Non c’è più nulla di
sacro?
E’ esperienza comune che tutto in noi e
intorno a noi cambia più o meno velocemente. Lo sforzo di sempre delle culture
umane è stato quello di sottrarre qualcosa o qualcuno al cambiamento. In
filosofia c’è chi ha detto che è tempo perso e chi ha invece sostenuto che in
questo sta l’umano. Le religioni in genere sono state di quest’ultima opinione,
ma loro stesse sono cambiate a cambiano, come tutto ciò che è cultura, vale a
dire consuetudini e convinzioni sociali.
Ciò che viene sottratto al mutamento viene sacralizzato, che significa distinguerlo da ciò che cambia. Intorno
ad esso si costruiscono dei divieti rituali, vale a dire non giustificati da
altra esigenza che sottrarre quello che difendono dal cambiamento. Questo
processo significa santificare.
Nelle religioni primitive si iniziò con il
sacralizzare la natura. Fino al Seicento fu sacralizzata
la centralità della Terra, il nostro
pianeta, nell’universo. L’era contemporanea iniziò quando si superò questa
concezione, quando essa mutò e quindi
venne desacralizzata.
Come spiegò molto efficacemente Umberto Eco in diversi articoli
divulgativi, non è vero che nell’antichità si fosse convinti che la Terra fosse
piatta. Ad esempio, nella medievale Divina
Commedia del fiorentino Dante
Alighieri l’Inferno è rappresentato come un grande buco nella Terra: scendendo
fino in fondo si sbuca dall’altra parte, opposta, di un pianeta sferico, dove c’è il Purgatorio.
Ma in ambiente cristiano ci si convinse che la Terra fosse al centro dell’universo.
Fu difficile staccarsi da questa convinzione, che non resse all’osservazione
scientifica del cosmo. Questo processo creò problemi religiosi, tanto che gli
scienziati che sostenevano quella nuova idea vennero inquisiti come eretici.
Più o meno nella stessa epoca in cui la centralità della Terra venne
desacralizzata, iniziò anche la desacralizzazione della politica. Gli europei
avevano sacralizzato la politica intorno alla nostra fede. Dall’anno Mille si
era costruita una sacralizzazione del Papato romano.
Desacralizzare il Papato? Non significa negare il legame
della sua missione con la religione, ma ammettere che la sua struttura
istituzionale possa cambiare, possa essere riformata.
Nelle civiltà espresse dagli europei contemporanei c’è una sola
istituzione ancora sacralizzata ed è la moneta. Ma il processo di
sacralizzazione della moneta è molto recente: risale alla metà degli scorsi
anni Quaranta. Per quanto però si tentasse di sacralizzarla, fu sempre evidente che
anche la moneta, in particolare il suo valore commerciale, cambiava
continuamente. Anche il tentativo di agganciarla al valore di una merce molto
pregiata come l’oro fallì, nel corso di crisi economiche negli scorsi anni ’70.
Resistevano con una certa stabilità solo alcune monete emesse da sistemi
politici molto potenti, sia economicamente che militarmente.
La moneta è una merce particolare: serve solo per favorire gli scambi
commerciali. Il suo valore dipende dalla credibilità delle istituzioni che la
emettono. Solo istituzioni molto potenti possono limitarne le oscillazioni. Ma esse sono costantemente giudicate dagli operatori di mercato: il
valore della moneta non è totalmente nelle mani delle istituzioni che la
emettono, ma essenzialmente in quelle di chi compra e chi vende. E questo
riguarda anche le monete più forti.
Il processo di costruzione della nostra nuova Europa non è partito,
dalla metà degli scorsi anni ’40, da un’unificazione politica di tipo
rivoluzionario, come ad esempio era accaduto nella nascita degli Stati Uniti d’America,
né da conquiste territoriali ad opera e a vantaggio del sistema politico più forte, come era avvenuto
sempre nella storia (anche l’unità nazionale italiana si è fatta in questo
modo). Si è iniziato con l'avvicinare le economie nazionali, consapevoli che l’economia è
uno dei motori più importanti dell’evoluzione storica, anche se non il solo. Ad
un certo punto questo ha consentito di pensare a una moneta comune, che avrebbe
consentito di affrancare le economie europee dalla sfera economica degli Stati
Uniti d’America e dalla loro moneta, il dollaro. Infatti la politica monetaria
statunitense, con i suoi pesanti riflessi sull’economia, veniva fatta tenendo
conto prevalentemente dell’interesse nazionale degli Stati Uniti d’America. Per
rendere stabile la nuova moneta, la si sacralizzò,
affidandola ad una sorta di classe sacerdotale, i banchieri centrali degli
stati federati nel sistema della moneta unica, l’Euro, che non comprende tutti gli stati che aderiscono all’Unione
Europea: essi ora cooperano alla gestione della moneta comune in un’istituzione europea
centralizzata e autonoma dai poteri politici europei che è la Banca Centrale Europea. La forza della moneta comune consiste appunto
nell’essere comune e quindi sottratta ai cambiamenti legati alle
stagioni politiche degli stati membri, i quali, considerati uno per uno, hanno
economie minori rispetto alla più grandi economie mondiali.
La stabilità di una moneta forte dipende anche da decisioni politiche,
appunto di politica monetaria. Questo
perché il valore della moneta dipende da come la si usa nel mercato e quindi
bisogna fare in modo che ce ne sia sempre abbastanza in giro e mai troppa. A
volte non ce n’è abbastanza perché, come di questi tempi, gli operatori non
hanno fiducia nel futuro e non la spendono. Allora l’economia entra in crisi e
storicamente uno dei rimedi che si sono trovati è quello di creare e mettere in circolazione più moneta, con vari
strumenti. Ma, se si vuole che la moneta
rimanga stabile, essa deve poi tornare dove è stata creata, un po’ come accade nel
ciclo dell’acqua, che dalla terra sale al cielo e poi vi ritorna. Quindi chi riceve moneta dalla Banca Centrale Europea la deve restituire pagando un prezzo a seconda del tempo che l'ha avuta a sua disposizione: questo prezzo è stabilito dalla banca centrale, è uno degli strumenti fondamentali della politica monetaria e si chiama tasso di sconto. Certe crisi
economiche hanno una componente monetaria che crea una sorta di siccità nel mercato. Allora il lavoro della banca centrale è un po' come quello di chi irriga i campi coltivati.
Si vorrebbe che le decisioni di politica monetaria fossero essenzialmente tecniche, quindi basate sulle conoscenze scientifiche in materia di fatti economici. Si cerca per questo di mandare a dirigere le banche centrali degli stati, e quella centrale europea, delle persone super-competenti. Il loro primo lavoro è quello di osservare realisticamente i fatti economici, di acquisire dati statistici affidabili e soprattutto di interpretarli correttamente. Possono farlo perché le dinamiche economiche sono espresse in termini monetari e i flussi della moneta sono gestiti dalle banche centrali. Di questo a volte i capi politici si manifestano insofferenti, perché può accadere che l’osservazione realistica della società, quale ad esempio emerge dalla relazione annuale del Governatore della Banca d’Italia (che di solito viene diffusa a maggio di ogni anno), non confermi le loro opinioni, le loro strategie e risultati che si vantano di aver raggiunto. La missione dei banchieri centrali non è quella di essere degli yes-men, vale a dire persone che dicono sempre sì a chi pretende di comandare in società. Ciò che dicono non dovrebbe essere propaganda. E’ una condizione che condividono con le magistrature.
Si vorrebbe che le decisioni di politica monetaria fossero essenzialmente tecniche, quindi basate sulle conoscenze scientifiche in materia di fatti economici. Si cerca per questo di mandare a dirigere le banche centrali degli stati, e quella centrale europea, delle persone super-competenti. Il loro primo lavoro è quello di osservare realisticamente i fatti economici, di acquisire dati statistici affidabili e soprattutto di interpretarli correttamente. Possono farlo perché le dinamiche economiche sono espresse in termini monetari e i flussi della moneta sono gestiti dalle banche centrali. Di questo a volte i capi politici si manifestano insofferenti, perché può accadere che l’osservazione realistica della società, quale ad esempio emerge dalla relazione annuale del Governatore della Banca d’Italia (che di solito viene diffusa a maggio di ogni anno), non confermi le loro opinioni, le loro strategie e risultati che si vantano di aver raggiunto. La missione dei banchieri centrali non è quella di essere degli yes-men, vale a dire persone che dicono sempre sì a chi pretende di comandare in società. Ciò che dicono non dovrebbe essere propaganda. E’ una condizione che condividono con le magistrature.
Ma alcune grandi decisioni di politica
monetaria, vale a dire quelle che riguardano il governo della moneta, hanno
sicuramente stretti legami con altri aspetti politici, quindi con il governo di
altri settori della società, dei quali in particolare si occupano i Parlamenti
e i Governi nazionali e regionali. Questo in particolare nelle fasi recessive
dell’economia, quando si decide che cosa si debba tentare di salvare innanzi
tutto, da dove cominciare.
Innanzi tutto: è giusto sacralizzare
la moneta, nel senso di ritenere la
sua stabilità uno dei principali valori sociali, da anteporre ad altri anche
molto importanti?
Una moneta stabile consente di conservare nel tempo il valore del
risparmio. Nella mia adolescenza, ai tempi in cui ci fu un’inflazione (perdita
di valore della moneta nazionale) altissima, il tempo mangiava i risparmi della
gente, nel senso che rapidamente perdevano il loro valore di acquisto. Nel
1980, ad esempio, in un anno perdevano circa il 20% di questo valore. Ora che l’inflazione
oscilla tra lo 0 e l’1% circa, si sostiene però che la stabilità della moneta
ha costi sociali troppo forti, che le masse sono diventate più povere e che, in
definitiva, la moneta forte serve a difendere i capitali, vale a dire le risorse che i più ricchi investono
nella produzione economica ricavandone profitti di gran lunga superiori alle
rendite del risparmio. E’ vero? Come è accaduto?
Il problema non è, sostengono alcuni, nella moneta come istituzione, ma
nei rapporti di forza sociali, in particolare in quelli espressi nel mercato:
si è lasciato troppo spazio e libertà in
società agli attori economici più forti e questo ha fatto crescere a livelli
stratosferici le diseguaglianze sociali. La moneta si limita a misurare questa
situazione. In passato si è ritenuto che il liberismo economico, vale a dire appunto lasciare campo
libero agli attori più forti, facesse bene all’economia, facendo arricchire i
più ricchi, ma anche tutti gli altri. Non è andata così. Lo ha osservato, ad
esempio, il Papa, nella sua enciclica Laudato
si’.
109. Il paradigma tecnocratico tende ad esercitare il
proprio dominio anche sull’economia e sulla politica. L’economia assume ogni
sviluppo tecnologico in funzione del profitto, senza prestare attenzione a
eventuali conseguenze negative per l’essere umano. La finanza soffoca
l’economia reale. Non si è imparata la lezione della crisi finanziaria mondiale
e con molta lentezza si impara quella del deterioramento ambientale. In alcuni
circoli si sostiene che l’economia attuale e la tecnologia risolveranno tutti i
problemi ambientali, allo stesso modo in cui si afferma, con un linguaggio non
accademico, che i problemi della fame e della miseria nel mondo si risolveranno
semplicemente con la crescita del mercato. Non è una questione di teorie
economiche, che forse nessuno oggi osa difendere, bensì del loro insediamento
nello sviluppo fattuale dell’economia. Coloro che non lo affermano con le
parole lo sostengono con i fatti, quando non sembrano preoccuparsi per un
giusto livello della produzione, una migliore distribuzione della ricchezza,
una cura responsabile dell’ambiente o i diritti delle generazioni future. Con
il loro comportamento affermano che l’obiettivo della massimizzazione dei
profitti è sufficiente. Il mercato da solo però non garantisce lo sviluppo
umano integrale e l’inclusione sociale. Nel frattempo, abbiamo una
«sorta di supersviluppo dissipatore e consumistico che contrasta in modo
inaccettabile con perduranti situazioni di miseria disumanizzante»,[citazione dalla Esortazione apostolica Evangelii Gaudium - La gioia del Vangelo, del 24-11-13] mentre non si
mettono a punto con sufficiente celerità istituzioni economiche e programmi
sociali che permettano ai più poveri di accedere in modo regolare alle risorse
di base. Non ci si rende conto a sufficienza di quali sono le radici più
profonde degli squilibri attuali, che hanno a che vedere con l’orientamento, i
fini, il senso e il contesto sociale della crescita tecnologica ed economica.
Nell’umanità contemporanea vi è un altro processo di sacralizzazione che è quello dei diritti umani fondamentali.
Esso ha origine religiosa e, in particolare, nella nostra fede. Al centro, la
persona, la sua vita e la sua dignità: in religione se ne ritiene il fondamento
soprannaturale.
Si dice, ad esempio: il lavoro è sacro:
Lavorare – ripeto, in mille forme – è proprio
della persona umana. Esprime la sua dignità di essere creata a immagine di Dio.
Perciò si dice che il lavoro è sacro. E perciò la gestione dell’occupazione è una
grande responsabilità umana e sociale, che non può essere lasciata nelle mani
di pochi o scaricata su un “mercato” divinizzato. Causare una perdita di posti
di lavoro significa causare un grave danno sociale. Io mi rattristo quando vedo
che c’è gente senza lavoro, che non trova lavoro e non ha la dignità di portare
il pane a casa. E mi rallegro tanto quando vedo che i governanti fanno tanti
sforzi per trovare posti di lavoro e per cercare che tutti abbiano un lavoro.
Il lavoro è sacro, il lavoro dà dignità a una famiglia. [Papa Francesco, discorso all’udienza generale 19-8-15, sul
Web in
https://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2015/documents/papa-francesco_20150819_udienza-generale.html
La
grande importanza del lavoro c’è anche scritta nella nostra Costituzione, dove si pone il lavoro come fondamento della nostra Repubblica e si afferma che l’eguaglianza tra gli esseri umani non è una condizione
statica, ma un processo di liberazione che riguarda innanzi tutto i lavoratori nella loro dignità di
persone.
Viene prima la dignità del lavoro,
condizionata dai fatti economici, o la forza della moneta, che si vorrebbe
salvare dalla mutevolezza dei fatti economici? La dignità del lavoro deve essere sacrificata sull’altare
della sacralizzazione della moneta o la moneta come istituzione sociale, come
politica, come governo dei flussi delle risorse sociali, deve anche servire a difendere la condizione
della persona lavoratrice? Questa è appunto una delle grandi questioni
politiche implicate nelle elezioni nazionali della prossima primavera.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli