La parrocchia non è
un’isola
Quando, nell’ottobre 2015, è venuto il nuovo parroco tra noi, è stata concelebrata
una Messa con la partecipazione dei sacerdoti delle parrocchie intorno. Allora
ci siamo ricordati che la nostra parrocchia non è un’isola. Qualche volta le
parrocchie lo diventano: si trasformano in piccoli regni o, a seconda dell’impostazione
prevalente, repubbliche separati dal contesto sociale che c’è al di là di un
raggio di qualche centinaio di metri dalla chiesa. Dal punto di vista
amministrativo un coordinamento dovrebbe esserci: ogni parrocchia fa parte di
un Settore e di una Prefettura. Si fanno periodicamente
riunioni per fare il punto sulla situazione di queste aree più vaste. Ma dal
punto di vista sociale la cosa è diversa: in fondo ci si ignora. Unire le forze
potrebbe dare qualche vantaggio. Il progresso umano procede in gran parte per
imitazione delle tecniche che hanno dato i migliori risultati. Il confronto
potrebbe far emergere quello che non va. Spesso si è piuttosto miopi per quanto
riguarda sé stessi. Gli altri ci vedono più realisticamente. La condizione di
separazione ha molto nuociuto alla nostra parrocchia. C’è gente, poi, che ha
cominciato a frequentare le parrocchie vicine, abbandonando la nostra:
collaborare con quelle potrebbe essere l’occasione per recuperarla.
Ogni attività richiede qualcuno che svolga il ruolo di animatore, in
particolare quando si lavora con i più giovani. La gente che serve per questo
lavoro scarseggia e comunque ha limitate disponibilità di tempo. Il tempo
libero dal lavoro è un privilegio delle società più ricche, la nostra si è
piuttosto impoverita negli ultimi anni ed ecco che le persone ne hanno meno. A
volte si fanno due o tre lavori. Si lavora anche il sabato e la domenica e negli altri festivi. E non solo in quelle attività che non possono mai fermarsi, come gli
ospedali o gli uffici di polizia o i vigili del fuoco. Allora gli animatori
devono essere di più per darsi il cambio. Collaborare tra più parrocchie può
consentire di far funzionare attività che sarebbe impossibile realizzare con le
sole forze di una singola parrocchia, ad esempio un soggiorno all’estero per i
più giovani o un ritiro o un convegno. Anche certe esperienze associative, come
l’ACR - Azione Cattolica Ragazzi o gli Scout, richiedono quasi sempre, all’inizio, la collaborazione di gente di fuori che provenga da gruppi già avviati.
A volte
ci si isola, a volte si è isolati. E’ possibile che intorno ad una parrocchia
si stenda una specie di cordone sanitario. Un motivo di incomprensione o
comunque di poca propensione alla collaborazione può sorgere tra parrocchie affidate al clero secolare, ai preti della Diocesi, o a
quello religioso, che appartiene a istituti di vita consacrata (gesuiti,
salesiani ecc.), o a quello che proviene da movimenti.
Una parrocchia dovrebbe essere caratterizzata dal suo corpo sociale, dovrebbe
essere radicata nel quartiere; dovrebbe essere tutto sommato indifferente la
condizione del parroco, la sua provenienza religiosa. Ma non è così. Vediamo
bene che il parroco fa la differenza, come accade anche in realtà più vaste, ad
esempio con un vescovo o con un papa. Cambiano loro e cambia tutto.
Le parrocchie con le quali condividiamo un
corpo sociale e tanti problemi sono San
Frumenzio, il Redentore e gli Angeli Custodi.
Nelle zone di confine la gente non rispetta sempre la suddivisione
amministrativa e va dove si trova meglio ed è più comodo. Accade, ad esempio,
con la gente degli isolati subito oltre via Conca d’Oro, verso via Nomentana,
che amministrativamente appartengono alla parrocchia degli Angeli Custodi.
Quest’ultima è inserita addirittura in un’altra Prefettura ecclesiastica,
sebbene le Valli facciano parte del quartiere Monte Sacro come la zona degli
Angeli Custodi. Con gli Angeli Custodi, ad esempio, condividiamo il problema
sociale della gente, in prevalenza straniera e povera, accampata sulle rive
dell’Aniene. Si tratta di poveri che spesso gravitano intorno ai servizi
sociali parrocchiali. Le società che abitano le due parrocchie esprimono anche
problemi politici e di criminalità
analoghi. Conoscersi e collaborare sarebbe una buona idea. Si dice che “l’unione
fa la forza”. Una delle commissioni di
un rinnovato Consiglio pastorale potrebbe dedicarsi a questo: a creare dei legami innanzi tutto
conoscendo quelli al di là dei nostri
confini e poi provando a programmare attività comuni. Bisognerebbe essere
consapevoli di ciò che si sta facendo nelle parrocchie vicine, di dove si è
arrivati con il programma e dei risultati conseguiti.
A lungo ci siamo pensati come una realtà assediata dal mondo intorno.
Gli sforzi, allora, sono stati prevalentemente volti a rinforzare le mura. Ma
avevamo ragione di pensarla così? Il male c’è in società, chi può negarlo?
Bisogna essere realisti. Ma davvero la
società in cui viviamo, in particolare il nostro quartiere, ne è talmente
impregnato che non ci resta che barricarci? Proprio volendo essere realisti, ci
si può facilmente convincere che non è così. Ci siamo fatti un’idea sbagliata
della gente del quartiere. Come hanno
fatto le parrocchie intorno? Anche loro, negli anni passati, hanno scelto di corazzarsi? E anche se lo avessero
fatto, non è possibile pensare di fare diversamente? La strategia indicata dal
nostro Vescovo nell’Esortazione La gioia
del Vangelo è comunque diversa dal barricarsi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro Valli