domenica 15 ottobre 2017

Il fascismo in noi

Il fascismo in noi

 1. Per il grande interesse che ho riscontrato tra i miei lettori sul tema del fascismo, ci ritorno sopra.
  Osservo che tra i giovani, anche quelli colti, gli studenti universitari, si guarda al fascismo come a una possibile via della politica di oggi.  Ne circolano però versioni molto semplificate, come al tempo in cui fui studente al liceo, negli scorsi anni ’70.
 Il giornalista Indro Montanelli sosteneva, lo potete vedere e ascoltare in un’intervista caricata su YouTube
https://www.youtube.com/watch?v=5-1L5lH2urQ
che  il fascismo fu Mussolini, e solo di Mussolini e che la storia del fascismo è la storia di Mussolini.
 Benito Mussolini, nato in Romagna nel 1883, da padre fabbro e madre maestra elementare, anch’egli di professione maestro elementare, fu colui che, da un magma sociale preesistente di rivoltosi, essenzialmente riconducibile al socialismo rivoluzionario, catalizzò, quindi produsse l’aggregazione, del fascismo come movimento, divenendone il Duce, il suo esponente egemone dal potere indiscutibile, trasformando, e quindi segnando, profondamente l’Italia negli anni, dal 1922 al 1943 come capo del Governo del Regno d’Italia, e poi dal 1943 al 1945, come capo del Governo, con funzioni sostanzialmente di capo di Stato, di una repubblica fascista denominata Repubblica Sociale Italiana.
 Uno degli studiosi più noti tra quelli che si sono occupati  ad alto livello del fascismo italiano fu Renzo De Felice (1929-1996). Egli non condivideva l’opinione di Montanelli. Condivideva invece la tesi, già proposta negli anni ’30, che fossero esistiti vari tipi di fascismi, compresenti in uno stesso tempo e succedutisi in tempi diversi, e che il fascismo fosse stato un fatto sociale molto complesso. Esso, durante la sua egemonia politica, coinvolse la gran parte degli italiani e, in particolare, formò culturalmente le generazioni dei nati dal 1914 al 1930, tra i quali mio padre, nato nel 1922, i quali, nella gran parte,  quando cominciarono a fare vita sociale fuori della famiglia non conobbero altra politica che quella proposta dal fascismo, e dunque furono inizialmente, con poche eccezioni, fascisti.
  Fino al 1914 Benito Mussolini fu un esponente di primo piano del Partito Socialista Italiano, che comprendeva una componente di socialismo rivoluzionario. Non se ne era ancora distaccato il Partito Comunista, che fu fondato, per scissione da quello Socialista, nel 1921. La frattura di Mussolini con i socialisti di allora avvenne sul tema della partecipazione dell’Italia alla Prima guerra mondiale: Mussolini, inizialmente per la neutralità, maturò ed espresse convinzioni interventiste.
  Durante la sua militanza socialista, Mussolini diresse i giornali Lotta di classe  e Avanti!, il giornale del partito. Espulso  dal Partito Socialista Italiano per aver manifestato convinzioni interventiste, fondò pochi giorni dopo, nel novembre 1914, a Milano, il giornale Il Popolo d’Italia,  che poi divenne quello del Partito Nazionale Fascista, costituito nel novembre 1921.
 Al centro dell’ideologia fascista nel corso di tutta la storia del regime, dal 1922, quando Mussolini fu nominato capo del Governo del Regno d’Italia - carica che mantenne ininterrottamente fino al 1943 -, all’aprile 1945, anno della caduta di quel regime al termine della Seconda Guerra Mondiale in Italia, vi fu l’idea della guerra come movimento di rigenerazione sociale. Ed effettivamente il fascismo guidò gli italiani in una serie continua di guerre, fino alla sua caduta come regime, a partire dalla guerra di Libia (1922-1932), poi nella guerra in Etiopia (1935-1936, ma preparata fin dal 1933), poi con l’intervento nella guerra civile spagnola (1936-1939), infine nell’ultima guerra mondiale (1939-1945: l’Italia entrò in guerra nel 1940).
  Quell’idea della guerra era piuttosto diffusa negli anni a ridosso dell’inizio della Prima Guerra Mondiale. La proclamavano ad esempio i futuristi  italiani, che partecipavano ad un movimento culturale in gran voga. E’ da loro che viene lo slogan  Guerra, sola igiene del mondo (fu il titolo del loro  manifesto, pubblicato nel 1915).
   La rivoluzione comunista bolscevica in Russia, nell’ottobre 1917, nelle ultime fasi della guerra mondiale, fu vista come una sorta di esperimento sociale di come potesse essere trasformata una società impegnata in un conflitto bellico.
  Nel fascismo delle origini, al concetto di classe  come motore della trasformazione sociale, fu sostituito quello di  nazione  in guerra. Esso sviluppò carattere antisocialista, in quanto i socialisti vedevano nella nazione  una finzione che nascondeva il dominio di una classe di privilegiati su classi subalterne, e, contemporaneamente anti-borghese, perché considerava la borghesia vile e corrotta, e per questo timorosa della guerra.
  Scrisse e Renzo De Felice in  Il fascismo e i partiti politici italiani, Cappelli, 1956, pag.13-14:
[…] Il fascismo, quando arrivò al potere (con il consenso di gran parte della classe politica liberale che - in quel momento - non solo vedeva in esso il minore dei mali, ma si illudeva che esso potesse evolvere in un neoliberalismo dell’età di massa in grado di ristabilire  quei legami con il paese che essa aveva in gran parte perduti), mantenne potenzialmente  la sua duplice caratterizzazione anticapitalista e antiproletaria, che però non poté prendere corpo  in una concreta azione politica, da un lato per l’estrema stratificazione e divisione particolaristica della «piccola borghesia», socialmente troppo legata agli altri strati  della società, da un altro lato per l’essenza stessa dell’ideologia fascista. Questa, se all’origine (sindacalismo rivoluzionario) era nata come una sorta di «eresia» del socialismo che scopriva  sotto la realtà delle classi quella della Nazione (sotto questo profilo, più che il nazionalismo  a preparare il fascismo, fu il fascismo che assorbì il nazionalismo) e ne aveva tentato la sintesi corporativa (che fallì perché il padronato  non collaborò che nei limiti dei propri interessi e la collaborazione degli operai  non andò oltre un inquadramento formale), proprio per la sua necessità di adattarsi alla psicologia e alla realtà piccolo borghesi finì per estrinsecarsi soprattutto attraverso la valorizzazione delle elites, della «competenza», della «gerarchia», del «capo». Attraverso una ideologia cioè che non solo era profondamente antidemocratica, ma condannava in pratica il fascismo stesso  (e gli strati sociali che lo avevano espresso) poiché, mancando esso per la sua origine storica e attivistica di una vera e propria elite, finì rapidamente assorbito nelle strutture burocratiche ed economiche preesistenti, nelle quali si adattò come gestore  di un potere che in buona parte non era - come capacità soprattutto di determinare lo sviluppo economico-sociale - nelle sue mani, e che poteva  detenere solo in virtù di un compromesso  politico con la preesistente classe dominante e con una parte di quelle forze portate alla ribalta dalla crisi della guerra, con il ricorso ad un sistema di polizia e con una serie di diversivi (spesso demagogici), fossero essi di politica internazionale o di politica sociale (di tipo normativo-assistenziale).”
 Nell’ordine di idee esposto dal De Felice, della necessità per il fascismo, per poter continuare, di assicurarsi la collaborazione di elite colte, si comprende bene l’importantissimo apporto derivato al regime fascista a seguito del compromesso con il Papato nei Patti Lateranensi, nel 1929, che consentì al fascismo di beneficiare dell’apporto di competenze intellettuali e in materia di animazione  della società molto superiori a quelle da esso possedute, quelle appunto che gli furono portate dal mondo cattolico, indotto dal Papato a collaborare con il regime, almeno fino al 1938. Gli anni tra il 1929  e il 1938 furono quelli del fascismo trionfante in Italia, con un consenso popolare vastissimo.
  Mussolini aveva cultura da maestro elementare, fu un brillante giornalista e, in primo luogo, un agitatore sociale al modo dei socialisti rivoluzionari.  All’origine si era manifestato violentemente anticlericale, come i socialisti rivoluzionari. Eppure fu colui che, in rappresentanza del Regno d’Italia, sottoscrisse i Patti Laterananensi  con il Papato, presentandoli come  una grande vittoria politica e spirituale del regime.
2. Ho cercato di riassumere in poche righe un fenomeno sociale molto complesso, quale fu il fascismo storico, tra il 1922  e il 1945.
  L’ho fatto per capire che cosa ancora affascina in esso ai nostri giorni, perché dei giovani guardino ad esso come a un modello valido.
  E’ un lavoro che ho cominciato a fare già al liceo, dove gran parte dei miei compagni di classe maschi aderiva al Fronte della Gioventù, l’organizzazione del partito Movimento Sociale Italiano, che si allacciava ideologicamente, esplicitamente, all’ideologia fascista. Su questo punto non ho dubbi, non solo perché quei compagni di classe chiamavano se stessi fascisti, ma perché erano stati fascisti i fondatori del partito, Giorgio Almirante e Pino Romualdi, quest’ultimo vicesegretario del Partito Nazionale Fascista nella Repubblica Sociale Italiana.
  Su YouTube potete vedere un’intervista ad Almirante, nel programma Mixer, in cui egli spiega perché continuava a definirsi  fascista:
https://www.youtube.com/watch?v=JL0nrJf1Tw4
 In un’altra intervista su YouTube
https://www.youtube.com/watch?v=ccP9lyosVlE
egli, nato nel 1914, spiega che imparò il valore della libertà solo dopo la caduta del fascismo, nella vita democratica della Repubblica italiana,  perché prima non gli era stata insegnata.  Un’esperienza comune alle generazioni formatesi durante il fascismo.
 Tra i cattolici italiani, la libertà cominciò ad essere nuovamente insegnata nel corso degli anni ’30 in ambienti intellettuali molto limitati, ad esempio nel Movimento Laureati di Azione Cattolica, fondato nel 1932.
  Bene: come già osservai al liceo, rimane poco del fascismo storico in quelli che oggi se ne proclamano aderenti.   Prendono a modello lo squadrismo  delle origini e si circondano di simboli del fascismo, ma non hanno i suoi stessi nemici e i suoi obiettivi. Si vuole un certo benessere, come le classi più benestanti che vengono prese a modello, non ci si vuole sacrificare per gli altri o per la Nazione. In Italia non è incipiente una rivoluzione socialista e la vita civile prosegue con ordine. Mi pare anche che manchi completamente un progetto di riforma sociale analogo a quello fascista, da attuarsi mediante la guerra di popolo, con una nazione in guerra. “Italia  agli Italiani” non era un problema del fascismo storico, perché, quando prese il potere, l’Italia era già degli Italiani, a seguito della vittoria bellica nella Prima Guerra Mondiale. Il suo problema fu semmai quello di creare un impero per portare l’Italia anche molto fuori d’Italia, a genti lontane, in particolare in Africa, alle quali, come faceva una canzone molto popolare del regime,   si voleva dare  un'altra legge e un altro Re e per bandiera quella italiana.  Si voleva, quindi, farne degli italiani.
 Chi oggi sarebbe disposto ad andare entusiasticamente in guerra, come veniva proposto dai fascisti di un tempo? A morire per la Patria. Si fa il soldato come lavoro, come professione. Si vorrebbe, terminato il lavoro, tornare a casa. E la guerra viene considerata come è realmente, morte, corpi lacerati e mutilati, tanti orfani e tanta altra gente che soffre, e distruzione, un male sociale da superare prima possibile.
  Molto di più del fascismo rimane negli ambienti cattolici conservatori. La loro ideologia ingloba, ad esempio, l’idea del marito/padre come capo  della famiglia e quella della donna come destinata essenzialmente a ruoli subordinati di sposa e madre. Così come l’idea che la religione cristiana, nella versione cattolica, rientri nei caratteri costitutivi della nazione  italiana (è l’ideologia che fu sviluppata a seguito dei Patti Lateranensi).
 Aggiungo un inciso: perché il Papato non fu travolto con il Mussolini e la monarchia Savoia dopo il disastro dell’ultima Guerra Mondiale?
  Una delle ragioni può essere che nel  marzo del 1939 cambiò il Papa, venendo eletto Eugenio Pacelli, regnante come Pio XII. Egli subito iniziò a distanziarsi dall’ideologia del  regime, in particolare nel radiomessaggio natalizio diffuso il 24 agosto 1939, in cui così parlò della guerra (di cui si avvertivano chiaramente  le gravi minacce):
A tutto il mondo.
Un’ora grave suona nuovamente per la grande famiglia umana; ora di tremende deliberazioni, delle quali non può disinteressarsi il Nostro cuore, non deve disinteressarsi la Nostra Autorità spirituale, che da Dio Ci viene, per condurre gli animi sulle vie della giustizia e della pace.
Ed eccoCi con voi tutti, che in questo momento portate il peso di tanta responsabilità, perché a traverso la Nostra ascoltiate la voce di quel Cristo da cui il mondo ebbe alta scuola di vita e nel quale milioni e milioni di anime ripongono la loro fiducia in un frangente in cui solo la sua parola può signoreggiare tutti i rumori della terra.
EccoCi con voi, condottieri di popoli, uomini della politica e delle armi, scrittori, oratori della radio e della tribuna, e quanti altri avete autorità sul pensiero e l’azione dei fratelli, responsabilità delle loro sorti.
Noi, non d’altro armati che della parola di Verità, al disopra delle pubbliche competizioni e passioni, vi parliamo nel nome di Dio, da cui ogni paternità in cielo ed in terra prende nome (Eph., III, 15), — di Gesù Cristo, Signore Nostro, che tutti gli uomini ha voluto fratelli, — dello Spirito Santo, dono di Dio altissimo, fonte inesausta di amore nei cuori.
Oggi che, nonostante le Nostre ripetute esortazioni e il Nostro particolare interessamento, più assillanti si fanno i timori di un sanguinoso conflitto internazionale; oggi che la tensione degli spiriti sembra giunta a tal segno da far giudicare imminente lo scatenarsi del tremendo turbine della guerra, rivolgiamo con animo paterno un nuovo e più caldo appello ai Governanti e ai popoli: a quelli, perché, deposte le accuse, le minacce, le cause della reciproca diffidenza, tentino di risolvere le attuali divergenze coll’unico mezzo a ciò adatto, cioè con comuni e leali intese: a questi, perché, nella calma e nella serenità, senza incomposte agitazioni, incoraggino i tentativi pacifici di chi li governa.
È con la forza della ragione, non con quella delle armi, che la Giustizia si fa strada. E gl’imperi non fondati sulla Giustizia non sono benedetti da Dio. La politica emancipata dalla morale tradisce quelli stessi che così la vogliono.
Imminente è il pericolo, ma è ancora tempo.
Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra. Ritornino gli uomini a comprendersi. Riprendano a trattare. Trattando con buona volontà e con rispetto dei reciproci diritti si accorgeranno che ai sinceri e fattivi negoziati non è mai precluso un onorevole successo.
E si sentiranno grandi — della vera grandezza — se imponendo silenzio alle voci della passione, sia collettiva che privata, e lasciando alla ragione il suo impero, avranno risparmiato il sangue dei fratelli e alla patria rovine.
Faccia l’Onnipotente che la voce di questo Padre della famiglia cristiana, di questo Servo dei servi, che di Gesù Cristo porta, indegnamente sì, ma realmente tra gli uomini, la persona, la parola, l’autorità, trovi nelle menti e nei cuori pronta e volenterosa accoglienza.
Ci ascoltino i forti, per non diventar deboli nella ingiustizia. Ci ascoltino i potenti, se vogliono che la loro potenza sia non distruzione, ma sostegno per i popoli e tutela a tranquillità nell’ordine e nel lavoro.
Noi li supplichiamo per il sangue di Cristo, la cui forza vincitrice del mondo fu la mansuetudine nella vita e nella morte. E supplicandoli, sappiamo e sentiamo di aver con Noi tutti i retti di cuore; tutti quelli che hanno fame e sete di Giustizia — tutti quelli che soffrono già, per i mali della vita, ogni dolore. Abbiamo con Noi il cuore delle madri, che batte col Nostro; i padri, che dovrebbero abbandonare le loro famiglie; gli umili, che lavorano e non sanno; gli innocenti, su cui pesa la tremenda minaccia; i giovani, cavalieri generosi dei più puri e nobili ideali. Ed è con Noi l’anima di questa vecchia Europa, che fu opera della fede e del genio cristiano. Con Noi l’umanità intera, che aspetta giustizia, pane, libertà, non ferro che uccide e distrugge. Con Noi quel Cristo, che dell’amore fraterno ha fatto il Suo comandamento, fondamentale, solenne; la sostanza della sua Religione, la promessa della salute per gli individui e per le Nazioni.
Memori infine che le umane industrie a nulla valgono senza il divino aiuto, invitiamo tutti a volgere lo sguardo in Alto ed a chiedere con fervide preci al Signore che la sua grazia discenda abbondante su questo mondo sconvolto, plachi le ire, riconcilii gli animi e faccia risplendere l’alba di un più sereno avvenire. In questa attesa e con questa speranza impartiamo a tutti di cuore la Nostra paterna Benedizione.
   Tenendo conto che l’idea di  rigenerazione della nazione mediante la guerra era nella struttura fondamentale e originaria dell’ideologia fascista, fin dalle origini nel 1914, non si potrebbe immaginare una critica più forte, anche se non esplicita. Questa critica continuò negli anni successivi nei radiomessaggi natalizi dal 1941 al 1944, che segnarono una trasformazione della dottrina sociale in materia politica con l’inizio dell’assimilazione della democrazia.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli