Il fascismo in noi
1.
Per il grande interesse che ho riscontrato tra i miei lettori sul tema del
fascismo, ci ritorno sopra.
Osservo che tra i giovani, anche quelli colti, gli studenti
universitari, si guarda al fascismo come a una possibile via della politica di
oggi. Ne circolano però versioni molto
semplificate, come al tempo in cui fui studente al liceo, negli scorsi anni ’70.
Il giornalista Indro Montanelli sosteneva, lo
potete vedere e ascoltare in un’intervista caricata su YouTube
https://www.youtube.com/watch?v=5-1L5lH2urQ
che il fascismo fu Mussolini, e solo
di Mussolini e che la storia del fascismo
è la storia di Mussolini.
Benito Mussolini, nato in
Romagna nel 1883, da padre fabbro e madre maestra elementare, anch’egli di
professione maestro elementare, fu colui che, da un magma sociale preesistente
di rivoltosi, essenzialmente riconducibile al socialismo rivoluzionario,
catalizzò, quindi produsse l’aggregazione, del fascismo come movimento,
divenendone il Duce, il suo esponente
egemone dal potere indiscutibile, trasformando, e quindi segnando,
profondamente l’Italia negli anni, dal 1922 al 1943 come capo del Governo del
Regno d’Italia, e poi dal 1943 al 1945, come capo del Governo, con funzioni
sostanzialmente di capo di Stato, di una repubblica fascista denominata
Repubblica Sociale Italiana.
Uno degli studiosi più noti tra quelli che si sono occupati ad alto livello del fascismo italiano fu Renzo De Felice
(1929-1996). Egli non condivideva l’opinione di Montanelli. Condivideva invece la
tesi, già proposta negli anni ’30, che fossero esistiti vari tipi di fascismi,
compresenti in uno stesso tempo e succedutisi in tempi diversi, e che il
fascismo fosse stato un fatto sociale molto complesso. Esso, durante la sua
egemonia politica, coinvolse la gran parte degli italiani e, in particolare,
formò culturalmente le generazioni dei nati dal 1914 al 1930, tra i quali mio
padre, nato nel 1922, i quali, nella gran parte, quando cominciarono a fare vita sociale fuori
della famiglia non conobbero altra politica che quella proposta dal fascismo, e
dunque furono inizialmente, con poche eccezioni, fascisti.
Fino al 1914 Benito Mussolini fu un
esponente di primo piano del Partito Socialista Italiano, che comprendeva una
componente di socialismo rivoluzionario. Non se ne era ancora distaccato il
Partito Comunista, che fu fondato, per scissione da quello Socialista, nel
1921. La frattura di Mussolini con i socialisti di allora avvenne sul tema
della partecipazione dell’Italia alla Prima guerra mondiale: Mussolini,
inizialmente per la neutralità, maturò ed espresse convinzioni interventiste.
Durante la sua militanza socialista, Mussolini diresse i giornali Lotta di classe e Avanti!,
il giornale del partito. Espulso dal
Partito Socialista Italiano per aver manifestato convinzioni interventiste,
fondò pochi giorni dopo, nel novembre 1914, a Milano, il giornale Il Popolo d’Italia, che poi divenne quello del Partito Nazionale
Fascista, costituito nel novembre 1921.
Al centro dell’ideologia fascista nel corso di
tutta la storia del regime, dal 1922, quando Mussolini fu nominato capo del
Governo del Regno d’Italia - carica che mantenne ininterrottamente fino al 1943 -, all’aprile
1945, anno della caduta di quel regime al termine della Seconda Guerra Mondiale
in Italia, vi fu l’idea della guerra come movimento di rigenerazione sociale. Ed
effettivamente il fascismo guidò gli italiani in una serie continua di guerre,
fino alla sua caduta come regime, a partire dalla guerra di Libia (1922-1932),
poi nella guerra in Etiopia (1935-1936, ma preparata fin dal 1933), poi con l’intervento
nella guerra civile spagnola (1936-1939), infine nell’ultima guerra mondiale
(1939-1945: l’Italia entrò in guerra nel 1940).
Quell’idea della guerra era piuttosto diffusa negli anni a ridosso dell’inizio
della Prima Guerra Mondiale. La proclamavano ad esempio i futuristi italiani, che
partecipavano ad un movimento culturale in gran voga. E’ da loro che viene lo
slogan Guerra, sola igiene del mondo (fu il
titolo del loro manifesto, pubblicato nel 1915).
La rivoluzione comunista bolscevica in Russia, nell’ottobre 1917, nelle
ultime fasi della guerra mondiale, fu vista come una sorta di esperimento
sociale di come potesse essere trasformata una società impegnata in un
conflitto bellico.
Nel fascismo delle origini, al concetto di classe come motore della
trasformazione sociale, fu sostituito quello di nazione in guerra. Esso sviluppò
carattere antisocialista, in quanto i socialisti vedevano nella nazione una finzione che nascondeva il dominio di una
classe di privilegiati su classi subalterne, e, contemporaneamente
anti-borghese, perché considerava la borghesia vile e corrotta, e per questo
timorosa della guerra.
Scrisse e Renzo De Felice in Il fascismo e i partiti politici italiani, Cappelli,
1956, pag.13-14:
“[…] Il fascismo, quando
arrivò al potere (con il consenso di gran parte della classe politica liberale
che - in quel momento - non solo vedeva in esso il minore dei mali, ma si
illudeva che esso potesse evolvere in un neoliberalismo dell’età di massa in
grado di ristabilire quei legami con il
paese che essa aveva in gran parte perduti), mantenne potenzialmente la sua duplice caratterizzazione
anticapitalista e antiproletaria, che però non poté prendere corpo in una concreta azione politica, da un lato
per l’estrema stratificazione e divisione particolaristica della «piccola
borghesia», socialmente troppo legata agli altri strati della società, da un altro lato per l’essenza
stessa dell’ideologia fascista. Questa, se all’origine (sindacalismo
rivoluzionario) era nata come una sorta di «eresia»
del socialismo che scopriva sotto la
realtà delle classi quella della Nazione (sotto questo profilo, più che il
nazionalismo a preparare il fascismo, fu
il fascismo che assorbì il nazionalismo) e ne aveva tentato la sintesi
corporativa (che fallì perché il padronato
non collaborò che nei limiti dei propri interessi e la collaborazione
degli operai non andò oltre un
inquadramento formale), proprio per la sua necessità di adattarsi alla
psicologia e alla realtà piccolo borghesi finì per estrinsecarsi soprattutto
attraverso la valorizzazione delle elites, della «competenza»,
della «gerarchia», del «capo».
Attraverso una ideologia cioè che non solo era profondamente antidemocratica,
ma condannava in pratica il fascismo stesso
(e gli strati sociali che lo avevano espresso) poiché, mancando esso per
la sua origine storica e attivistica di una vera e propria elite, finì
rapidamente assorbito nelle strutture burocratiche ed economiche preesistenti,
nelle quali si adattò come gestore di un
potere che in buona parte non era - come capacità soprattutto di determinare lo
sviluppo economico-sociale - nelle sue mani, e che poteva detenere solo in virtù di un compromesso politico con la preesistente classe dominante
e con una parte di quelle forze portate alla ribalta dalla crisi della guerra,
con il ricorso ad un sistema di polizia e con una serie di diversivi (spesso
demagogici), fossero essi di politica internazionale o di politica sociale (di
tipo normativo-assistenziale).”
Nell’ordine di idee esposto dal De Felice, della
necessità per il fascismo, per poter continuare, di assicurarsi la
collaborazione di elite colte, si comprende bene l’importantissimo apporto derivato
al regime fascista a seguito del compromesso con il Papato nei Patti
Lateranensi, nel 1929, che consentì al fascismo di beneficiare dell’apporto di competenze
intellettuali e in materia di animazione della società molto superiori a quelle da esso
possedute, quelle appunto che gli furono portate dal mondo cattolico, indotto
dal Papato a collaborare con il regime, almeno fino al 1938. Gli anni tra il
1929 e il 1938 furono quelli del
fascismo trionfante in Italia, con un consenso popolare vastissimo.
Mussolini aveva cultura da maestro elementare,
fu un brillante giornalista e, in primo luogo, un agitatore sociale al modo dei
socialisti rivoluzionari. All’origine si
era manifestato violentemente anticlericale, come i socialisti rivoluzionari.
Eppure fu colui che, in rappresentanza del Regno d’Italia, sottoscrisse i Patti Laterananensi con il Papato, presentandoli come una
grande vittoria politica e spirituale del regime.
2. Ho cercato di riassumere in poche righe un fenomeno sociale
molto complesso, quale fu il fascismo storico, tra il 1922 e il 1945.
L’ho fatto per capire che cosa ancora affascina in esso ai nostri
giorni, perché dei giovani guardino ad esso come a un modello valido.
E’ un lavoro che ho cominciato a fare già al liceo, dove gran parte dei
miei compagni di classe maschi aderiva al Fronte
della Gioventù, l’organizzazione del partito Movimento Sociale Italiano, che si allacciava ideologicamente,
esplicitamente, all’ideologia fascista. Su questo punto non ho dubbi, non solo perché
quei compagni di classe chiamavano se stessi fascisti, ma perché erano stati fascisti i fondatori del partito,
Giorgio Almirante e Pino Romualdi, quest’ultimo vicesegretario del Partito
Nazionale Fascista nella Repubblica Sociale Italiana.
Su YouTube potete vedere un’intervista ad Almirante, nel programma Mixer, in cui egli spiega perché
continuava a definirsi fascista:
https://www.youtube.com/watch?v=JL0nrJf1Tw4
In un’altra intervista su YouTube
https://www.youtube.com/watch?v=ccP9lyosVlE
egli, nato nel 1914, spiega che
imparò il valore della libertà solo dopo la caduta del fascismo, nella vita
democratica della Repubblica italiana, perché prima non gli era stata insegnata. Un’esperienza comune alle generazioni formatesi
durante il fascismo.
Tra i cattolici italiani, la libertà cominciò
ad essere nuovamente insegnata nel corso degli anni ’30 in ambienti
intellettuali molto limitati, ad esempio nel Movimento Laureati di Azione
Cattolica, fondato nel 1932.
Bene: come già osservai al liceo, rimane poco del fascismo storico in
quelli che oggi se ne proclamano aderenti. Prendono a modello lo squadrismo delle origini e
si circondano di simboli del fascismo, ma non hanno i suoi stessi nemici e i
suoi obiettivi. Si vuole un certo benessere, come le classi più benestanti che
vengono prese a modello, non ci si vuole sacrificare per gli altri o per la
Nazione. In Italia non è incipiente una rivoluzione socialista e la vita civile
prosegue con ordine. Mi pare anche che manchi completamente un progetto di
riforma sociale analogo a quello fascista, da
attuarsi mediante la guerra di popolo, con una nazione in guerra. “Italia agli Italiani” non era un problema del fascismo
storico, perché, quando prese il potere, l’Italia
era già degli Italiani, a seguito della vittoria bellica nella Prima Guerra
Mondiale. Il suo problema fu semmai quello di creare un impero per portare l’Italia anche molto fuori d’Italia, a genti
lontane, in particolare in Africa, alle quali, come faceva una canzone molto
popolare del regime, si
voleva dare un'altra legge e un altro Re e per bandiera quella italiana. Si voleva, quindi, farne degli italiani.
Chi oggi sarebbe disposto ad andare entusiasticamente
in guerra, come veniva proposto dai fascisti di un tempo? A morire per la Patria. Si fa il soldato
come lavoro, come professione. Si vorrebbe, terminato il lavoro, tornare a
casa. E la guerra viene considerata come è realmente, morte, corpi lacerati e mutilati,
tanti orfani e tanta altra gente che soffre, e distruzione, un male sociale da superare
prima possibile.
Molto di più del fascismo rimane negli ambienti cattolici conservatori.
La loro ideologia ingloba, ad esempio, l’idea del marito/padre come capo della famiglia e quella della donna come
destinata essenzialmente a ruoli subordinati di sposa e madre. Così come l’idea
che la religione cristiana, nella versione cattolica, rientri nei caratteri
costitutivi della nazione italiana (è l’ideologia che fu sviluppata a
seguito dei Patti Lateranensi).
Aggiungo un inciso: perché il Papato non fu
travolto con il Mussolini e la monarchia Savoia dopo il disastro dell’ultima
Guerra Mondiale?
Una delle ragioni può essere che nel marzo del 1939 cambiò il Papa, venendo eletto
Eugenio Pacelli, regnante come Pio XII. Egli subito iniziò a distanziarsi dall’ideologia
del regime, in particolare nel radiomessaggio
natalizio diffuso il 24 agosto 1939, in cui così parlò della guerra (di cui si
avvertivano chiaramente le gravi
minacce):
A tutto il mondo.
Un’ora grave suona nuovamente per la grande famiglia umana; ora di
tremende deliberazioni, delle quali non può disinteressarsi il Nostro cuore,
non deve disinteressarsi la Nostra Autorità spirituale, che da Dio Ci viene,
per condurre gli animi sulle vie della giustizia e della pace.
Ed eccoCi con voi tutti, che in questo momento portate il peso di
tanta responsabilità, perché a traverso la Nostra ascoltiate la voce di quel
Cristo da cui il mondo ebbe alta scuola di vita e nel quale milioni e milioni
di anime ripongono la loro fiducia in un frangente in cui solo la sua parola
può signoreggiare tutti i rumori della terra.
EccoCi con voi, condottieri di popoli, uomini della politica e
delle armi, scrittori, oratori della radio e della tribuna, e quanti altri avete
autorità sul pensiero e l’azione dei fratelli, responsabilità delle loro sorti.
Noi, non d’altro armati che della parola di Verità, al disopra
delle pubbliche competizioni e passioni, vi parliamo nel nome di Dio, da cui
ogni paternità in cielo ed in terra prende nome (Eph., III, 15), — di Gesù Cristo, Signore Nostro, che tutti gli
uomini ha voluto fratelli, — dello Spirito Santo, dono di Dio altissimo, fonte
inesausta di amore nei cuori.
Oggi che, nonostante le Nostre ripetute esortazioni e il Nostro particolare
interessamento, più assillanti si fanno i timori di un sanguinoso conflitto
internazionale; oggi che la tensione degli spiriti sembra giunta a tal segno da
far giudicare imminente lo scatenarsi del tremendo turbine della guerra,
rivolgiamo con animo paterno un nuovo e più caldo appello ai Governanti e ai
popoli: a quelli, perché, deposte le accuse, le minacce, le cause della
reciproca diffidenza, tentino di risolvere le attuali divergenze coll’unico
mezzo a ciò adatto, cioè con comuni e leali intese: a questi, perché, nella
calma e nella serenità, senza incomposte agitazioni, incoraggino i tentativi
pacifici di chi li governa.
È con la forza della ragione, non con quella delle armi, che la
Giustizia si fa strada. E gl’imperi non fondati sulla Giustizia non sono
benedetti da Dio. La politica emancipata dalla morale tradisce quelli stessi
che così la vogliono.
Imminente è il pericolo, ma è ancora tempo.
Nulla è perduto con la pace. Tutto
può esserlo con la guerra. Ritornino gli uomini a comprendersi. Riprendano a
trattare. Trattando con buona volontà e con rispetto dei reciproci diritti si
accorgeranno che ai sinceri e fattivi negoziati non è mai precluso un onorevole
successo.
E si sentiranno grandi — della vera grandezza — se imponendo
silenzio alle voci della passione, sia collettiva che privata, e lasciando alla
ragione il suo impero, avranno risparmiato il sangue dei fratelli e alla patria
rovine.
Faccia l’Onnipotente che la voce di questo Padre della famiglia
cristiana, di questo Servo dei servi, che di Gesù Cristo porta, indegnamente
sì, ma realmente tra gli uomini, la persona, la parola, l’autorità, trovi nelle
menti e nei cuori pronta e volenterosa accoglienza.
Ci ascoltino i forti, per non
diventar deboli nella ingiustizia. Ci ascoltino i potenti, se vogliono che la
loro potenza sia non distruzione, ma sostegno per i popoli e tutela a
tranquillità nell’ordine e nel lavoro.
Noi li supplichiamo per il sangue di Cristo, la cui forza
vincitrice del mondo fu la mansuetudine nella vita e nella morte. E
supplicandoli, sappiamo e sentiamo di aver con Noi tutti i retti di cuore;
tutti quelli che hanno fame e sete di Giustizia — tutti quelli che soffrono
già, per i mali della vita, ogni dolore. Abbiamo con Noi il cuore delle madri,
che batte col Nostro; i padri, che dovrebbero abbandonare le loro famiglie; gli
umili, che lavorano e non sanno; gli innocenti, su cui pesa la tremenda
minaccia; i giovani, cavalieri generosi dei più puri e nobili ideali. Ed è con
Noi l’anima di questa vecchia Europa, che fu opera della fede e del genio
cristiano. Con Noi l’umanità intera, che
aspetta giustizia, pane, libertà, non ferro che uccide e distrugge. Con Noi
quel Cristo, che dell’amore fraterno ha fatto il Suo comandamento,
fondamentale, solenne; la sostanza della sua Religione, la promessa della
salute per gli individui e per le Nazioni.
Memori infine che le umane industrie a nulla valgono senza il
divino aiuto, invitiamo tutti a volgere lo sguardo in Alto ed a chiedere con
fervide preci al Signore che la sua grazia discenda abbondante su questo mondo
sconvolto, plachi le ire, riconcilii gli animi e faccia risplendere l’alba di
un più sereno avvenire. In questa attesa e con questa speranza impartiamo a
tutti di cuore la Nostra paterna Benedizione.
Tenendo conto che l’idea di rigenerazione della nazione mediante la guerra
era nella struttura fondamentale e originaria dell’ideologia fascista, fin
dalle origini nel 1914, non si potrebbe immaginare una critica più forte, anche
se non esplicita. Questa critica continuò negli anni successivi nei
radiomessaggi natalizi dal 1941 al 1944, che segnarono una trasformazione della
dottrina sociale in materia politica con l’inizio dell’assimilazione della
democrazia.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli