mercoledì 20 settembre 2017

Strumentalizzazione religiosa della politica

Strumentalizzazione religiosa della politica

  A Roma i papi hanno ancora un piccolo regno. Ha le dimensioni di un quartiere della città, oltretevere, dalle parti di Borgo: è il Vaticano, un colle della città circondato da mura possenti tranne che sul lato di piazza San Pietro, dove si affaccia un chiesone. La partecipazione alla vita democratica dello stato italiano ne è stata storicamente pesantemente condizionata, ma nell'iniziale formazione alla fede di solito non se ne parla. Ma spesso ci si si sorvola sopra anche successivamente. Papa Montini, regnante tra il 1963 e il 1978, definì provvidenziale la soppressione dello Stato pontificio, nel 1870, a seguito della sua conquista militare da parte del Regno d’Italia e della dinastia sovrana dei Savoia. L’attuale regno dei papi in Vaticano non ne è la prosecuzione, ma fu costituito per la medesima esigenza per cui non ci voleva cedere Roma al nuovo stato nazionale. Per rendere indipendente  il papato. Costò molto caro ai cattolici italiani, in primo luogo in termini morali e politici, perché fu costituito accordandosi con il Regno d’Italia dominato dal fascismo mussoliniano. Si dovette rinunciare, almeno formalmente, all’azione sociale in Italia, impegnandosi a limitarsi a quella religiosa. Una separazione, per cui era vietato  occuparsi di politica, che continua a fare danno, perché, di solito inconsapevolmente, è ritenuta ancora doverosa, benché nel 1984 la parte di quegli accordi, conclusi nel1929, che riguardavano la missione della Chiesa in Italia siano stati quasi completamente riformati, adeguandoli alla norme della nostra Costituzione, e comunque fossero cadute in disuso le norme limitative dell’azione sociale da parte delle organizzazioni religiose. Si pensi, ad esempio, che fin dall’inizio della democrazia italiana, nell’Ottocento, e prima ancora della realizzazione dell’unità nazionale, non solo i cattolici, ma gli stessi preti, fecero  politica. Sono anche opere di letteratura politica la Divina Commedia  di Dante Alighieri, scritta nel Trecento, e, più vicino a noi nel tempo, I promessi sposi  di Alessandro Manzoni, scritta nell’Ottocento. Furono preti Vincenzo Gioberti, che nell’Ottocento propose di realizzare l’unità nazionale dandone la presidenza al papato, Romolo Murri, che tra l’Ottocento e il Novecento, propose di impegnarsi per realizzare in società una  democrazia cristiana, e Luigi Sturzo, che fu il principale artefice del primo partito politico ispirato ai valori di fede.
  Volere uno stato per essere indipendenti in religione significa strumentalizzare quello stato e la sua politica. Significa condizionare pesantemente la politica e quindi avvilirla, come sempre succede nelle strumentalizzazione.
 Ora ci ritroviamo con questo piccolo regno vaticano, la cui amministrazione statale, si dice, non sia  granché. Se ne dice insoddisfatto lo stesso Papa, scrivono i giornali. Non andava diversamente, nell’Ottocento, nello Stato pontificio, in cui tutte le cariche più importanti erano riservate ai preti. Faceva mediocre politica. In più impediva i processi democratici, che furono pesantemente repressi con dure misure di polizia fino all’ultimo. Negli ultimi anni ogni tanto, e anche in questi giorni, il piccolo regno vaticano finisce sui giornali per qualche scandalo, in particolare riguardante questioni di soldi. Tra gli anni ’70 e ’80 rimase coinvolto, e pesantemente danneggiato, nel disastro finanziario di una banca italiana, il Banco Ambrosiano.
  La politica strumentalizzata ad altri fini, anche in sé nobili, è politica degradata. La politica è una di quelle cose  essenziali per la vita sociale degli umani che non deve essere strumentalizzata, per nessun motivo. La tentazione di strumentalizzarla è forte in Italia, perché la nostra Chiesa ha ancora una forza politica, in particolare nell’era della liquefazione dei partiti politici, che si sono fatti molto deboli, evanescenti, più simili a marchi d’impresa che a vere organizzazioni sociali.
  Questi argomenti non vengono di solito affrontati in religione perché mettono in questione un aspetto del ministero del Papa e quindi si teme l’accusa di lesa maestà. Così però il Papa rimane solo a voler riformare le cose nel suo piccolo stato. E da solo potrà cambiare ben poco. I suoi critici aspettano che passi, come sono passati i suoi predecessori: riuscirono a fare ben poco, e più che altro sotto il profilo formale, rinunciando, ad esempio, a certi segni della sovranità terrena, come la pesante corona a tre strati, il fardello che i papi volevano porsi in capo in certe occasioni solenne.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli