Provincialismo
Il provincialismo è il concentrarsi sugli immediati dintorni di casa
propria quando si è lontani dal centro della cultura di riferimento in una
certa epoca, intesa la cultura come sistema di costumi sociali e convinzioni
condivise. Sotto questo profilo la politica italiana, compresa quella guidata
dal pensiero sociale cattolico italiano, è provinciale. E’ essenzialmente un
problema di cultura, intesa come formazione alla conoscenza del mondo
contemporaneo, delle sue principali dinamiche sociali, dei suoi aspetti critici
e potenzialmente pericolosi. Questo poi diminuisce la credibilità in campo
internazionale e depriva la politica della capacità di stringere le relazioni
che contano. Si va all’estero un po’ sempre come in gita, da turisti. E’ una
realtà molto diversa dall’ambiente in cui si forma la dottrina sociale. Quest’ultima,
partita a metà Ottocento da una situazione di provincialismo, per reagire al
problema creato in Italia al piccolo regno dei Papi nell’Italia centrale dal
nazionalismo italiano, si è allargata fino a comprendere una visione globale
dello sviluppo umano ed è sorretta da relazioni sociali su scala mondiale, da
quello che appare una specie di ONU religiosa. In questo quadro il pensiero
sociale espresso dai cattolici italiani è sostanzialmente provinciale.
La svolta si ebbe negli anni Sessanta. Due documenti, in particolare, la
segnalarono: la Costituzione pastorale Gaudium
et spes - La gioia e la speranza, deliberata durante il Concilio Vaticano 2° (1962-1965) e l’enciclica
Populorum progressio - Lo sviluppo dei popoli,
diffusa nel 1967 dal papa Giovanni Battista Montini, Paolo 6° in religione.
L’enciclica seguì il metodo della Costituzione nel partire da una
realistica e sintetica considerazione dei problemi del mondo intero:
I. PER
UNO SVILUPPO INTEGRALE DELL’UOMO
1. I DATI DEL PROBLEMA
Aspirazioni degli
uomini
6. Essere
affrancati dalla miseria, garantire in maniera più sicura la propria
sussistenza, la salute, una occupazione stabile; una partecipazione più piena
alle responsabilità, al di fuori da ogni oppressione, al riparo da situazioni
che offendono la loro dignità di uomini; godere di una maggiore istruzione; in
una parola, fare conoscere e avere di più, per essere di più: ecco
l’aspirazione degli uomini di oggi, mentre un gran numero d’essi è condannato a
vivere in condizioni che rendono illusorio tale legittimo desiderio. D’altra
parte, i popoli da poco approdati all’indipendenza nazionale sperimentano la
necessità di far seguire a questa libertà politica una crescita autonoma e
degna, sociale non meno che economica, onde assicurare ai propri cittadini la loro
piena espansione umana, e prendere il posto che loro spetta nel concerto delle
nazioni.
Colonizzazione e
colonialismo
7. Di fronte alla
vastità e all’urgenza dell’opera da compiere, gli strumenti ereditati dal
passato, per quanto inadeguati, non fanno tuttavia difetto. Bisogna certo
riconoscere che le potenze colonizzatrici hanno spesso avuto di mira soltanto
il loro interesse, la loro potenza o il loro prestigio, e che il loro ritiro ha
lasciato talvolta una situazione economica vulnerabile, legata per esempio al
rendimento di un’unica coltura, i cui corsi sono soggetti a brusche e ampie
variazioni. Ma, pur riconoscendo i misfatti di un certo colonialismo e le sue
conseguenze negative, bisogna nel contempo rendere omaggio alle qualità e alle
realizzazioni dei colonizzatori che, in tante regioni abbandonate, hanno
portato la loro scienza e la loro tecnica, lasciando testimonianze preziose
della loro presenza. Per quanto incomplete, restano tuttavia in piedi certe
strutture che hanno avuto una loro funzione, per esempio sul piano della lotta
contro l’ignoranza e la malattia, su quello, non meno benefico, delle
comunicazioni o del miglioramento delle condizioni di vita.
Squilibrio
crescente
8. Fatto questo
riconoscimento, resta fin troppo vero che tale attrezzatura è notoriamente
insufficiente per affrontare la dura realtà dell’economia moderna. Lasciato a
se stesso, il suo meccanismo è tale da portare il mondo verso un aggravamento,
e non una attenuazione, della disparità dei livelli di vita: i popoli ricchi
godono di una crescita rapida, mentre lento è il ritmo di sviluppo di quelli
poveri. Aumenta lo squilibrio: certuni producono in eccedenza beni alimentari,
di cui altri soffrono atrocemente la mancanza, e questi ultimi vedono rese
incerte le loro esportazioni.
Aumentata presa di
coscienza
9. Nello stesso
tempo, i conflitti sociali si sono dilatati fino a raggiungere le dimensioni
del mondo. La viva inquietudine, che si è impadronita delle classi povere nei
paesi in fase di industrializzazione, raggiunge ora quelli che hanno una
economia quasi esclusivamente agricola: i contadini prendono coscienza,
anch’essi, della loro "miseria immeritata". A ciò s’aggiunga lo
scandalo di disuguaglianze clamorose, non solo nel godimento dei beni, ma più
ancora nell’esercizio del potere. Mentre una oligarchia gode, in certe regioni,
di una civiltà raffinata, il resto della popolazione, povera e dispersa, è
"privata pressoché di ogni possibilità di iniziativa personale e di
responsabilità, e spesso anche costretta a condizioni di vita e di lavoro
indegne della persona umana".
Urti di civiltà
10. Inoltre l’urto
tra le civiltà tradizionali e le novità portate dalla civiltà industriale ha un
effetto dirompente sulle strutture, che non si adattano alle nuove condizioni.
Dentro l’ambito, spesso rigido, di tali strutture s’inquadrava la vita
personale e familiare, che trovava in esse il suo indispensabile sostegno, e i
vecchi vi rimangono attaccati, mentre i giovani tendono a liberarsene, come
d’un ostacolo inutile, per volgersi evidentemente verso nuove forme di vita
sociale. Accade così che il conflitto delle generazioni si carica di un tragico
dilemma: o conservare istituzioni e credenze ancestrali, ma rinunciare al
progresso, o aprirsi alle tecniche e ai modi di vita venuti da fuori, ma
rigettare in una con le tradizioni del passato tutta la ricchezza di valori
umani che contenevano. Di fatto, avviene troppo spesso che i sostegni morali,
spirituali e religiosi del passato vengano meno, senza che l’inserzione nel
mondo nuovo sia per altro assicurata.
11. In questo stato
di marasma si fa più violenta la tentazione di lasciarsi pericolosamente
trascinare verso messianismi carichi di promesse, ma fabbricatori di illusioni.
Chi non vede i pericoli che ne derivano, di reazioni popolari violente, di
agitazioni insurrezionali, e di scivolamenti verso le ideologie totalitarie?
Questi sono i dati del problema, la cui gravità non può sfuggire a nessuno.
Questa visione globale manca in genere alla politica italiana, che si
presenta quindi piuttosto impoverita rispetto ad esempi del passato. Nei
congressi dei partiti fino agli anni ’70, i principali esponenti politici
iniziavano il loro discorso in assemblea con una lunga analisi della situazione
mondiale, che poteva durare alcune ore. Non ci si aspettava nulla di meno da
loro. Ai tempi nostri i politici si affidano qualche volta ad un libro per
spiegare la loro visione del mondo, ma spesso non appare farina del loro sacco,
come si dice, ma frutto di un lavoro collettivo dei loro collaboratori. Infatti
poi non ne parlano in pubblico, come se nemmeno loro, che formalmente ne sono
gli autori, ne avessero molta dimestichezza. Veramente pochi hanno la capacità
di maneggiare il pensiero espresso dall’attuale dottrina sociale. A volte vi
fanno rapidi riferimenti, ma essenzialmente rimandando all’autorità del Papa,
che nessuno osa più contrastare apertamente in politica.
Bisogna dire che pochi capi politici nel mondo intero appaiono capaci di
una visione globale dello sviluppo umano. Ve ne sono nella nostra Unione
Europea, che è ancora un lavoro collettivo di grande portata, che richiede
visione globali. Alcuni italiani vi stanno facendo un grande tirocinio e saranno, verosimilmente, quelle che vengono
definite riserve della Repubblica, le
persone destinate alle più alte responsabilità in futuro. Tra essi Mario
Draghi, presidente della Banca Centrale Europea, Antonio Tajani, presidente del
Parlamento Europeo e prima membro della
Commissione europea, e Federica Mogherini, membro e vice presidente della
Commissione europea e Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e
la politica di sicurezza. Nessuno di loro si è formato nell’ambiente del
cattolicesimo sociale italiano. L’ultimo con analoghe esperienze internazionali
ad esserlo è stato Romano Prodi, già presidente della Commissione Europea.
Sono spesso provinciali i politici italiani,
ma in questo sono lo specchio di noi cittadini. La dottrina sociale ci spinge
però ad esserlo meno. In certe condizioni, quando il provincialismo è
manifestazione del disinteresse per le sofferenze altrui, ci insegna che esso è
addirittura una colpa sociale, da cui redimerci. Ma per riuscirci occorre fare
uno sforzo per recuperare dalla nostra cultura, che sicuramente abbiamo essendo
una società molto scolarizzata, conoscenze e argomenti. Questo lavoro è molto
importante, in particolare, quando si avvicinano elezioni politiche nazionali,
in questi mesi, ad esempio, in cui i partiti stanno preparando i loro programmi
elettorali. Annusano l’aria e cercano di capire le vie preferite dai loro
elettori di riferimento. Se ci mostreremo provinciali, anche quei programmi lo
saranno. Poiché però i problemi dell’Italia hanno dimensione globale, come
insegna chiaramente la dottrina sociale, programmi dettati da provincialismo
risulteranno inefficaci.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli