polizia, repressive. Il
fascismo mussoliniano ebbe invece sempre, quando più quando meno, e meno dopo
la conciliazione con il Papato, dal 1929, carattere rivoluzionario, più esattamente di rivoluzione sociale: infatti scaturì dal socialismo rivoluzionario del primi del Novecento, quello in cui il
Mussolini si era formato. Mirava a creare un uomo nuovo.
Ancora
oggi vi sono gruppi che si richiamano al fascismo storico, conservandone però
solo alcuni elementi. Possiamo considerarli neo-fascismi solo, però, se non si
distanzino talmente dal modello originario da diventare altro.
Non si può considerare neo-fascista chi non si
proponga la rigenerazione sociale della nazione,
comprendendo tutti. Chi voglia essere solo forza rivoltosa, di ribellione
sociale. Non basta lo squadrismo politico per fare il neo-fascismo.
Un carattere distintivo del neo-fascismo può
essere considerato il rifiuto del dialogo democratico, in particolare di quello
parlamentare. L'insofferenza per il dissenso, considerato come tradimento. Uno dei tratti caratteristici del fascismo storico fu infatti la
svalutazione del Parlamento. In una formazione neo-fascista, al dissenso e anche al tentativo di dialogo da parte dei dissenzienti si opporrà la violenza
squadristica. Ma se prevale la violenza non si può più parlare di neo-fascismo, perché nella struttura
originaria dell’ideologia fascista c’era la riforma sociale che richiedeva un
certo livello di capacità dialettica e di cultura. Il fascismo storico era
riuscito ad assicurarsi l’appoggio di un grande filosofo come Giovanni Gentile
e del Papato.
Un altro carattere distintivo può essere
individuato nell’organizzazione verticistica, gerarchica. Una formazione neofascista avrà
un capo, o un’oligarchia di comando, vale a dire un gruppo ristretto di capi, che sceglieranno i livelli sotto-ordinati di comando, per cooptazione, come si dice, che è appunto quando
una organizzazione scende dall’alto. Si darà molta importanza alla gerarchia e i livelli di potere più elevati saranno
considerati indiscutibili.
Sento
spesso che ci si dice fascisti per dire che si è contro gli immigrati. Questa
idea non rientrava nell’ideologia originaria del fascismo storico e non basta
per fare un neo-fascismo. Chi la
professa si manifesta solo xenofobo,
vale a dire avverso agli stranieri e, se pensa di esserlo perché gli italiani
sono superiori ad altri popoli, è un suprematista, come ci sono negli Stati
Uniti d’America. Se si pensa di passare dalle parole ai fatti, allora si è qualcosa di simile ai razzisti xenofobi del Ku Klux Klan nord-americano.
Il fascismo divenne razzista nella seconda metà degli anni ’30.
Gli storici ricordano che all’inizio aveva avuto tra i suoi sostenitori anche
ebrei, che nel ’38 vennero invece pesantemente discriminati da leggi razziali.
Divenne razzista essenzialmente per le relazioni politiche che intrattenne con
il nazismo hitleriano. Quest’ultimo era razzista dalle origini. Proclamava la
superiorità razziale dei tedeschi su ogni altro popolo, italiani
compresi. A quel punto al fascismo mussoliniano non rimase altra strada, per
fronteggiare il razzismo hitleriano, di inventarsi una superiorità razziale, etnica, di stirpe, degli italiani, non solo culturale, di civiltà. Gli italiani rimasero sempre
piuttosto tiepidi in merito, non apparendo loro particolarmente evidente questa
superiorità di tipo etnico, razziale (la razza è oggi, comunque, un concetto obsoleto, in biologia e antropologia. La genetica ha scoperto che gli esseri umani non si distinguono in razze). E, soprattutto, considerando i vari tipi umani della penisola, gli italiani apparivano piuttosto un miscuglio di varie etnie. In precedenza c’erano state leggi che vietavano matrimoni di
italiani e africani, ma più che altro per ragioni di morale familiare non tanto di razzismo. I
soldati e i funzionari italiani in Africa si facevano mogli africane, che poi lasciavano tornando in patria: questo veniva considerato contrario alla morale famigliare del regime. L’antisemitismo di tipo razziale creò dei problemi con il Papato. Quest’ultimo non aveva mai avuto problemi a
discriminare gli ebrei per ragioni religiose, come eretici, ma pensarli come
razza inferiore era tutt’altra cosa. Perché significava comprendere nella razza
inferiore anche Gesù, gli apostoli e tutti i primi
cristiani.
Manca,
in Italia, un partito che abbia oggi la minima possibilità, e anche la volontà,
di diventare il partito unico degli italiani per finalità di trasformazione
sociale, come volle essere il partito fascista.
Infine: l’anticomunismo non basta a giustificare politicamente un neo-fascismo ai nostri tempi, perché, a
differenza ad esempio che negli anni ’70, non c’è alcun partito comunista, o
anche solo socialista, che abbia la minima possibilità di conquistare il
governo nazionale. In genere nell’Europa contemporanea, i neo-fascismi hanno finito infatti per
trasformarsi in qualche altra cosa, conservatorismi, nazionalismi, suprematismi.
Non c’era più spazio politico per loro. E i regimi fascisti superstiti, ad esempio quelli spagnolo e portoghese, e quelli dell'America Latina, in particolare quelli argentino e cileno hanno finito in genere per evolvere in democrazie di tipo occidentale.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli