martedì 31 ottobre 2017

Sotto gli occhi di tutti

Sotto gli occhi di tutti

  C’è la convinzione che le cose non vadano bene. Lo sento dire in giro alla gente in mezzo alla quale mi trovo. Che cos’è che non va?
   Molti hanno la sensazione di avere meno soldi. Se si perde il lavoro non lo si ritrova, specialmente quando si hanno più di cinquant’anni. I più giovani riescono a trovare lavoro con difficoltà e spesso è lavoro mal retribuito e precario. C’è più libertà di licenziare e i giudici non possono farci nulla.  Molti giovani cercano lavoro all’estero: oltre centomila italiani all’anno partono. Prendere soldi in prestito costa poco, mai così poco come ora. Ma se non si ha un lavoro stabile non è possibile ottenerli. Allora non si riesce a comprare casa e in affitto costano troppo. Una volta si costruivano case pubbliche che poi venivano date in affitto a prezzi moderati: oggi questo settore è praticamente fermo. Allora in questo campo è iniziata la legge della giungla: chi è più forte prende la casa pubblica assegnata a chi è più debole o muore. Se muore l’assegnatario, i parenti non restituiscono la casa pubblica da lui abitata, finché qualcuno sfonda la porta e se la prende. I servizi pubblici, sanità e trasporti in testa, ma anche l’acqua, pulizia delle strade e raccolta dei rifiuti, peggiorano e diventano più costosi. E questo mentre i più hanno meno soldi. Allora si inizia a non pagare le tariffe  e questo aggrava la situazione. Questa che ho descritto non è però la condizione di tutti. C’è una ristretta fascia della popolazione che in questi anni si è arricchita. E’ quella che controlla l’economia privata o che collabora con essa in posizioni forti. Mentre quello che i più ricavano dai propri risparmi è bassissimo, intorno al 2% annuo al massimo, i profitti di quest’altra parte della società sono spesso dieci volte tanto e anche di più. La crisi non colpisce tutti nello stesso modo. C’è ricchezza, non quella di piccoli risparmiatori,  che si è costruita il modo di sganciarsi da ogni crisi economica, lasciandosi dietro i rottami. Fluttua in un mercato mondiale che consente transazioni veloci e sicure. Riesce a  mettere in crisi stati interi. Impone le condizioni del lavoro, in particolare i salari, il livello delle retribuzioni. I profitti sembrano incomprimibili, i salari, le retribuzioni dei lavoratori dipendenti, sembrano poter essere compressi indefinitamente. I più ricchi non si accontentano mai, per loro le tasse sono sempre troppe; gli altri devono sempre accontentarsi e la quota di tasse che va a loro beneficio, ad esempio per i servizi sociali, si riduce, innanzi tutto perché va molto lo slogan “Meno tasse!”  e poi perché impiegare le tasse per far star meglio le masse sembra denaro buttato. Sembra più utile impiegarle per incentivare i più ricchi, quelli che controllano l’economia privata, a diventare ancora più ricchi, sperando che un po’ di ciò che ricavano in più vada anche agli altri.
  Se questa analisi è corretta, la causa dei problemi sociali è molto chiara: sta in un’economia sbilanciata in favore di ceti ristretti della popolazione, quelli che controllando l’economia sono i più ricchi. Chi dovrebbe riequilibrare la situazione? Da sola essa non cambia. Occorre agire d’autorità. E sono solo i poteri pubblici che ce l’hanno. Tuttavia i poteri degli stati di piccole e medie dimensioni non bastano, perché l’economia si è integrata in un sistema mondiale: quindi bisogna agire a questo livello, su questa scala, ci vogliono potenti istituzioni pubbliche, in grado di governare interi continenti. E’ quello che si sta tentando nella comunista Repubblica popolare di Cina. Essa ha abbandonato l’idea della  giustizia sociale, che caratterizzava il socialismo europeo. Punta a un  moderato benessere  delle masse. In Italia chi se lo proponesse avrebbe probabilmente molti sostenitori. La via del comunismo cinese è questa: consentire in certi settori economici diseguaglianze fortissime, come nei sistemi di capitalismo liberista, in modo da rendere competitive sui mercati mondiali le produzioni cinesi, ma, ad un certo punto, prelevare d’autorità una quota piuttosto rilevante dei profitti privati per investirli a favore dell’altra parte della società. Questo viene fatto secondo il metodo comunista nella versione leninista, senza tante discussioni. Chi non ci sta perde tutto. Le condizioni di lavoro dei cinesi impegnati nelle produzioni a regime capitalista sono peggiori di quelle degli europei, ma tendono lentamente a migliorare. Chi non trova impiego in questo settore, lo trova in quelli controllati dallo stato e anche lì le condizioni tendono lentamente a migliorare. In Europa, ora, manca questa parte. In Occidente, chi non riesce a impiegarsi nelle lavorazioni capitaliste rimane affidato più o meno a sé stesso e in quelle lavorazioni le condizioni peggiorano. E nel settore pubblico si assume poco. In Cina si è partiti da una condizione di povertà e rispetto ad essa si sta migliorando; in Europa accade il contrario. Davvero dobbiamo rinunciare al proposito di  giustizia sociale, vale a dire a condizioni di equo benessere, non solo di generale  moderato  benessere, limitando le diseguaglianze estreme, per le quali, ad esempio, come ci riferiscono gli statistici, poche decine di persone controllano una ricchezza equivalente a quella nelle mani di miliardi? Democrazia e giustizia sociale sono andate sempre di pari passo, nel senso che uno dei principali incentivi allo sviluppo democratico è stata l’idea di realizzare la giustizia sociale. La giustizia sociale è nell’interesse delle masse e in democrazia le maggioranze governano. Come accade però anche in democrazia si sia abbandonata l’idea di giustizia sociale? E’ essenzialmente un problema culturale, di convinzioni condivise in una certa società.
   I politologi ancora non se lo spiegano: nei sistemi democratici si finisce per non fare l’interesse delle masse di chi in società sta peggio ed è in maggioranza. Sembra che la gente si fidi di più di chi è più ricco, di chi in società sta meglio, che quindi prevale politicamente anche se è in minoranza. In genere è perché si pensa che chi si propone la giustizia sociale non sia capace di governare la società e che, dandogli retta, si finisca per stare peggio. C’è un eclatante esempio storico: quello della rivoluzione russa prodottasi a partire dal 1917. Solo negli anni ’70 le condizioni della gente caduta nel dominio dei comunisti sovietici cominciarono a migliorare, anche se la disoccupazione non esisteva, era addirittura vietata, tutti avevano un lavoro, la casa (anche se in coabitazione) e cure sanitarie gratuite. Fino agli anni ’60 la condizione delle masse sovietiche appariva, agli occhi degli Occidentali, piuttosto misera. Quando migliorò, si cominciò a pensare alla democrazia e tutto cambiò, in un processo che non fu istantaneo, ma che dura dal 1991 a tutt’oggi. Ora in Russia si sta seguendo una via che assomiglia in certe cose a quella cinese e per altre a quella statunitense. Come negli Stati Uniti d’America c’è ricchezza stratosferica per alcuni e tanta povertà.
 Un’altra ragione per la quale le masse hanno fiducia nei più ricchi è culturale: il sistema dell’informazione  è controllato da chi in società sta meglio. In genere quindi prevale l’idea che cambiando le cose nel senso della giustizia sociale si starebbe peggio. E si propone l’incubo sovietico come monito contro ogni riforma profonda della società. Ma vi sono state ere in cui, in Occidente, si è seguita la via della giustizia sociale riformando in meglio la società mantenendo il metodo e i valori democratici. Avvenne, ad esempio, negli Stati Uniti d’America, dopo lo scatenarsi della grave crisi recessiva dal 1929, sotto la presidenze di Franklin Delano Roosevelt. Ma accadde anche in Italia per circa un ventennio, negli anni Sessanta e Settanta, l’epoca in cui le condizioni di tanta gente migliorarono velocemente, per poi iniziare lentamente a peggiorare fino ad oggi. Si guarda al passato e ci si accorge che chi è oggi più giovane sta peggio di chi era giovane in quell’epoca.
 Ma, mi si potrebbe far osservare, in tutto ciò dove sono gli immigrati, che sono al centro del dibattito politico di oggi? Non ci sono. I guai della gran parte della gente, di quelli che in società stanno peggio, di quelli che lo scrittore Primo Levi chiamava  i sommersi, non sono causati da loro. Essi sono, in genere, parte di chi in società sta peggio, quando non appartengono al ceto sociale dominante, transnazionale, per il quale le frontiere non esistono. E come definire una politica che si concentra prevalentemente su un problema che c’è, ma è marginale, non occupandosi invece di quello che è all’origine vera della sofferenze di tanta gente? Di ciò che, in definitiva, è sotto gli occhi di tutti, o almeno di coloro che hanno ancora occhi per vedere.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli