Rivoluzioni
1. In astronomia rivoluzione è il moto regolare, ciclico, di un pianeta o
di una stella intorno ad un altro corpo, pianeta o stella, come intorno ad un
centro. In un anno la Terra gira intorno al Sole, compie una rivoluzione che viene definita rivoluzione terrestre: gira e ad un certo
punto si ricomincia da capo con le stagioni. Dopo un’estate possiamo prevedere
che, dopo un anno, ci sarà di nuovo un’estate simile alla precedente.
In politica si
parla di rivoluzione in un senso diverso, anche se, alla fine, simile.
Con quella parola si vuole intendere un mutamento piuttosto marcato delle
istituzioni più importanti dello stato, delle sue norme fondamentali, della sua
economia, del suo assetto sociale, senza il rispetto delle regole che in quello stato disciplinano i cambiamenti di quel tipo. La storia dell’Occidente,
quella che ci riguarda, è piena di rivoluzioni, fin dall’antichità. Spesso, ma
non sempre, esse sono state attuate con l’impiego di violenza di massa, per
vincere la resistenza delle precedenti istituzioni e delle forze politiche
contrarie al cambiamento. Qualche volta hanno comportato anche cambiamenti
molto profondi dell’economia. In genere le più recenti sono state espressione
dell’azione di movimenti politici di massa. Quello che accomuna le rivoluzioni
politiche a quelle astronomiche è questo: non si può dire completata la
rivoluzione fino a che non sia stabilizzato un nuovo ordinamento delle
istituzioni, e quindi senza essere tornati, sotto questo punto, di vista, alla situazione di partenza, uscendo dal moto di cambiamento. Questo può richiedere un tempo anche piuttosto lungo. Di solito c’è
un inizio quasi istantaneo delle rivoluzioni, in cui vediamo all’opera un
agente rivoluzionario, un gruppo di rivoluzionari,
e poi un processo di cambiamento delle istituzioni e delle regole, al termine
del quale, se riesce a terminare, se non viene ad un certo punto sovrastato da
una contro-rivoluzione, si avrà un nuovo
ordinamento dello stato, vale a dire nuove istituzioni e nuove regole.
2. La nostra Europa ha
vissuto un periodo rivoluzionario negli scorsi anni ’90, in cui sono
velocemente cambiati gli stati che nella parte occidentale erano finiti nella
sfera d’influenza dell’Unione Sovietica e anche quest’ultima. Di queste
rivoluzioni hanno avuto carattere moderatamente violento quella attuata in
Unione Sovietica e in Romania e duramente violento quella che ha cambiato la
Jugoslavia, ai nostri confini orientali, provocandone la disgregazione in tanti
stati minori. I tutti questi casi si è passati da un’economia di tipo
comunista, in cui la produzione di merci e servizi era direttamente controllata
dallo stato, così come anche il possesso di beni patrimoniali, produttivi e
non, limitando molto la possibilità di una proprietà privata, fondamentalmente
riservata ai beni strettamente personali
e ai veicoli, ad un’economia di tipo capitalista, prendendo a modello quello
statunitense. Questo ha richiesto riforme istituzionali, politiche e sociali
molto incisive che in Unione Sovietica si sono protratte dal 1991 al 1999, con
l’avvento dell’egemonia politica dell’attuale presidente Vladimir Putin. E’
solo in questo momento che quella rivoluzione russa può dirsi completata.
Nel 2011 si sono manifestati processi rivoluzionari in Nord Africa e nel
Vicino Oriente, fondamentalmente riconducibili ad un mutamento della strategia
di politica estera statunitense, durante la presidenza federale di Barak Obama
(dal 2008). Tutto iniziò dopo dei viaggi di Obama in Ghana ed Egitto nel 2009.
Parlando nel Parlamento del Ghana disse che occorreva «mettere
fine alle pratiche antidemocratiche e alla corruzione, adottando le regole del
buon governo, da cui dipende lo sviluppo, un ingrediente che è mancato per
troppo tempo».
In un discorso all’Università del
Cairo disse:
«Io sono qui oggi per
cercare di dare il via a un nuovo inizio tra gli Stati Uniti e i musulmani di
tutto il mondo; l'inizio di un rapporto che si basi sull'interesse reciproco e
sul mutuo rispetto; un rapporto che si basi su una verità precisa, ovvero che
America e Islam non si escludono a vicenda, non devono necessariamente essere in
competizione tra loro. Al contrario, America e Islam si sovrappongono,
condividono medesimi principi e ideali, il senso di giustizia e di progresso,
la tolleranza e la dignità dell'uomo.
Sono qui consapevole che questo cambiamento non potrà avvenire nell'arco
di una sola notte. Nessun discorso o proclama potrà mai sradicare completamente
una diffidenza pluriennale. Né io sarò in grado, nel tempo che ho a
disposizione, di porre rimedio e dare soluzione a tutte le complesse questioni
che ci hanno condotti a questo punto. Sono però convinto che per poter andare
avanti dobbiamo dire apertamente ciò che abbiamo nel cuore, e che troppo spesso
viene detto soltanto a porte chiuse. Dobbiamo promuovere uno sforzo sostenuto
nel tempo per ascoltarci, per imparare l'uno dall'altro, per rispettarci, per
cercare un terreno comune di intesa. Il Sacro Corano dice: "Siate
consapevoli di Dio e dite sempre la verità". Questo è quanto cercherò di
fare: dire la verità nel miglior modo possibile, con un atteggiamento umile per
l'importante compito che devo affrontare, fermamente convinto che gli interessi
che condividiamo in quanto appartenenti a un unico genere umano siano molto più
potenti ed efficaci delle forze che ci allontanano in direzioni opposte.»
La successiva caduta di
diversi regimi nordafricani ha dimostrato quanto essi erano divenuti legati
agli Stati Uniti d’America. La situazione di instabilità non si è ancora
veramente risolta, anche se solo in Libia e in Siria sono ancora in corso
processi francamente rivoluzionari.
Un processo di tipo rivoluzionario è in corso
attualmente in Catalogna, che vuole l’indipendenza dal Regno di Spagna, ma anche
mutarsi un una repubblica.
3. L’agente politico delle
rivoluzioni di solito è una forza militare o una forza politica di massa, o anche entrambe. I militari hanno di
solito la possibilità concreta di rovesciare istituzioni civili preesistenti,
ma senza suscitare una forza politica di massa che assecondi i loro disegni
rivoluzionari o senza allearsi con una che sia preesistente non riescono poi a
stabilizzare il nuovo ordinamento. Una
forza politica riesce di solito ad essere rivoluzionaria se esprime anche una
componente militare o se si allea con quella preesistente.
La violenza che in genere c’è nelle
rivoluzioni e la velocità dei cambiamenti da loro indotti genera di solito
molta sofferenza nel popolo. Diviene imprevedibile il futuro e l’economia
collassa. L’ordine pubblico si fa precario, nessuno è più veramente al sicuro.
Possono svilupparsi resistenze, rappresaglie, vendette; spesso vengono adottate
misure straordinarie di polizia e molta gente finisce in carcere senza poter
subire subito un processo o subendo processi sommari. Non è più certo come
comportarsi per essere sicuri.
In
democrazia ci sono regole per cambiare lo stato, l’economia e la società in
modo molto marcato, ma senza necessità di giungere ad una rivoluzione. Però vi
sono alcuni principi che in ogni caso devono rimanere fermi, ad esempio quello
di uguaglianza e quello di rispetto delle libertà civili delle persone. Se
questi ultimi vengono cambiati, si è in presenza di un mutamento a carattere
rivoluzionario. Nella nostra Costituzione è detto espressamente che la forma
repubblicana dello stato non può essere messa in questione: non si potrebbe
tornare ad una monarchia senza una rivoluzione. Così è detto espressamente che
non è possibile ricreare uno stato di tipo fascista. Ma la Corte Costituzionale
ha individuato diversi altri principi di sistema che non possono essere cambiati senza fare una
rivoluzione. Ad esempio quello di eguaglianza e quello di laicità dello stato.
4. La nostra Repubblica è nata da un processo rivoluzionario che si
è dispiegato tra il 25 luglio 1943, data del voto del Gran Consiglio del
fascismo che chiese al capo del Governo Benito Mussolini di rimettere i suoi
poteri al Re, e il 13 giugno 1946, quando il Re Umberto di Savoia decise di
accettare il voto al referendum del precedente 2 giugno che era risultato
favorevole alla repubblica e di lasciare l’Italia.
In questo lungo periodo il potere
istituzionale supremo fu esercitato nel Regno d’Italia dal Re e dai Governi da
esso nominati che erano succeduti all’ultimo di Mussolini. Furono mutate le
strutture fasciste dello stato mediante decreti legge, motivati con lo stato di
necessità per causa di guerra. Successivamente fu ne fu prevista la
presentazione per la conversione al
Parlamento entro sei mesi dalla
conclusione della pace. Di fatto, il Senato, composto di membri a vita in gran
parte ormai nominati tra persone di fede fascista durante il regime fascista, fu posto in quiescienza, in quanto non poteva lavorare se non in parallelo con
l’altra Camera, che nel 1943 non era più la Camera dei deputati ma la Camera
dei fasci e delle corporazioni, che però era stata sciolta (queste disposizioni vennero date con decreto legge 2
agosto 1943). Questo processo fu rivoluzionario perché, nonostante che fosse stato assentito dai monarchi Savoia, prima Vittorio Emanuele 3° e poi, dal
maggio 1946, da suo figlio Umberto di Savoia, dopo l’abdicazione del primo, esso
si svolse contro regole previste dal regime fascista per i mutamenti
istituzionali. Esso comportò la trasformazione dello stato da fascista a
democratico e da monarchia a repubblica e un rovesciamento delle alleanze
internazionali, con il ripudio dell’alleanza politica e militare con la
Germania nazista, con gli altri fascismi europei impegnati nella Seconda guerra
mondiale e con il Giappone. In questa fase i cattolico-democratici italiani
svolsero un ruolo rivoluzionario. In questo senso uno dei principali
rivoluzionari di allora fu il cattolico Alcide De Gasperi, che fu anche
presidente del consiglio dei ministri dal 1945 al 1953. De Gasperi, in
particolare, dopo il voto del 2 giugno 1946 e mentre ancora il sovrano, Umberto
di Savoia, non aveva deciso se accettare
il risultato del referendum favorevole alla Repubblica, essendo egli indeciso
se contestare i conteggi dei voti, in un clima politico istituzionale molto
teso, fece votare al suo Governo la decisione di nominarlo Capo provvisorio
dello Stato nella notte tra il 12 e il 13 giugno 1946, mettendo il sovrano nel
dilemma di suscitare una nuova guerra civile o accettare il risultato
referendario. ll Re abbandonò il Quirinale, la sede romana del suo potere,
recandosi all’estero, in Portogallo: la trasformazione dello stato finì quindi
pacificamente. Essa era stata preceduta da una lunga guerra di Resistenza, nel
centro e Nord Italia, dal settembre 1943 all’aprile 1945, contro gli occupanti
tedeschi e contro le truppe della Repubblica Sociale Italiana, sue alleate. In
questo conflitto combatterono un esercito comandato dal Comitato di liberazione
nazionale, che radunava i partiti democratici antifascisti che si erano andati
riorganizzando dopo le dimissioni di Mussolini da capo del Governo del Regno d’Italia,
il 25 luglio 1943, e l’esercito italiano rimasto fedele al sovrano e ai governi
da esso nominati.
Mario Ardigò - Azione
Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli