Alcune
serie obiezioni alle argomentazioni del Papa sulle pensioni
La parte del discorso del Papa ai
sindacalisti della CISL del 28 giugno scorso sulle pensioni mi era apparsa
subito la meno convincente, benché fosse quella più citata dai giornalisti.
Ieri le sono state opposte alcune serie obiezioni.
Gli studiosi dei fatti economici ritengono
che non sia dimostrabile alcuna correlazione tra tasso di attività delle
persone tra 55 e 64 anni di età e disoccupazione giovanile (così Alberto
Mingardi su La Stampa, Nicola Rossi e
Vincenzo Galasso su La Repubblica). E
questo benché tra il 2007 e il 2014, gli anni della recessione economica ancora
in corso, il tasso di occupazione delle persone tra i 15 e i 29 anni di età sia
sceso del 12% tra gli uomini e del 6% tra le donne, mentre quello delle persone
tra i 55 e i 74 anni sia cresciuto del 38% fra gli uomini e del 22 % tra le
donne. I due fenomeni hanno la stessa causa , ma non è dimostrabile che siano legati, nel senso
che si perda occupazione tra i giovani perché aumenta tra i più anziani.
Roberto Mania, nell’articolo di ieri su Repubblica sul discorso del Papa, riporta un brano dell’ultima
Relazione annuale della Banca d’Italia: “Secondo
la nostra analisi non vi è evidenza di un nesso negativo, nemmeno nel breve
periodo, tra il prolungamento della vita lavorativa degli anziani e l’occupazione
dei giovani; piuttosto i due fenomeni appaiono complementari”.
E’ stato osservato che tra pensionati e nuovi
assunti non c’è un ricambio nello stesso posto di lavoro: giovani e anziani , in genere, non
fanno lo stesso lavoro. Non c’è la staffetta, non c’è ricambio nello stesso
posto di lavoro. E’ cambiato il modo di lavorare, tra giovani e anziani. E’ il
modo di produzione che fa perdere posti di lavoro: in media ogni quattro
lavoratori che escono per anzianità dal
mercato del lavoro ne entra uno solo (Roberto Mania su La Repubblica). Inoltre non
c’è un numero fisso di posti di lavoro: il numero di occupati aumenta nelle
fasi espansive dell’economia, in quelle di crescita economica. Ma, osservano
gli economisti, la ripresa dell’economia di cui stiamo notando alcuni primi
segni, sarà jobless, non produrrà un
aumento proporzionale degli occupati.
Alberto Mingardi su La Stampa:
“I posti di lavoro non sono un numero
fisso, una torta da spartire tra anziani e meno anziani. Crescono se aumenta la
produttività e se si intensifica l’attività economica”.
Il progressivo aumento dell’età del
pensionamento obbligatorio non è dipeso da egoismo delle classi d’età più
anziane, ma da esigenze di finanza pubblica. Accrescere il numero dei
pensionati non solo non accrescerebbe l’occupazione fra i più giovani, ma
farebbe sì che il loro lavoro debba mantenere più persone, perché è la
popolazione attiva che paga per chi attivo non è più.
Oggi i genitori mantengono i figli più a
lungo, perché questi ultimi trovano occupazione più tardi, e, comunque, spesso
integrano il reddito dei più giovani, che hanno retribuzioni più basse. Se i
più anziani fossero costretti a lavorare per meno ore, con retribuzioni più
basse, la capacità di sostegno dei figli diminuirebbe. Sarebbe, in sostanza, il
reddito familiare a risentirne.
Il patto
sociale tra giovani e anziani proposto
dal Papa non funzionerebbe, non aumenterebbe l’occupazione tra i più giovani e
finirebbe con il ridurla tra i più anziani, o comunque, per abbassare il
reddito dei più anziani.
Sostiene Nicola Rossi (come riportato da
Roberto Mania su La Repubblica): “La nostra anomalia nasce dal fatto che non
cresciamo da oltre vent’anni. E per questo è dannoso il messaggio del Papa che
spinge i giovani a pensare che per ottenere qualcosa è necessario toglierla a
qualcun altro. Così abbiamo messo definitivamente una pietra sul mito dell’infallibilità
papale”. In effetti in dottrina non si è mai sostenuto che un papa sia
infallibile nelle questioni economiche, sociali e politiche. Su questi temi,
anzi, i papi si sono si sono in genere dimostrati fallibilissimi.
Il lavoro, salvo che nel pubblico impiego,
si è fatto più precario sia per i giovani che per gli anziani, benché
maggiormente per giovani, che vengono assunti con i contratti recentemente
introdotti in Italia dalla nuova normativa sul lavoro, che prevedono la reintegrazione
nel posto di lavoro, dopo ingiusto licenziamento, solo per i licenziamenti
discriminatori, quindi in un limitatissimo numero di casi e per di più con gravi problemi di prova. Lì dove non sono più protetti dalla stabilità del posto di
lavoro, al modo del pubblico impiego, i lavoratori più anziani resistono per le
loro competenze, maturate sul campo (Alberto Mingardi). I più giovani
le possiedono nella misura in cui le apprendono nel loro percorso
scolastico: è la scuola che va potenziata e migliorata, invece l’Italia spende
troppo poco in questo settore.
La crisi dell’occupazione in Italia dipende
dal modello di sviluppo e dalle risposte date dai poteri pubblici.
Servono meno occupati per produrre e molte
lavorazioni sono state trasferite all’estero, dove il lavoro costa meno. In Italia
sono rimasti in genere i lavori più sofisticati, che richiedono maggiori
competenze, ma la scuola non prepara i giovani a sufficienza per raggiungerli, perché il settore
pubblico vi investe poco. Il sistema, inoltre, ha favorito i più ricchi. Al
Congresso della CISL è stato osservato che dal 1973, quando nacque l’IRPEF, l’imposta
sul reddito delle persone fisiche, i redditi massimi hanno goduto di 29 punti
percentuali di sgravio fiscale, mentre quelli minimi di un aggravio di 13
punti. Ieri, Romano Prodi, a quel Congresso in corso qui a Roma, ha ricordato
che la retribuzione di una posizione di vertice di un’azienda privata è oggi
trecento volte quella della posizione di ingresso, e non ci si scandalizza più.
E’ per questo che ci sono poi le pensioni
d’oro, che perpetuano uno squilibrio che c’è nel mondo del lavoro tra i
favoriti e gli sfavoriti dal modello di sviluppo.
Il potere d’acquisto reale dei lavoratori
dipendenti è costantemente diminuito negli ultimi anni, mentre i profitti d’impresa
sono costantemente aumentati, anche negli anni della crisi. Questi profitti
appaiono incomprimibili e vengono messi a sicuro, nonostante le crisi delle
imprese di produzione, sfruttando le opportunità offerte dal sistema giuridico
del capitalismo globalizzato, che consentono un rapido sganciamento del
capitale dalle crisi aziendali. I lavoratori hanno la sensazione di aver mantenuto più o meno lo stesso tenore di vita perché i beni
della vita che acquistano costano poco. Infatti provengono da posti dove il lavoro è ancora più
svalutato che da noi, in particolare dall’Oriente. Anche i lavoratori/consumatori quindi si
avvantaggiano, precariamente, per ora, delle condizioni di sfruttamento di
lavoratori ancora più svantaggiati.
Gli economisti liberali propongono, per favorire
la crescita, di rendere ancora peggiori le condizioni giuridiche dei lavoratori
dipendenti, che sono quelli il cui lavoro è organizzato da altri. La flessibilità favorirebbe l’occupazione e la ripresa. L’esperienza
storica non conferma quest’idea. Da quando il sindacato ha avuto meno capacità
contrattuale, dagli anni ’80, e il lavoro si è fatto sempre più flessibile le condizioni dei lavoratori dipendenti sono
costantemente peggiorate e le diseguaglianza sociali sono sempre più aumentate.
Cambiare richiede un’azione di massa, e su
questo possono condividersi le argomentazioni del Papa, e un nuovo modello di
sviluppo, che comprenda anche un modo diverso di consumare. I rapporti di forza
possono essere cambiati da un’azione di massa ed è il sindacato che deve organizzarla. Ma
occorre agire avendo presente l’interesse generale, quindi anche di chi è
escluso dal lavoro o è coinvolto in lavoro svalutato e non può sindacalizzarsi perché lo perderebbe.
Questo significa che all’azione sindacale va affiancata quella politica. Ma la
cultura sindacale come quella politica vanno rifondate nella gente: c’è
necessità anzitutto di un’educazione specifica, un lavoro che deve cominciare
molto presto, fin dalla scuola, il tempo che ancora dà una tregua alle persone,
non ancora schiavizzate da lavori svalutati. Prodi ieri ha osservato che in
Italia l’1% della popolazione controlla circa il 50% della ricchezza, ma poi la
maggioranza della gente segue le idee politiche di quell’1% anche se questo è
contro il suo interesse. I lavoratori dipendenti, da consumatori che si
avvantaggiano delle condizioni di sfruttamento di lavoratori che stanno peggio,
hanno l’impressione di essere dalla stessa parte sociale dei più ricchi, ma non
è vero. Capirlo è una conquista culturale. Il lavoro non si salverà se non
cambieremo la cultura del consumo. Appunto: è un intero modello di sviluppo che è in
questione.
Mettere in più anziani in conflitto con i più
giovani non è saggio e, soprattutto, non ha fondamento razionale. Divide le
forze di chi sta peggio perché subisce le conseguenze di un medesimo modello di
sviluppo che divide la gente in due classi sociali: i favoriti e gli sfavoriti
dal sistema, non giovani e anziani. Nel modello dello stato
sociale, lì dove si è sviluppata l’economia sociale di mercato, il
conflitto di classe si era molto attenuato, perché le istituzioni pubbliche si
incaricavano di riequilibrare, con lo strumento fiscale e con la tutela
giuridica del lavoro, le diseguaglianze sociali. Dagli anni ’90 l’orientamento è
cambiato, senza distinzione tra governi di opposte ideologie politiche, e il conflitto di classe, in quella nuova presentazione, si ripropone. Ma nella classe che possiamo denominare subalterna ci sono giovani e anziani.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli