sabato 28 ottobre 2017

Provincialismo

Provincialismo


  Il provincialismo è il concentrarsi sugli immediati dintorni di casa propria quando si è lontani dal centro della cultura di riferimento in una certa epoca, intesa la cultura come sistema di costumi sociali e convinzioni condivise. Sotto questo profilo la politica italiana, compresa quella guidata dal pensiero sociale cattolico italiano, è provinciale. E’ essenzialmente un problema di cultura, intesa come formazione alla conoscenza del mondo contemporaneo, delle sue principali dinamiche sociali, dei suoi aspetti critici e potenzialmente pericolosi. Questo poi diminuisce la credibilità in campo internazionale e depriva la politica della capacità di stringere le relazioni che contano. Si va all’estero un po’ sempre come in gita, da turisti. E’ una realtà molto diversa dall’ambiente in cui si forma la dottrina sociale. Quest’ultima, partita a metà Ottocento da una situazione di provincialismo, per reagire al problema creato in Italia al piccolo regno dei Papi nell’Italia centrale dal nazionalismo italiano, si è allargata fino a comprendere una visione globale dello sviluppo umano ed è sorretta da relazioni sociali su scala mondiale, da quello che appare una specie di ONU religiosa. In questo quadro il pensiero sociale espresso dai cattolici italiani è sostanzialmente provinciale.
   La svolta si ebbe negli anni Sessanta. Due documenti, in particolare, la segnalarono: la Costituzione pastorale Gaudium et spes - La gioia e la speranza, deliberata durante il Concilio Vaticano 2° (1962-1965) e l’enciclica  Populorum progressio - Lo sviluppo dei popoli, diffusa nel 1967 dal papa Giovanni Battista Montini, Paolo 6° in religione.
  L’enciclica seguì il metodo della Costituzione nel partire da una realistica e sintetica considerazione dei problemi del mondo intero:
I. PER UNO SVILUPPO INTEGRALE DELL’UOMO
1. I DATI DEL PROBLEMA
Aspirazioni degli uomini
6. Essere affrancati dalla miseria, garantire in maniera più sicura la propria sussistenza, la salute, una occupazione stabile; una partecipazione più piena alle responsabilità, al di fuori da ogni oppressione, al riparo da situazioni che offendono la loro dignità di uomini; godere di una maggiore istruzione; in una parola, fare conoscere e avere di più, per essere di più: ecco l’aspirazione degli uomini di oggi, mentre un gran numero d’essi è condannato a vivere in condizioni che rendono illusorio tale legittimo desiderio. D’altra parte, i popoli da poco approdati all’indipendenza nazionale sperimentano la necessità di far seguire a questa libertà politica una crescita autonoma e degna, sociale non meno che economica, onde assicurare ai propri cittadini la loro piena espansione umana, e prendere il posto che loro spetta nel concerto delle nazioni.
Colonizzazione e colonialismo
7. Di fronte alla vastità e all’urgenza dell’opera da compiere, gli strumenti ereditati dal passato, per quanto inadeguati, non fanno tuttavia difetto. Bisogna certo riconoscere che le potenze colonizzatrici hanno spesso avuto di mira soltanto il loro interesse, la loro potenza o il loro prestigio, e che il loro ritiro ha lasciato talvolta una situazione economica vulnerabile, legata per esempio al rendimento di un’unica coltura, i cui corsi sono soggetti a brusche e ampie variazioni. Ma, pur riconoscendo i misfatti di un certo colonialismo e le sue conseguenze negative, bisogna nel contempo rendere omaggio alle qualità e alle realizzazioni dei colonizzatori che, in tante regioni abbandonate, hanno portato la loro scienza e la loro tecnica, lasciando testimonianze preziose della loro presenza. Per quanto incomplete, restano tuttavia in piedi certe strutture che hanno avuto una loro funzione, per esempio sul piano della lotta contro l’ignoranza e la malattia, su quello, non meno benefico, delle comunicazioni o del miglioramento delle condizioni di vita.
Squilibrio crescente
8. Fatto questo riconoscimento, resta fin troppo vero che tale attrezzatura è notoriamente insufficiente per affrontare la dura realtà dell’economia moderna. Lasciato a se stesso, il suo meccanismo è tale da portare il mondo verso un aggravamento, e non una attenuazione, della disparità dei livelli di vita: i popoli ricchi godono di una crescita rapida, mentre lento è il ritmo di sviluppo di quelli poveri. Aumenta lo squilibrio: certuni producono in eccedenza beni alimentari, di cui altri soffrono atrocemente la mancanza, e questi ultimi vedono rese incerte le loro esportazioni.
Aumentata presa di coscienza
9. Nello stesso tempo, i conflitti sociali si sono dilatati fino a raggiungere le dimensioni del mondo. La viva inquietudine, che si è impadronita delle classi povere nei paesi in fase di industrializzazione, raggiunge ora quelli che hanno una economia quasi esclusivamente agricola: i contadini prendono coscienza, anch’essi, della loro "miseria immeritata". A ciò s’aggiunga lo scandalo di disuguaglianze clamorose, non solo nel godimento dei beni, ma più ancora nell’esercizio del potere. Mentre una oligarchia gode, in certe regioni, di una civiltà raffinata, il resto della popolazione, povera e dispersa, è "privata pressoché di ogni possibilità di iniziativa personale e di responsabilità, e spesso anche costretta a condizioni di vita e di lavoro indegne della persona umana".
Urti di civiltà
10. Inoltre l’urto tra le civiltà tradizionali e le novità portate dalla civiltà industriale ha un effetto dirompente sulle strutture, che non si adattano alle nuove condizioni. Dentro l’ambito, spesso rigido, di tali strutture s’inquadrava la vita personale e familiare, che trovava in esse il suo indispensabile sostegno, e i vecchi vi rimangono attaccati, mentre i giovani tendono a liberarsene, come d’un ostacolo inutile, per volgersi evidentemente verso nuove forme di vita sociale. Accade così che il conflitto delle generazioni si carica di un tragico dilemma: o conservare istituzioni e credenze ancestrali, ma rinunciare al progresso, o aprirsi alle tecniche e ai modi di vita venuti da fuori, ma rigettare in una con le tradizioni del passato tutta la ricchezza di valori umani che contenevano. Di fatto, avviene troppo spesso che i sostegni morali, spirituali e religiosi del passato vengano meno, senza che l’inserzione nel mondo nuovo sia per altro assicurata.
11. In questo stato di marasma si fa più violenta la tentazione di lasciarsi pericolosamente trascinare verso messianismi carichi di promesse, ma fabbricatori di illusioni. Chi non vede i pericoli che ne derivano, di reazioni popolari violente, di agitazioni insurrezionali, e di scivolamenti verso le ideologie totalitarie? Questi sono i dati del problema, la cui gravità non può sfuggire a nessuno.
  Questa visione globale manca in genere alla politica italiana, che si presenta quindi piuttosto impoverita rispetto ad esempi del passato. Nei congressi dei partiti fino agli anni ’70, i principali esponenti politici iniziavano il loro discorso in assemblea con una lunga analisi della situazione mondiale, che poteva durare alcune ore. Non ci si aspettava nulla di meno da loro. Ai tempi nostri i politici si affidano qualche volta ad un libro per spiegare la loro visione del mondo, ma spesso non appare farina del loro sacco, come si dice, ma frutto di un lavoro collettivo dei loro collaboratori. Infatti poi non ne parlano in pubblico, come se nemmeno loro, che formalmente ne sono gli autori, ne avessero molta dimestichezza. Veramente pochi hanno la capacità di maneggiare il pensiero espresso dall’attuale dottrina sociale. A volte vi fanno rapidi riferimenti, ma essenzialmente rimandando all’autorità del Papa, che nessuno osa più contrastare apertamente in politica.
  Bisogna dire che pochi capi politici nel mondo intero appaiono capaci di una visione globale dello sviluppo umano. Ve ne sono nella nostra Unione Europea, che è ancora un lavoro collettivo di grande portata, che richiede visione globali. Alcuni italiani vi stanno facendo un grande tirocinio e  saranno, verosimilmente, quelle che vengono definite riserve della Repubblica, le persone destinate alle più alte responsabilità in futuro. Tra essi Mario Draghi, presidente della Banca Centrale Europea, Antonio Tajani, presidente del Parlamento Europeo  e prima membro della Commissione europea, e Federica Mogherini, membro e vice presidente della Commissione europea e Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza. Nessuno di loro si è formato nell’ambiente del cattolicesimo sociale italiano. L’ultimo con analoghe esperienze internazionali ad esserlo è stato Romano Prodi, già presidente della Commissione Europea.
 Sono spesso provinciali i politici italiani, ma in questo sono lo specchio di noi cittadini. La dottrina sociale ci spinge però ad esserlo meno. In certe condizioni, quando il provincialismo è manifestazione del disinteresse per le sofferenze altrui, ci insegna che esso è addirittura una colpa sociale, da cui redimerci. Ma per riuscirci occorre fare uno sforzo per recuperare dalla nostra cultura, che sicuramente abbiamo essendo una società molto scolarizzata, conoscenze e argomenti. Questo lavoro è molto importante, in particolare, quando si avvicinano elezioni politiche nazionali, in questi mesi, ad esempio, in cui i partiti stanno preparando i loro programmi elettorali. Annusano l’aria e cercano di capire le vie preferite dai loro elettori di riferimento. Se ci mostreremo provinciali, anche quei programmi lo saranno. Poiché però i problemi dell’Italia hanno dimensione globale, come insegna chiaramente la dottrina sociale, programmi dettati da provincialismo risulteranno inefficaci.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli