Giustizia sociale
come conversione
Ieri il nostro Padre Francesco, incontrando a
Roma i sindacalisti della CISL, ha parlato di economia e società, di giustizia
sociale, di sindacalismo buono e corrotto, della necessità di un sindacalismo
buono per cambiare in meglio la società attraverso lotte sociali, della
necessità di lottare anche per chi i diritti civili non li ha ancora, in primo
luogo per i giovani senza lavoro, del legame tra lavoro e democrazia e di un
capitalismo che induce in peccato, e in uno dei più grossi, perché disconosce
la natura sociale dell’economia e dell’impresa.
Vedremo come i giornali riporteranno le sue parole oggi. Ieri
quelli che pubblicano su internet e
quelli televisivi sono stati un po’ superficiali, si sono concentrati sulla sua
critica alle pensioni d’oro, che sono
quelle troppo alte, che perpetuano una ingiusta diseguaglianza sociale. Ognuno
di noi, naturalmente, ha pensato a quelle degli altri e tutti, in definitiva, a
quelle dei parlamentari. Ma, tutto sommato, questo tema non era al centro delle
argomentazioni di quel discorso.
Persona
e lavoro devono sempre andare insieme, ha sostenuto Francesco all’inizio, nel
senso che il lavoro non deve diventare disumano e che ogni persona deve avere
un lavoro. Il lavoro è importante perché l’individuo si faccia persona. Nel lavoro si coopera con gli altri, ci si apre alla società. Ma il
lavoro non è tutto. Anche il riposo è importante. Ricordiamocelo ora che
cominciamo a vedere esercizi commerciali aperti giorno e notte, senza giorni di
festa, senza mai interruzioni. Il nostro Padre Francesco ha parlato addirittura
di sana cultura dell’ozio. Ma oltre al riposo c’è lo studio: lo studio è il solo “lavoro” buono dei bambini e dei ragazzi, ha
detto. Ma non lavoriamo quando siamo malati, non
lavoriamo da vecchi, e anche questo è un diritto. Ci sono le pensioni, per
quelli che sono malati o troppo vecchi per lavorare. Ma devono essere pensioni giuste. Altrimenti si perpetuano le
diseguaglianze sociali, diventano perenni. E’ a questo punto che ha criticato le
pensioni d’oro, che creano scandalo
in un tempo in cui c’è tanta gente che la pensione non l’ha o ce l’ha
insufficiente. Le pensioni troppo alte, come quelle troppo povere, sono un’offesa al lavoro, proprio perché perpetuano le diseguaglianze
del lavoro. Il lavoro, quindi, nella concezione del nostro Padre Francesco,
dovrebbe avere la funzione anche di ridurre le diseguaglianze sociali, in
particolare elevando quelli che stanno peggio. E ha anche ricordato che, a
volte, per i malati, che tendono ad essere scartati dal mondo del lavoro,
lavorare è parte della terapia: si
guarisce lavorando con gli altri, insieme agli altri, per gli altri.
Non è ragionevole, sostiene il nostro Padre
Francesco, che in una società gli anziani siano costretti a lavorare troppo a
lungo, mentre i giovani rimangono disoccupati. Quando i giovani sono fuori dal mondo del lavoro, alle imprese mancano
energia, entusiasmo, innovazione, gioia di vivere, che sono preziosi beni comuni che rendono migliore
la vita economica e la pubblica felicità, ha detto. Il lavoro dei giovani
non fa bene solo ai giovani stessi, ma a tutta la società. Occorrerebbe,
quindi, ha proposto, un nuovo patto sociale
che riduca le ore di lavoro di chi è
nell’ultima stagione lavorativa, per creare lavoro per i giovani che hanno il
diritto-dovere di lavorare.
Il lavoro rientra nei fatti economici e in
quelli dell’impresa. E’ il mercato che deve dominare tutto? No!, sostiene il nostro
Padre Francesco. Economia di mercato, no! Economia sociale di mercato, invece.
Il capitalismo del nostro tempo ha dimenticato la natura sociale dell’economia, dell’impresa, è per questo che disprezza il sindacato. L’economia ha dimenticato la natura sociale
che ha come vocazione, la natura sociale dell’impresa, della vita, dei legami e
dei patti. E’ per questo che occorre
un lotta per affermarla: questo è il compito del sindacato. La sua azione, se
fa bene il suo lavoro, migliora la società. Non
c’è una buona società senza un buon sindacato, e non c’è un sindacato buono che
non rinasca ogni giorno nelle periferie, che non trasformi le pietre scartate dell’economia in
pietre angolari. Non si tratta di scontri tra interessi privati, dei datori
di lavoro e dei lavoratori, ma di una questione di giustizia sociale. Lo si
capisce pensano da dove viene la parola sindacato.
Dice Francesco: Sindacato è una bella
parola che proviene dal greco “dike”, cioè giustizia, e “syn”, insieme: syn-dike,“giustizia insieme”. Non c’è
giustizia insieme se non è insieme agli esclusi di oggi. Il
sindacato nasce e rinasce tutte le volte che, come i profeti biblici, dà voce a
chi non ce l’ha, denuncia il povero “venduto per un paio di sandali” (cfr Amos 2,6), smaschera i potenti
che calpestano i diritti dei lavoratori più fragili, difende la causa dello
straniero, degli ultimi, degli “scarti”: in questo svolge una funzione
profetica. Dice Francesco: “[il sindacato] deve
vigilare sulle mura della città
del lavoro, come sentinella che guarda e protegge chi è dentro la città
del lavoro, ma che guarda e
protegge anche chi è fuori delle mura. Il sindacato non svolge la sua
funzione essenziale di innovazione sociale se vigila soltanto su coloro che
sono dentro, se protegge
solo i diritti di chi lavora già o
è in pensione. Questo va fatto, ma è metà del vostro lavoro. La vostra
vocazione è anche proteggere chi i
diritti non li ha ancora, gli esclusi dal lavoro che sono esclusi anche
dai diritti e dalla democrazia”. In definitiva occorre lottare. Se la società non apprezza il sindacato, forse è
perché non lo vede lottare abbastanza, in particolare nei luoghi dei “diritti del non ancora”, nelle periferie esistenziali, tra gli scartati del lavoro; non
lo vede lottare tra gli immigrati, i poveri, che sono sotto le mura della
città; oppure non lo capisce semplicemente perché a volte – ma succede in ogni
famiglia – la corruzione è entrata nel cuore di alcuni sindacalisti. Nelle nostre società capitalistiche
avanzate, ammonisce Francesco, il sindacato rischia di smarrire questa
sua natura profetica, e diventare troppo simile alle istituzioni e ai poteri
che invece dovrebbe criticare. Il sindacato col passare del tempo ha finito per
somigliare troppo alla politica, o meglio, ai partiti politici, al loro linguaggio, al loro stile. E
invece, se manca questa tipica e diversa dimensione, anche l’azione dentro le
imprese perde forza ed efficacia.
Dimenticare o negare la natura sociale dell’economia
e del lavoro è un peccato, e uno dei più grossi, sostiene il nostro Padre
Francesco. Allora, non è solo questione di lottare, ma anche di convertirsi. Significa fare un passo in meglio.
Non c’è giustizia insieme se non è insieme agli esclusi di oggi: è sbagliato pensare solo al proprio
interesse privato, non è il mercato che deve decidere tutto, lì dove i più
grossi e potenti prevalgono sui più deboli. E’ attraverso le lotte sindacali che
la situazione viene riequilibrata, perché insieme si ha più forza. Se l'economia, con la legge del più forte, minaccia la dignità del lavoro, con la forza del numero e della solidarietà occorre cambiare l'economia. Ma occorre
lottare anche per chi i diritti non li ha ancora, gli esclusi dal lavoro che sono esclusi anche dai diritti e dalla
democrazia.
I primi commentatori hanno notato che l’apprezzamento
di Francesco per il lavoro del sindacato va controcorrente. I sindacati si sono
fatti più deboli, hanno meno presa sui lavoratori, anche perché il lavoro si è
fatto più precario, meno garantito, addirittura svalutato, e chi ce l’ha teme di perderlo, di essere preso di mira
in quanto lavoratore sindacalizzato. Ma è proprio l’eclisse del sindacato uno
dei fattori che ha svalutato il lavoro.
Le idee esposte dal nostro Padre Francesco
ieri sono dagli anni ’70 parte del magistero sociale, della dottrina sociale
della Chiesa. Le ritroviamo, ad esempio, in un’esposizione estesa e sistematica
nell’enciclica Lavorando [l’essere umano deve procurarsi il pane
quotidiano …] , di san Karol
Wojtyla, diffusa nel settembre 1981.
[testo sul Web:
http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_14091981_laborem-exercens.html
]
Come
scrisse il Wojtyla nel finale di quel documento, l'enciclica avrebbe dovuto essere diffusa
il 15 maggio 1981, ma il 13 maggio ci fu l’attentato in piazza San Pietro e
poté essere riveduta dal Papa solo dopo la sua degenza ospedaliera. Andare
contro l’economia egemone può essere molto rischioso.
Di nuovo, nelle parole di Francesco di ieri, c’è sicuramente la considerazione del
dovere di lottare, come sindacato, da lavoratori sindacalizzati, anche per chi
il lavoro non ce l’ha, per gli esclusi. Ma come dev’essere questa lotta? La
lotta è necessaria e doverosa quando le giuste pretese di una parte sociale vengono rigettate dall’altra.
Non ci si può rassegnare all’ingiustizia. La parte forte rifiuta di ascoltare,
di sentire ragioni. Ha dimenticato la natura sociale dell’economia. La legge del mercato è a favore dei più forti? Nelle
società democratiche ci sono strumenti legali per non accettare questa
posizione. I deboli possono farsi forti facendo massa e agendo in modo solidale. Le libertà civili servono anche a questo, a non finire schiavi del mercato. C’è la libertà di parola, di manifestazione, c'è la politica democratica, c’è lo sciopero. In Italia lo sciopero è
un diritto sociale riconosciuto dalla Costituzione. E in Costituzione c’è anche
la natura sociale dell’economia e della proprietà privata. L’impresa non può
svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla
sicurezza, alla libertà, alla dignità umana; in base alle leggi, deve essere
indirizzata e coordinata a fini sociali (art.41 Costituzione). La proprietà
privata deve essere resa accessibile a tutti e deve esserne assicurata la
funzione sociale (art.42 Costituzione). Il lavoratore ha diritto a una
retribuzione proporzionata alla quantità
e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia
un’esistenza libera e dignitosa (art.36 Costituzione). L’organizzazione
sindacale è libera (art.39 Costituzione) e lo sciopero è un diritto (art.39 Costituzione), anche se
la legge può regolarne l’esercizio. Queste sono leggi fondamentali della
Repubblica.
L’evoluzione sociale recente richiederebbe modifiche costituzionali per
rinforzare la natura sociale dell’economia e del lavoro, ma in genere le
proposte vanno in direzione opposta. Si è di solito d’accordo nel notare che il
lavoro si è svalutato e ha perso garanzie. Si giustifica questo con
le leggi del mercato: queste leggi
però sono incostituzionali e, in particolare dall’inizio dell’attuale fase
recessiva, nel 2008, hanno fatto e stanno facendo disastri sociali. In
Costituzione non ci sono principi per essere consumatori responsabili. Alla
fine degli anni ’40 del secolo scorso, in un’Italia tanto più povera di oggi,
non ci si pensava. I consumatori, in genere inconsapevolmente, sono complici
dell’ingiustizia sociale.
Il lavoro che c’è da fare, da fedeli che vogliano rendere ragione delle
loro convinzioni religiose, è quello di ragionare sui temi richiamati dal
nostro Padre Francesco ieri. Condividiamo la sua posizione? Se sì, perché? Se
no, perché? Si tratta di temi sociali e politici sui quali non siamo obbligati
a pensarla come un papa. La nostra posizione su di essi ha comunque un
significato religioso. Farsi complici di ingiustizie sociali è peccato: questo
è magistero etico, sul quale il Papa insegna da papa, autorevolmente. Del resto
possiamo facilmente evocare fondamenti biblici: nelle note dell’enciclica Lavorando che ho citato prima ve ne sono diversi. Dunque,
riparare alle ingiustizie sociale richiede propriamente una conversione. Specialmente quando si
pensa che siano ingiusti l’esclusione, l’emarginazione, l’essere senza diritti,
in particolare senza lavoro.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli