giovedì 21 settembre 2017

Autonomia della politica

Autonomia della politica


 Politica è il governo della società. E’ una realtà profondamente umana. Ne scrissero gli antichi filosofi greci, dal cui pensiero deriva gran parte della cultura degli europei. “L’essere umano è un vivente politico”, conclusero. In particolare, questo fu l'insegnamento di Aristotele, vissuto in Grecia nel Quarto secolo dell’era antica. Egli fece da insegnante nella formazione di un grande imperatore: Alessandro detto  il Grande, il  quale a  quell’epoca dominò vasti territori. Alessandro era figlio di un re, che, dall’originaria Macedonia, a nord della  Grecia, aveva conquistato le bellicose città greche assimilandone (vale a dire facendo proprie), nel contempo, le civiltà, cioè imparando da loro. Riteneva che per governare un popolo occorresse essere preparati e diede al figlio il migliore maestro sulla piazza, uno dei più grandi filosofi di tutti i tempi tra quelli europei. Nell’Italia di oggi si ritiene invece che chiunque possa giungere al massimo potere, senza una particolare istruzione. Chi si propone, in genere non parla della sua formazione e delle sue precedenti esperienze. Si ritiene che questo sia una necessaria conseguenza dell’orientamento democratico, ma non è così. Gli incolti sono mediocri governanti e, in genere, finiscono per cadere preda dei loro appetiti o in mani altrui. Un esempio di un persona giunta al massimo potere e che non può esibire titoli formativi impressionanti è il presidente statunitense Donald Trump.  In un discorso che ha tenuto davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite l’altro giorno ha minacciato di distruggere una piccola nazione asiatica che gli si oppone. “Se provocati, distruggeremo la Corea del Nord”, ha dichiarato. Nessun capo di stato di cultura europea aveva più fatto minacce del genere dopo il capo del governo tedesco Adolf Hitler, in carica tra il 1933 e il 1945, fondatore e guida suprema del nazionalsocialismo tedesco.
  La politica ha le sue finalità e le sue regole, che non sono quelle della religione. Questo significa che non basta essere persone religiose o addirittura preti per essere buoni politici. In effetti i vescovi e i preti, i nostri capi religiosi, sono stati in genere mediocri politici, e talvolta pessimi. Per funzionare la politica deve conservare la sua autonomia, anche dalla religione. Lo hanno riconosciuto e proclamato i saggi del Concilio Vaticano 2° (1962-1965). Questo non significa che possa essere immorale, spregiudicata, opportunista, ignorando gli insegnamenti religiosi. Una politica così  è politica cattiva  e fa male alla gente. Non fa il suo mestiere che è invece quello di procurare il benessere collettivo, la felicità  di tutti. Questo significa che deve essere in relazione con altre realtà sociali molto importanti, dalle quali dipende la felicità delle persone, e tra queste anche la religione.  Da questo consegue che la politica deve porsi dei limiti: questo è appunto uno dei cardini del pensiero democratico. La democrazia è un sistema di limiti e di valori. Uno dei valori più importanti è quello della persona, che costituisce anche uno dei maggiori limiti che occorre porre alla politica perché consegua il suo scopo, il benessere e la felicità di tutte le persone. Una politica che non rispetti la persona umana è omicida o schiavista. A volte pensiamo che si tratti di fatti del passato o molto lontani da noi, ma non è così. E’ molto comune essere tentati da una politica, che con molti pretesti, non rispetti le persone umane. Ai tempi nostri le leggi nazionali e internazionali vigenti vietano politiche così. Però alla gente qualche volta sembra che non  vi sia altra via che fare il male per salvarsi. Un politico che si lascia prendere la mano su questa via potrà giungere a minacciare di distruggere nazioni. E’ in grado di farlo? Lo farà veramente?
   Gli Stati Uniti d’America, ad esempio, hanno un arsenale di armi nucleari di potenza tale, più o meno, da cancellare la vita sul pianeta. Hanno avviato un programma di riduzione di queste armi stragiste, di distruzione di massa, d’accordo con l’altra maggiore potenza nucleare, la Russia: c’è un trattato vigente in materia che scadrà nel 2020, ma sembra che non siano più tanto convinti di quella via. Sono l’unico stato del mondo ad aver utilizzato l’arma nucleare in guerra, nel 1945, in Giappone, per ben due volte, cancellando le città di Hiroshima e Nagasaki. La responsabilità di quell’atto di guerra è del presidente statunitense Harry Truman, in carica dal 1945 al 1953, un politico che non poteva esibire curriculi impressionanti, che non aveva ricevuto una gran formazione, sostanzialmente un autodidatta. Aveva la reputazione di uomo onesto. Inaugurò il suo mandato con l’uso della bomba atomica. Chi difende quella decisione, sostiene che occorse farlo per porre fine ad una guerra che poteva essere molto più sanguinosa. Infatti il Giappone, verso la fine della Seconda Guerra mondiale (1939-1945) era determinato a resistere ad oltranza. Occorreva dimostrare  che gli Stati Uniti d’America potevano distruggerlo. Ma se lo scopo era solamente dimostrativo, perché usare la bomba due  volte? Non ne bastava una sola?
 E, insomma, quando un politico che non ha ricevuto una gran formazione ha in mano tante bombe nucleari come accade negli Stati Uniti d’America attualmente, e inoltre appartiene a uno stato che ha già usato quelle armi in guerra, c’è effettivamente da preoccuparsi.
  Truman era un cristiano, anche Trump lo è. Non hanno visto problemi religiosi nell'idea di distruggere  nazioni?
  Una politica che sia, non solo  autonoma, ma anche completamente  autoreferenziale, in particolare in materia etica, dà questi problemi. Si lavora come a compartimenti stagni, con una politica che non tiene conto di altro che di sé stessa. Allora proclama, ad esempio “America first!”, “gli Stati Uniti in primo luogo”, così come l’inno tedesco ai tempi del regime nazionalsocialista proclamava “Germania su tutto”. E tutte le altre persone dell'umanità? In un mondo interdipendente come il nostro, in cui non ci si può isolare, perché praticamente tutto ciò che è di nostro quotidiano uso ci viene da lontano, ragionare così porta al disastro.
 Le realtà sociali più importanti, in particolare politica, economia, cultura e religione, benché autonome, sono sempre in relazione tra loro, anche se ce se ne vuole scordare o se ne è persa, ripudiata, o mai raggiunta perché incolti, consapevolezza. Ecco perché occorre ragionare di politica anche facendo religione e la riforma sociale deve entrare anche nella formazione religiosa. Una politica autoreferenziale e spregiudicata, infatti, fa male alla gente e quindi la danneggia anche dal punto di vista religioso.
  Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli