Il fascismo e noi
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| Dal WEB. Bambini in armi. Adunata di Balilla, i più piccoli delle istituzioni fasciste per i più giovani. |
1. Se ci rivolgiamo alla storia per avere
indicazioni per il futuro, occorre
averne una visione realistica. Altrimenti ci affidiamo a un sogno.
Il fascismo storico, che dal suo primo aggregarsi alla sua caduta come
regime durò dal 1914 al 1945, ci mostra un fatto politico in tutto il suo
sviluppo, dall’inizio alla fine. E’ stato studiato a fondo. Ne abbiamo una
visione affidabile, che non è più alterata dalla propaganda dell’epoca o dal
successivo afflato emotivo. Sappiamo quindi come si va a finire seguendo quella
via.
Il fascismo prese piede in anni in cui sembrava che i socialisti
potessero andare al potere in Italia per via democratica. I socialisti, come i
cattolici, nei decenni precedenti avevano lavorato alla formazione delle masse.
Entrambe le formazioni raccoglievano i frutti di questo impegno.
Durante la Prima guerra mondiale (nella quale l’Italia era stata
coinvolta dal 1915 al 1918) si era sviluppata un’economia di guerra,
rigidamente governata dallo stato. Nella situazione di emergenza si provvedeva
d’autorità più o meno a tutti. C’erano
masse di militari che non dovevano fare altro che combattere, eseguendo gli
ordini superiori: per il resto a tutto provvedeva lo stato. C’erano anche le
loro famiglie, a cui, anche, provvedeva lo stato con misure straordinarie, nel
caso fossero colpite dalle distruzioni belliche. Anche ai feriti e ai mutilati
provvedeva lo stato. Con la maggior parte degli uomini impegnati nell’esercito,
ci fu la piena occupazione tra quelli che erano rimasti. In particolare le
donne supplirono gli arruolati. L’industria viveva un ciclo favorevole,
trainata dalle commesse militari. Al fronte servivano armi, mezzi meccanici di
trasporto e di combattimento, vestiario, alimenti, prodotti sanitari.
Finita la guerra tutta questa economia terminò. La sua impostazione
generale tornò quella di prima, capitalistico-liberale. Le masse che erano
state sostenute nello sforzo bellico furono abbandonate a loro stesse. L’economia, privata delle commessi militari, incominciò
a riprendere il ritmo di prima della guerra, a normalizzarsi. I lavoratori
iniziarono a protestare, guidati dai socialisti. Le autorità dello stato
trattarono il fenomeni come un problema di ordine pubblico. Ecco, quindi, che,
alle elezioni del 1919, le prime dopo il conflitto, i due maggiori partiti
furono il socialista, con il 34% dei voti, e il popolare, ispirato dalla
dottrina sociale, con il 20%. Il Governo, fino al 1922, rimase sostenuto da
precarie coalizioni tra liberali, popolari e socialisti non rivoluzionari, ma
la sua politica economica fu fondamentalmente quella liberale.
L’idea di Benito Mussolini, formatosi nelle file del Partito Socialista
Italiano, fu quella di risolvere i problemi sociali ricreando un’economia di
guerra, caratterizzata da un fortissimo intervento dello stato, sia come misure
sociali sia come commesse all’industria. Un soluzione semplice, che però
implicava di fare veramente la guerra, di suscitare un popolo in armi. Ma come
convincere la gente, le masse? Si utilizzò la propaganda. Del resto la guerra
era finita da poco, la gente si era abituata alla guerra. Non impressionavano
più di tanto i racconti delle atrocità che erano state commesse.
Mussolini era andato in guerra, ma come militare di truppa. Della guerra
sapeva quello che poteva sapere un soldato di truppa. A quell’epoca la
strategia militare era già una scienza molto sofisticata. Mussolini non aveva
la cultura sufficiente per dirigere le guerre che si proponeva di
intraprendere. Si servì, almeno agli inizi, dell’apparato militare. Ma, con
l’affermarsi del regime, sempre più si ingerì nella gestione militare. Ciò in
particolare accadde durante la Seconda guerra mondiale, specialmente dal
1940, con la campagna militare per la conquista della Grecia. Questo fu tra i
fattori decisivi degli insuccessi italiani nel conflitto.
Più in generale, Mussolini, con la cultura di
un maestro elementare e di un agitatore socialista, non conosceva il mondo del
suo tempo, ne aveva un’immagine poco realistica. Si convinse, ad esempio, che
le grandi democrazie europee e americane fosse deboli come quella italiana e
quindi inadatte in tempo di guerra. Non aveva una visione realistica della
potenza economica degli Stati Uniti d’America. Alla loro entrata in guerra vi
fu chi fece osservare che nella sola New York era stato installato un numero di
telefoni di sei volte superiore a quelli dell’Italia intera.
Intorno alla figura di Mussolini fu organizzata un’azione di propaganda
molto pervasiva con caratteri di quello che, con riferimento al despota
sovietico Iosif Stalin, venne definito culto
della personalità. Egli era il Duce, indiscutibile: “il Duce ha sempre ragione”,
si insegnava. Fu insegnata addirittura una disciplina universitaria che si
chiamava Mistica fascista. Si cercò
di suscitare un afflato di tipo mistico, religioso. Progredendo il successo del
suo regime, non si sarebbe stati più capaci di dominare le masse in altro modo. C’era lo spettro della rivoluzione
sovietica, nel corso della quale forze socialiste rivoluzionarie avevano
rovesciato in poco tempo, durante il 1917, un’antica monarchia, con tutto il
sistema politico che vi era collegato. Era avvenuto nella fasi terminali di una
guerra che stava cominciando ad andare male per la Russia. Non si sarebbe potuto
dedurre da questo che la via della guerra poteva portare anche alla catastrofe?
Si sarebbe potuto, e anzi l’obiezione fu posta finché si poté farlo, in un
ambiente democratico, in cui fosse consentita libertà di parola. Ma per il
fascismo questo era una degenerazione dello stato, non si doveva discutere, ma credere, obbedire, combattere: questa la
parola d’ordine che veniva verniciata per strada, sulle facciate dei palazzi.
Di solito gli estimatori del fascismo arrivano a giudicare un errore la
propaganda e le leggi di discriminazione antiebraica che il fascismo
mussoliniano promosse dal 1938. Ma in realtà è la via della guerra proposta dal
fascismo ad aver prodotto storicamente il disastro nazionale. La guerra non fu
un errore del fascismo, che possa
essere separato da esso come si fa quando da una mela si taglia la parte
bacata. La via del fascismo fu quella
della guerra. E’ su questo che il fascismo deve essere giudicato come fatto
politico. Tutto il resto, ad esempio il tentativo di risolvere d’autorità, con
istituzioni statali, quelle corporative che riunivano lavoratori e
imprenditori, la questione sociale fu solo lavoro per preparare un popolo in
guerra, addestrandolo alle armi fin da quando si era molto piccoli, da bambini.
Riassumendo: la guerra per promuovere un’economia di guerra e risolvere
così, d’autorità, i problemi sociali.
Negli Stati Uniti d’America nel 1929 si produsse una grave crisi
recessiva dell’economia. Lo stato federale, guidato dal presidente Franklin
Delano Roosevelt, intervenne potentemente nell’economia in crisi, in
particolare con speciali misura di sostegno all’occupazione. Si fece,
sostanzialmente, come durante un periodo di guerra, ma senza impegnarsi in un
conflitto bellico, in una guerra vera. L’economia statunitense superò la crisi.
Mussolini poteva prendere esempio da quell’esperienza, come poi si fece a lungo
nel secondo dopoguerra, in tutto il mondo? Avrebbe potuto, se fosse stato
un’altra persona, con un’altra cultura, con un’altra storia, se fosse stato più
aperto a conoscere il mondo. Nel 1929, assicuratosi l’appoggio del Papato con i
Patti Lateranensi e silenziata ogni opposizione democratica, non
pensava di poter imparare nulla da nessuno.
2. Se si condivide l’ordine di idee che ho sopra esposto, è evidente
che la via del fascismo storico non può essere un’alternativa per l’Italia di
oggi. La via della guerra, infatti, porterebbe ai nostri tempi il mondo, non
solo l’Italia, alla catastrofe globale. Abbiamo armi di distruzione di massa
troppo potenti, tanto da minacciare concretamente la sopravvivenza dell’umanità.
Non c’è altro da dire in merito.
La
violenza può apparire una scorciatoia, per tagliare corto con tante
discussioni. Ma quando la situazione è complessa bisogna avere la pazienza di
discutere: non c’è altra via buona.
L’altro ieri ho visto in televisione un
documentario che trattava della banda tedesca di terroristi comunisti Baader - Meinhof, che si denominava Frazione dell’Armata rossa. Prese il nome dai suoi fondatori Andreas
Baader e Ulrike Meinhof. Operò a lungo, dagli anni ’70 agli anni ’90, nella
Germania occidentale, quella che all’epoca aveva capitale a Bonn. Facevano
attentati. Baader e Meinhof furono catturati nel 1972. In quella trasmissione hanno intervistato un
uomo che conosceva Baader e Meinhof. Ha detto che, secondo lui, il primo era un
teppista, la seconda, invece, una fine studiosa. Come hanno potuto unirsi in
un’unica banda? Ha osservato che,
quando si sceglie la via della violenza, finiscono per comandare quelli che
sono più bravi ad usare la violenza nel modo più spregiudicato; gli altri,
benché, fini intellettuali, seguono.
Questa è anche la mia esperienza, quello che ho potuto osservare
direttamente, in particolare nel tempo in cui fui al liceo e all’università e
in Italia c’era tanta più violenza di piazza di oggi.
Si parla di Nazione e ci si emoziona, come durante il fascismo. Ma
chi è la Nazione? Noi e chi? Quando si fa politica bisogna saper avere a che fare con
gli altri come realmente sono, non come li sogniamo o verremmo che fossero. Il
fascismo mussoliniano sognò l’Italia come faro di civiltà per il mondo, ma per
essere civili occorre innanzi tutto percorrere la via della
virtù e della sapienza, distaccarsi dalla brutalità che in ognuno di noi c’è
come retaggio del nostro antico passato di belve. La via della compassione, in
particolare, che in religione viene detta anche misericordia, è parte di questo stile di civiltà: significa avere cuore per le sofferenze altrui e quindi
non gettare gli altri in esperienze che le provochino, come ad esempio le
guerre. Perché essere civili, costruire una civiltà, come noi la intendiamo
nelle nostre migliori intenzioni, significa anche saper includere gli altri.
Tutte le grandi civiltà sono state fortemente inclusive, in particolare quella romana, dalla quale il fascismo
storico voleva trarre lezione. E’ un lavoro che si fa sempre più difficile
quante più sono le persone da includere. E’ qui che entra in campo la sapienza.
Non è cosa da incolti o da gente che decide d’istinto. Bisogna saper ragionare,
prevedere, fare: sapere, in una
parola. L’Italia di oggi è attrezzata, perché la scolarizzazione degli italiani
non è mai stata così alta. Com’è, però, che in Parlamento troviamo il minor
numero di laureati di sempre? Forse è perché si dà troppa poca importanza alla
sapienza. Si pensa che la politica sia decidere d’istinto, un atto di ferma
volontà. Questo era un po’ il fondamento dell’autorità politica di Mussolini
come Duce degli italiani. La storia ci insegna come si va a finire su quella strada.
Italiani si nasce? Il fascismo
storico non fu di questa opinione. Tanto è vero che programmò istituzioni molto
pervasive per costruire gli italiani in un certo modo, con dei
percorsi di formazione individuale e collettiva molto impegnativi. Voleva
infatti creare masse capaci di sacrificare
la vita in guerra per il bene della nazione. Addestrava i bambini alle armi. Era ben consapevole che italiani, e guerrieri, si
diventa. Nasciamo sapendo succhiare il latte e poco altro. Tutto il resto
si impara. E dentro abbiamo anche tante emozioni, che a volte ci possono
fuorviare, come ci insegna la psicologia moderna. Qualche giorno fa hanno dato
il Nobel all’economista Richard Thaler, per aver scoperto che il comportamento
degli attori dell’economia, ad esempio dei consumatori, è spesso irrazionale,
emotivo. Così quando compriamo un telefono cellulare non teniamo conto solo
delle sue specifiche tecniche, ma del suo rivestimento, dei suoi colori, delle
forme delle figurine che compaiono sullo schermo, e del fatto che nei gruppi
che frequentiamo è considerato indispensabile averlo. Condursi così in
politica, soprattutto quando si devono prendere le decisioni più importanti,
può darci poi molti dispiaceri.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa -
Roma, Monte Sacro, Valli
