lunedì 30 ottobre 2017

Non c’è più nulla di sacro?

Non c’è più nulla di sacro?

 E’ esperienza comune che tutto in noi e intorno a noi cambia più o meno velocemente. Lo sforzo di sempre delle culture umane è stato quello di sottrarre qualcosa o qualcuno al cambiamento. In filosofia c’è chi ha detto che è tempo perso e chi ha invece sostenuto che in questo sta l’umano. Le religioni in genere sono state di quest’ultima opinione, ma loro stesse sono cambiate a cambiano, come tutto ciò che è cultura, vale a dire consuetudini e convinzioni sociali.
  Ciò che viene sottratto al mutamento viene sacralizzato, che significa distinguerlo da ciò che cambia. Intorno ad esso si costruiscono dei divieti rituali, vale a dire non giustificati da altra esigenza che sottrarre quello che difendono dal cambiamento. Questo processo significa  santificare.
 Nelle religioni primitive si iniziò con il sacralizzare la natura. Fino al Seicento fu sacralizzata  la centralità della Terra, il nostro pianeta, nell’universo. L’era contemporanea iniziò quando si superò questa concezione, quando essa mutò e quindi venne  desacralizzata.
  Come spiegò molto efficacemente Umberto Eco in diversi articoli divulgativi, non è vero che nell’antichità si fosse convinti che la Terra fosse piatta. Ad esempio, nella medievale Divina Commedia  del fiorentino Dante Alighieri l’Inferno è rappresentato come un grande buco nella Terra: scendendo fino in fondo si sbuca dall’altra parte, opposta,  di un pianeta sferico, dove c’è il Purgatorio. Ma in ambiente cristiano ci si convinse che la Terra fosse al centro dell’universo. Fu difficile staccarsi da questa convinzione, che non resse all’osservazione scientifica del cosmo. Questo processo creò problemi religiosi, tanto che gli scienziati che sostenevano quella nuova idea vennero inquisiti come eretici. Più o meno nella stessa epoca in cui la centralità della Terra venne desacralizzata, iniziò anche la desacralizzazione della politica. Gli europei avevano sacralizzato la politica intorno alla nostra fede. Dall’anno Mille si era costruita una sacralizzazione del Papato romano.
  Desacralizzare  il Papato? Non significa negare il legame della sua missione con la religione, ma ammettere che la sua struttura istituzionale possa cambiare, possa essere riformata.
  Nelle civiltà espresse dagli europei contemporanei c’è una sola istituzione ancora sacralizzata ed è la moneta. Ma il processo di sacralizzazione della moneta è molto recente: risale alla metà degli scorsi anni Quaranta. Per quanto però si tentasse di sacralizzarla, fu sempre evidente che anche la moneta, in particolare il suo valore commerciale, cambiava continuamente. Anche il tentativo di agganciarla al valore di una merce molto pregiata come l’oro fallì, nel corso di crisi economiche negli scorsi anni ’70. Resistevano con una certa stabilità solo alcune monete emesse da sistemi politici molto potenti, sia economicamente che militarmente.
  La moneta è una merce particolare: serve solo per favorire gli scambi commerciali. Il suo valore dipende dalla credibilità delle istituzioni che la emettono. Solo istituzioni molto potenti possono limitarne le oscillazioni. Ma esse sono costantemente giudicate dagli operatori di mercato: il valore della moneta non è totalmente nelle mani delle istituzioni che la emettono, ma essenzialmente in quelle di chi compra e chi vende. E questo riguarda anche le monete più forti.
   Il processo di costruzione della nostra nuova Europa non è partito, dalla metà degli scorsi anni ’40, da un’unificazione politica di tipo rivoluzionario, come ad esempio era accaduto nella nascita degli Stati Uniti d’America, né da conquiste territoriali ad opera e a vantaggio del sistema politico più forte, come era avvenuto sempre nella storia (anche l’unità nazionale italiana si è fatta in questo modo). Si è iniziato con l'avvicinare le economie nazionali, consapevoli che l’economia è uno dei motori più importanti dell’evoluzione storica, anche se non il solo. Ad un certo punto questo ha consentito di pensare a una moneta comune, che avrebbe consentito di affrancare le economie europee dalla sfera economica degli Stati Uniti d’America e dalla loro moneta, il dollaro. Infatti la politica monetaria statunitense, con i suoi pesanti riflessi sull’economia, veniva fatta tenendo conto prevalentemente dell’interesse nazionale degli Stati Uniti d’America. Per rendere stabile la nuova moneta, la si sacralizzò, affidandola ad una sorta di classe sacerdotale, i banchieri centrali degli stati federati nel sistema della moneta unica, l’Euro, che non comprende tutti gli stati che aderiscono all’Unione Europea: essi ora cooperano alla gestione della moneta comune in un’istituzione europea centralizzata e autonoma dai poteri politici europei che è la Banca Centrale Europea.  La forza della moneta comune consiste appunto nell’essere  comune  e quindi sottratta ai cambiamenti legati alle stagioni politiche degli stati membri, i quali, considerati uno per uno, hanno economie minori rispetto alla più grandi economie mondiali.
  La stabilità di una moneta forte dipende anche da decisioni politiche, appunto di politica monetaria. Questo perché il valore della moneta dipende da come la si usa nel mercato e quindi bisogna fare in modo che ce ne sia sempre abbastanza in giro e mai troppa. A volte non ce n’è abbastanza perché, come di questi tempi, gli operatori non hanno fiducia nel futuro e non la spendono. Allora l’economia entra in crisi e storicamente uno dei rimedi che si sono trovati è quello di creare e mettere in circolazione  più  moneta, con vari strumenti.  Ma, se si vuole che la moneta rimanga stabile, essa deve poi  tornare  dove è stata creata, un po’ come accade nel ciclo dell’acqua, che dalla terra sale al cielo e poi vi ritorna. Quindi chi riceve moneta dalla Banca Centrale Europea la deve restituire pagando un prezzo a seconda del tempo che l'ha avuta a sua disposizione: questo prezzo è stabilito dalla banca centrale, è uno degli strumenti fondamentali della politica monetaria e si chiama tasso di sconto.  Certe crisi economiche hanno una componente monetaria che crea una sorta di  siccità  nel mercato. Allora il lavoro della banca centrale è un po' come quello di chi irriga i campi coltivati.
  Si vorrebbe che le decisioni di politica monetaria fossero essenzialmente tecniche, quindi basate sulle conoscenze scientifiche in materia di fatti economici. Si cerca per questo di mandare a dirigere le banche centrali degli stati, e  quella centrale europea, delle persone super-competenti. Il loro primo lavoro è quello di osservare realisticamente i fatti economici, di acquisire dati statistici affidabili e soprattutto di interpretarli correttamente. Possono farlo perché le dinamiche economiche sono espresse in termini monetari e i flussi della moneta sono gestiti dalle banche centrali. Di questo a volte i capi politici si manifestano insofferenti, perché può accadere che l’osservazione realistica della società, quale ad esempio emerge dalla relazione annuale del Governatore della Banca d’Italia (che di solito viene diffusa a maggio di ogni anno), non confermi le loro opinioni, le loro strategie e risultati che si vantano di aver raggiunto. La missione dei banchieri centrali non è quella di essere degli  yes-men,   vale a dire persone che dicono sempre  sì  a chi pretende di comandare in società. Ciò che dicono non dovrebbe essere propaganda. E’ una condizione che condividono con le magistrature.
 Ma alcune grandi decisioni di politica monetaria, vale a dire quelle che riguardano il governo della moneta, hanno sicuramente stretti legami con altri aspetti politici, quindi con il governo di altri settori della società, dei quali in particolare si occupano i Parlamenti e i Governi nazionali e regionali. Questo in particolare nelle fasi recessive dell’economia, quando si decide che cosa si debba tentare di salvare innanzi tutto, da dove cominciare.
  Innanzi tutto: è giusto sacralizzare  la moneta, nel senso di ritenere la sua stabilità uno dei principali valori sociali, da anteporre ad altri anche molto importanti?
  Una moneta stabile consente di conservare nel tempo il valore del risparmio. Nella mia adolescenza, ai tempi in cui ci fu un’inflazione (perdita di valore della moneta nazionale) altissima, il tempo mangiava i risparmi della gente, nel senso che rapidamente perdevano il loro valore di acquisto. Nel 1980, ad esempio, in un anno perdevano circa il 20% di questo valore. Ora che l’inflazione oscilla tra lo 0 e l’1% circa, si sostiene però che la stabilità della moneta ha costi sociali troppo forti, che le masse sono diventate più povere e che, in definitiva, la moneta forte serve a difendere i capitali, vale a  dire le risorse che i più ricchi investono nella produzione economica ricavandone profitti di gran lunga superiori alle rendite del risparmio. E’ vero? Come è accaduto?
  Il problema non è, sostengono alcuni, nella moneta come istituzione, ma nei rapporti di forza sociali, in particolare in quelli espressi nel mercato: si  è lasciato troppo spazio e libertà in società agli attori economici più forti e questo ha fatto crescere a livelli stratosferici le diseguaglianze sociali. La moneta si limita a misurare questa situazione. In passato si è ritenuto che il  liberismo  economico, vale a dire appunto lasciare campo libero agli attori più forti, facesse bene all’economia, facendo arricchire i più ricchi, ma anche tutti gli altri. Non è andata così. Lo ha osservato, ad esempio, il Papa, nella sua enciclica Laudato si’.
109. Il paradigma tecnocratico tende ad esercitare il proprio dominio anche sull’economia e sulla politica. L’economia assume ogni sviluppo tecnologico in funzione del profitto, senza prestare attenzione a eventuali conseguenze negative per l’essere umano. La finanza soffoca l’economia reale. Non si è imparata la lezione della crisi finanziaria mondiale e con molta lentezza si impara quella del deterioramento ambientale. In alcuni circoli si sostiene che l’economia attuale e la tecnologia risolveranno tutti i problemi ambientali, allo stesso modo in cui si afferma, con un linguaggio non accademico, che i problemi della fame e della miseria nel mondo si risolveranno semplicemente con la crescita del mercato. Non è una questione di teorie economiche, che forse nessuno oggi osa difendere, bensì del loro insediamento nello sviluppo fattuale dell’economia. Coloro che non lo affermano con le parole lo sostengono con i fatti, quando non sembrano preoccuparsi per un giusto livello della produzione, una migliore distribuzione della ricchezza, una cura responsabile dell’ambiente o i diritti delle generazioni future. Con il loro comportamento affermano che l’obiettivo della massimizzazione dei profitti è sufficiente. Il mercato da solo però non garantisce lo sviluppo umano integrale e l’inclusione sociale. Nel frattempo, abbiamo una «sorta di supersviluppo dissipatore e consumistico che contrasta in modo inaccettabile con perduranti situazioni di miseria disumanizzante»,[citazione dalla Esortazione apostolica  Evangelii Gaudium - La gioia del Vangelo, del 24-11-13] mentre non si mettono a punto con sufficiente celerità istituzioni economiche e programmi sociali che permettano ai più poveri di accedere in modo regolare alle risorse di base. Non ci si rende conto a sufficienza di quali sono le radici più profonde degli squilibri attuali, che hanno a che vedere con l’orientamento, i fini, il senso e il contesto sociale della crescita tecnologica ed economica.
  Nell’umanità contemporanea vi è un altro processo di sacralizzazione  che è quello dei  diritti umani fondamentali. Esso ha origine religiosa e, in particolare, nella nostra fede. Al centro, la persona, la sua vita e la sua dignità: in religione se ne ritiene il fondamento soprannaturale.
  Si dice, ad esempio:  il lavoro è sacro:
Lavorare – ripeto, in mille forme – è proprio della persona umana. Esprime la sua dignità di essere creata a immagine di Dio. Perciò si dice che il lavoro è sacro. E perciò la gestione dell’occupazione è una grande responsabilità umana e sociale, che non può essere lasciata nelle mani di pochi o scaricata su un “mercato” divinizzato. Causare una perdita di posti di lavoro significa causare un grave danno sociale. Io mi rattristo quando vedo che c’è gente senza lavoro, che non trova lavoro e non ha la dignità di portare il pane a casa. E mi rallegro tanto quando vedo che i governanti fanno tanti sforzi per trovare posti di lavoro e per cercare che tutti abbiano un lavoro. Il lavoro è sacro, il lavoro dà dignità a una famiglia. [Papa Francesco, discorso all’udienza generale 19-8-15, sul Web in
https://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2015/documents/papa-francesco_20150819_udienza-generale.html
  La grande importanza del lavoro c’è anche scritta nella nostra Costituzione, dove si pone il lavoro come  fondamento  della nostra Repubblica e si afferma che l’eguaglianza  tra gli esseri umani non è una condizione statica, ma un processo di liberazione che riguarda innanzi tutto i lavoratori  nella loro dignità di persone.
 Viene prima la dignità del lavoro, condizionata dai fatti economici, o la forza della moneta, che si vorrebbe salvare dalla mutevolezza dei fatti economici? La dignità del  lavoro deve essere sacrificata sull’altare della sacralizzazione della moneta o la moneta come istituzione sociale, come politica, come governo dei flussi delle risorse sociali,  deve anche servire a difendere la condizione della persona lavoratrice? Questa è appunto una delle grandi questioni politiche implicate nelle elezioni nazionali della prossima primavera.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli