Costruire
la cittadinanza
Tutti i temi che ho trattato nei precedenti post sul fascismo rientrano nel programma di studio
di diritto costituzionale, una delle
materie del corso di laurea in Legge. Gli studenti di questa disciplina poi
faranno gli avvocati, i magistrati, i funzionari dello stato o di altri enti
pubblici, i notai, ma lavoreranno anche nelle amministrazioni delle imprese
private. Il diritto, il complesso delle norme, scaturisce da fatti politici che
occorre conoscere per intenderlo bene. L’interpretazione delle norme è alla
base del lavoro della magistratura. Ma anche in tutte le altre istituzioni
pubbliche si è sempre impegnati in questa attività. Sono però anche tutti i
cittadini che dovrebbero svilupparne una certa consapevolezza. Come quando si
prende la patente di guida e si studia il codice della strada, che è una legge
dello stato molto complessa. Non è prevista la patente del cittadino. Se ci fosse, per prenderla bisognerebbe
dimostrare di conoscere la nostra Costituzione. Chi vuole guidare una macchina
deve conoscere il codice della strada, chi
nasce abilitato a guidare la Repubblica, come
cittadino, dovrebbe conoscerne (almeno) la Costituzione. La maggior parte di
noi, infatti, è nata cittadina della nostra Repubblica, ma senza sapere null’altro
che succhiare il latte. Certe cose le ha apprese dopo, a scuola. E ha avuto l’opportunità
di farlo, perché gli italiani di oggi sono i più scolarizzati di sempre. Terminati
gli studi però spesso si dimentica quello che si è appreso o non ci si
aggiorna. Il tempo passa, la società cambia e con essa anche le sue leggi, i
suoi ordinamenti. Periodicamente i cittadini sono chiamati a cooperare a scelte
politiche molto importanti. Quelle più importanti originano dalle elezioni
politiche nazionali, come quelle che ci saranno l’anno prossimo. Se non ci si è
preparati le si affronta d’istinto, emotivamente, magari decidendo l’ultimo
giorno o addirittura nei minuti prima di votare. O addirittura non si va a
votare. Che conta un singolo voto su tanti milioni?, si pensa. Le cose andranno
come sempre sono andate, si prevede, sbagliando, perché non sempre è andata
così. Sui giornali e in televisione non spiegano bene ciò che c’è in ballo. Gli
attori politici del momento fanno appello alla nostra fiducia o alla nostra
fedeltà. Adottano strategie che sono simili a quelle della pubblicità
commerciale. Allora non parlano tanto alla nostra mente ma alle nostre
emozioni, cercano di intuire le nostre paure e i nostri desideri e sulla loro
base adeguano la propaganda elettorale. Fanno promesse, ma non spiegano come
faranno a realizzarle. Se lo facessero,
pensano, l’attenzione della gente presto cadrebbe. Sbagliano? Siete riusciti subito
ad arrivare alla fine di questo lungo periodo che ho scritto o lo state
riprendendo per la seconda o la terza volta, dopo esservi interrotti?
La
democrazia è un sistema di valori e di limiti. Il primo valore è quello che
nessun potere deve essere senza limiti. Il limite più importante è quello della
partecipazione politica dei cittadini. Ogni cittadino ha voce, vale a dire il
concreto potere di incidere, nelle scelte politiche fondamentali. E’ un potere
diffuso tra milioni di persone. Quindi non può cadere mai in poche mani, finché c’è la democrazia. In
questo modo è un limite molto efficace. Ma richiede cittadini consapevoli,
formati alla politica, capaci di intendere che cosa c’è in ballo, il senso di
certe decisioni che devono essere prese. Capaci di partecipare e di organizzare
una partecipazione collettiva informata, razionale. Altrimenti si indebolisce
il sistema di limiti sui quali la democrazia si fonda e sono in pericolo i
valori, tutti. Negli spazi non presidiati della democrazia si infilano infatti i
più forti e spregiudicati. E una volta che accade può essere difficile cambiare
la situazione, come lo fu tra il 1943 e il 1945, l’epoca della crisi terminale
e della caduta del fascismo mussoliniano.
E’ vero, dunque: in genere cittadini si
nasce, perché la legge vuole così. Essere cittadini non è solo essere
soggetti al potere dello stato e delle altre istituzioni pubbliche. Anche gli
stranieri lo sono, entrando in Italia. E non significa solo poter beneficiare
di certe provvidenza pubbliche: in parte esse sono destinate anche agli
stranieri. Significa principalmente poter influire sul destino di una
collettività pubblica di cui si è parte, quindi anche sul proprio destino.
Questo comporta anche l’esserne responsabili. E qui si entra nel campo della
morale, la scelta del bene, che implica
anche quella religiosa. Le scelte che si fanno come cittadini, insegna la
dottrina sociale, hanno anche un significato religioso. Non esiste solo il
peccato personale, ma anche quello collettivo, che non significa però peccato impersonale, ma peccato di cui si è
collettivamente responsabili, quindi personalmente responsabili, ma come membri
di una collettività. E’ un discorso che nella dottrina sociale è stato
sviluppato in particolare a partire dall’enciclica Populorum progressio - Lo sviluppo dei popoli, diffusa nel 1967 dal papa Giovanni Battista
Montini, Paolo 6°. Vi leggiamo:
Vocazione e
crescita
15. Nel disegno di Dio, ogni uomo è chiamato a uno sviluppo,
perché ogni vita è vocazione. Fin dalla nascita, è dato a tutti in germe un
insieme di attitudini e di qualità da far fruttificare: il loro pieno
svolgimento, frutto a un tempo della educazione ricevuta dall’ambiente e dello
sforzo personale, permetterà a ciascuno di orientarsi verso il destino
propostogli dal suo Creatore. Dotato d’intelligenza e di libertà, egli è
responsabile della sua crescita, così come della sua salvezza. Aiutato, e
talvolta impedito, da coloro che lo educano e lo circondano, ciascuno rimane,
quali che siano le influenze che si esercitano su di lui, l’artefice della sua
riuscita o del suo fallimento: col solo sforzo della sua intelligenza e della
sua volontà, ogni uomo può crescere in umanità, valere di più, essere di più.
Dovere personale e comunitario
16. Tale crescita non è d’altronde facoltativa. Come tutta intera
la creazione è ordinata al suo Creatore, la creatura spirituale è tenuta ad
orientare spontaneamente la sua vita verso Dio, verità prima e supremo bene.
Così la crescita umana costituisce come una sintesi dei nostri doveri. Ma c’è
di più: tale armonia di natura, arricchita dal lavoro personale e responsabile,
è chiamata a un superamento. Mediante la sua inserzione nel Cristo
vivificatore, l’uomo accede a una dimensione nuova, a un umanesimo trascendente,
che gli conferisce la sua più grande pienezza: questa è la finalità suprema
dello sviluppo personale.
17. Ma ogni uomo è membro della società: appartiene all’umanità
intera. Non è soltanto questo o quell’uomo, ma tutti gli uomini sono chiamati a tale sviluppo plenario. Le civiltà
nascono, crescono e muoiono. Ma come le ondate dell’alta marea penetrano
ciascuna un po’ più a fondo nell’arenile, così l’umanità avanza sul cammino
della storia. Eredi delle generazioni passate e beneficiari del lavoro dei
nostri contemporanei, noi abbiamo degli obblighi verso tutti, e non possiamo
disinteressarci di coloro che verranno dopo di noi ad ingrandire la cerchia
della famiglia umana. La solidarietà
universale, che è un fatto e per noi un beneficio, è altresì un dovere.
Scala dei valori
18. Siffatta crescita
personale e comunitaria verrebbe compromessa ove si deteriorasse la vera scala
dei valori. Legittimo è il desiderio del necessario, e il lavoro per
arrivarci è un dovere: "Se qualcuno si rifiuta di lavorare, non deve
neanche mangiare". Ma l’acquisizione dei beni temporali può condurre alla
cupidigia, al desiderio di avere sempre di più e alla tentazione di accrescere
la propria potenza. L’avarizia delle persone, delle famiglie e delle nazioni
può contagiare i meno abbienti come i più ricchi, e suscitare negli uni e negli
altri un materialismo soffocatore.
Crescita ambivalente
19. Avere di più, per i popoli come per le persone, non è dunque
lo scopo ultimo. Ogni crescita è
ambivalente. Necessaria onde permettere all’uomo di essere più uomo, essa lo
rinserra come in una prigione, quando diventa il bene supremo che impedisce di
guardare oltre. Allora i cuori s’induriscono e gli spiriti si chiudono, gli
uomini non s’incontrano più per amicizia, ma spinti dall’interesse, il quale ha
buon giuoco nel metterli gli uni contro gli altri e nel disunirli. La ricerca
esclusiva dell’avere diventa così un ostacolo alla crescita dell’essere e si
oppone alla sua vera grandezza: per le nazioni come per le persone, l’avarizia
è la forma più evidente del sottosviluppo morale.
Verso una condizione più umana
20. Se il perseguimento
dello sviluppo richiede un numero sempre più grande di tecnici, esige ancor di più uomini di pensiero
capaci di riflessione profonda, votati alla ricerca d’un umanesimo nuovo, che
permetta all’uomo moderno di ritrovare se stesso, assumendo i valori superiori
d’amore, di amicizia, di preghiera e di contemplazione. In tal modo potrà compiersi in pienezza il
vero sviluppo, che è il passaggio, per ciascuno e per tutti, da condizioni meno
umane a condizioni più umane.
L’ideale da perseguire
21. Meno umane: le carenze materiali di coloro che sono privati
del minimo vitale, e le carenze morali di coloro che sono mutilati
dall’egoismo. Meno umane: le strutture oppressive, sia che provengano
dagli abusi del possesso che da quelli del potere, dallo sfruttamento dei
lavoratori che dall’ingiustizia delle transazioni. Più umane: l’ascesa
dalla miseria verso il possesso del necessario, la vittoria sui flagelli
sociali, l’ampliamento delle conoscenze, l’acquisizione della cultura. Più
umane, altresì: l’accresciuta considerazione della dignità degli altri,
l’orientarsi verso lo spirito di povertà, la cooperazione al bene comune, la
volontà di pace. Più umane, ancora: il riconoscimento da parte dell’uomo dei
valori supremi, e di Dio che ne è la sorgente e il termine. Più umane, infine e
soprattutto: la fede, dono di Dio accolto dalla buona volontà dell’uomo, e
l’unità nella carità del Cristo che ci chiama tutti a partecipare in qualità di
figli alla vita del Dio vivente, Padre di tutti gli uomini.
Come fedeli cattolici abbiamo un vantaggio,
rispetto ad altre componenti della società: il complesso delle pronunce del magistero in materia di dottrina
sociale costituisce un vero e proprio manuale di pronto impiego per la
formazione alla cittadinanza. Altri devono studiare Legge o Scienze
politiche o andarsi a ricercare faticosamente il materiale di studio in vari
testi di difficile comprensione. Noi abbiamo pronti una serie di schemi di
sintesi che devono essere solo integrati, in particolare con riferimenti
storici. Per questo è sufficiente, inizialmente, avere sotto mano il testo di
storia dell’ultimo anno delle scuole medie frequentato, inferiori o superiori.
I documenti della dottrina sociale sono testi di altissimo livello, frutto di
un lavoro collettivo di intellettuali di prim’ordine, nel quale i Papi, loro
stessi persone di alto livello intellettuale, hanno svolto principalmente il
lavoro che nella preparazione dei quotidiani fa il comitato di redazione. In
alcuni documenti naturalmente si sente
di più la loro mano nelle parti in cui trattano di argomenti che rientravano
nella loro specifica competenza come studiosi o nella loro esperienza di
pastori. Si tratta comunque sempre di testi lungamente meditati, sottoposti a
revisione critica da parte di vari studiosi prima di essere diffusi. In una
parola: sono altamente affidabili. C’è la teologia, ma non solo, perché in essi
si sempre fa riferimento dalla società di un certo tempo, che viene analizzata
per capirla e capire che fare.
Per capire il senso di ciò che ho osservato:
il principio di sussidiarietà, per
cui le istituzioni superiori devono lasciare spazio alla società e aiutarla a
crescere rispettandone l’autonomia e non pretendere di dominarla, è uno di
quelli fondamentali su cui si basa la nostra Unione Europea. Fu elaborato dalla
dottrina sociale. Ed è la via contraria a quella percorsa del fascismo storico
italiano, che volle essere e fu, invece,
un regime totalitario, che non lasciava
nessuno spazio alla società, ma pretendeva di controllarla in modo molto
pervasivo mediante le istituzioni dello stato.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli