Sotto
gli occhi di tutti
C’è la convinzione che le cose non vadano
bene. Lo sento dire in giro alla gente in mezzo alla quale mi trovo. Che cos’è
che non va?
Molti hanno la sensazione di avere meno
soldi. Se si perde il lavoro non lo si ritrova, specialmente quando si hanno
più di cinquant’anni. I più giovani riescono a trovare lavoro con difficoltà e
spesso è lavoro mal retribuito e precario. C’è più libertà di licenziare e i
giudici non possono farci nulla. Molti giovani
cercano lavoro all’estero: oltre centomila italiani all’anno partono. Prendere
soldi in prestito costa poco, mai così poco come ora. Ma se non si ha un lavoro
stabile non è possibile ottenerli. Allora non si riesce a comprare casa e in affitto costano troppo. Una volta si costruivano case pubbliche che
poi venivano date in affitto a prezzi moderati: oggi questo settore è
praticamente fermo. Allora in questo campo è iniziata la legge della giungla:
chi è più forte prende la casa pubblica assegnata a chi è più debole o muore. Se
muore l’assegnatario, i parenti non restituiscono la casa pubblica da lui
abitata, finché qualcuno sfonda la porta e se la prende. I servizi pubblici,
sanità e trasporti in testa, ma anche l’acqua, pulizia delle strade e raccolta
dei rifiuti, peggiorano e diventano più costosi. E questo mentre i più hanno
meno soldi. Allora si inizia a non pagare le tariffe e questo aggrava la situazione. Questa che ho
descritto non è però la condizione di tutti. C’è una ristretta fascia della
popolazione che in questi anni si è arricchita. E’ quella che controlla l’economia
privata o che collabora con essa in posizioni forti. Mentre quello che i più
ricavano dai propri risparmi è bassissimo, intorno al 2% annuo al massimo, i
profitti di quest’altra parte della società sono spesso dieci volte tanto e
anche di più. La crisi non colpisce tutti nello stesso modo. C’è ricchezza, non
quella di piccoli risparmiatori, che si
è costruita il modo di sganciarsi da ogni crisi economica, lasciandosi dietro i
rottami. Fluttua in un mercato mondiale che consente transazioni veloci e
sicure. Riesce a mettere in crisi stati
interi. Impone le condizioni del lavoro, in particolare i salari, il livello
delle retribuzioni. I profitti sembrano incomprimibili, i salari, le
retribuzioni dei lavoratori dipendenti, sembrano poter essere compressi
indefinitamente. I più ricchi non si accontentano mai, per loro le tasse sono
sempre troppe; gli altri devono sempre accontentarsi e la quota di tasse che va
a loro beneficio, ad esempio per i servizi sociali, si riduce, innanzi tutto
perché va molto lo slogan “Meno tasse!” e poi perché impiegare le tasse per far star
meglio le masse sembra denaro buttato. Sembra più utile impiegarle per
incentivare i più ricchi, quelli che controllano l’economia privata, a
diventare ancora più ricchi, sperando che un po’ di ciò che ricavano in più
vada anche agli altri.
Se questa analisi è corretta, la causa dei
problemi sociali è molto chiara: sta in un’economia sbilanciata in favore di
ceti ristretti della popolazione, quelli che controllando l’economia sono i più
ricchi. Chi dovrebbe riequilibrare la situazione? Da sola essa non cambia.
Occorre agire d’autorità. E sono solo i poteri pubblici che ce l’hanno. Tuttavia
i poteri degli stati di piccole e medie dimensioni non bastano, perché l’economia
si è integrata in un sistema mondiale: quindi bisogna agire a questo livello,
su questa scala, ci vogliono potenti istituzioni pubbliche, in grado di
governare interi continenti. E’ quello che si sta tentando nella comunista
Repubblica popolare di Cina. Essa ha abbandonato l’idea della giustizia sociale, che caratterizzava il
socialismo europeo. Punta a un moderato benessere delle masse. In Italia chi se lo proponesse
avrebbe probabilmente molti sostenitori. La via del comunismo cinese è questa:
consentire in certi settori economici diseguaglianze fortissime, come nei
sistemi di capitalismo liberista, in modo da rendere competitive sui mercati
mondiali le produzioni cinesi, ma, ad un certo punto, prelevare d’autorità una
quota piuttosto rilevante dei profitti privati per investirli a favore dell’altra
parte della società. Questo viene fatto secondo il metodo comunista nella
versione leninista, senza tante discussioni. Chi non ci sta perde tutto. Le
condizioni di lavoro dei cinesi impegnati nelle produzioni a regime capitalista
sono peggiori di quelle degli europei, ma tendono lentamente a migliorare. Chi
non trova impiego in questo settore, lo trova in quelli controllati dallo stato
e anche lì le condizioni tendono lentamente a migliorare. In Europa, ora, manca
questa parte. In Occidente, chi non riesce a impiegarsi nelle lavorazioni
capitaliste rimane affidato più o meno a sé stesso e in quelle lavorazioni le
condizioni peggiorano. E nel settore pubblico si assume poco. In Cina si è partiti da una condizione di povertà e
rispetto ad essa si sta migliorando; in Europa accade il contrario. Davvero
dobbiamo rinunciare al proposito di giustizia sociale, vale a dire a
condizioni di equo benessere, non solo di generale moderato benessere, limitando le diseguaglianze
estreme, per le quali, ad esempio, come ci riferiscono gli statistici, poche
decine di persone controllano una ricchezza equivalente a quella nelle mani di
miliardi? Democrazia e giustizia sociale sono andate sempre di pari passo, nel
senso che uno dei principali incentivi allo sviluppo democratico è stata l’idea
di realizzare la giustizia sociale. La giustizia sociale è nell’interesse delle
masse e in democrazia le maggioranze governano. Come accade però anche in
democrazia si sia abbandonata l’idea di giustizia sociale? E’ essenzialmente un
problema culturale, di convinzioni condivise in una certa società.
I
politologi ancora non se lo spiegano: nei sistemi democratici si finisce per
non fare l’interesse delle masse di chi in società sta peggio ed è in
maggioranza. Sembra che la gente si fidi di più di chi è più ricco, di chi in
società sta meglio, che quindi prevale politicamente anche se è in minoranza. In genere è perché si
pensa che chi si propone la giustizia sociale non sia capace di governare la
società e che, dandogli retta, si finisca per stare peggio. C’è un eclatante
esempio storico: quello della rivoluzione russa prodottasi a partire dal 1917.
Solo negli anni ’70 le condizioni della gente caduta nel dominio dei comunisti
sovietici cominciarono a migliorare, anche se la disoccupazione non esisteva,
era addirittura vietata, tutti avevano un lavoro, la casa (anche se in
coabitazione) e cure sanitarie gratuite. Fino agli anni ’60 la condizione delle
masse sovietiche appariva, agli occhi degli Occidentali, piuttosto misera. Quando
migliorò, si cominciò a pensare alla democrazia e tutto cambiò, in un processo
che non fu istantaneo, ma che dura dal 1991 a tutt’oggi. Ora in Russia si sta
seguendo una via che assomiglia in certe cose a quella cinese e per altre a
quella statunitense. Come negli Stati Uniti d’America c’è ricchezza
stratosferica per alcuni e tanta povertà.
Un’altra ragione per la quale le masse hanno
fiducia nei più ricchi è culturale: il sistema dell’informazione è controllato da chi in società sta meglio.
In genere quindi prevale l’idea che cambiando le cose nel senso della giustizia
sociale si starebbe peggio. E si propone l’incubo sovietico come monito contro
ogni riforma profonda della società. Ma vi sono state ere in cui, in Occidente,
si è seguita la via della giustizia sociale riformando in meglio la società
mantenendo il metodo e i valori democratici. Avvenne, ad esempio, negli Stati
Uniti d’America, dopo lo scatenarsi della grave crisi recessiva dal 1929, sotto
la presidenze di Franklin Delano Roosevelt. Ma accadde anche in Italia per
circa un ventennio, negli anni Sessanta e Settanta, l’epoca in cui le
condizioni di tanta gente migliorarono velocemente, per poi iniziare lentamente
a peggiorare fino ad oggi. Si guarda al passato e ci si accorge che chi è oggi
più giovane sta peggio di chi era giovane in quell’epoca.
Ma, mi si potrebbe far osservare, in tutto ciò
dove sono gli immigrati, che sono al centro del dibattito politico di oggi? Non
ci sono. I guai della gran parte della gente, di quelli che in società stanno
peggio, di quelli che lo scrittore Primo Levi chiamava i sommersi, non sono causati
da loro. Essi sono, in genere, parte di chi in società sta peggio, quando non appartengono
al ceto sociale dominante, transnazionale, per il quale le frontiere non
esistono. E come definire una politica che si concentra prevalentemente su un
problema che c’è, ma è marginale, non occupandosi invece di quello che è all’origine
vera della sofferenze di tanta gente? Di ciò che, in definitiva, è sotto gli
occhi di tutti, o almeno di coloro che hanno ancora occhi per vedere.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

