Economia di mercato: no. Diciamo economia sociale di mercato.
Sindacato è una bella parola che proviene dal greco “dike”, cioè giustizia,
e “syn”, insieme: syn-dike,“giustizia
insieme”. Non c’è giustizia insieme se non è insieme agli esclusi di oggi.
Non c’è una buona società senza un buon sindacato, e non c’è un sindacato
buono che non rinasca ogni giorno nelle periferie; non svolge la sua
funzione essenziale di innovazione sociale se vigila soltanto su coloro che
sono dentro, se protegge
solo i diritti di chi lavora già o
è in pensione.
Lottare nei luoghi dei “diritti del non ancora”: nelle periferie
esistenziali, tra gli scartati del lavoro.
Convertirsi: cioè fare un passo in meglio.
DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI DELEGATI DELLA
CONFEDERAZIONE ITALIANA SINDACATI LAVORATORI (CISL)
AI DELEGATI DELLA
CONFEDERAZIONE ITALIANA SINDACATI LAVORATORI (CISL)
Aula Paolo VI
Mercoledì, 28 giugno 2017
Mercoledì, 28 giugno 2017
dal
Web: http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2017/june/documents/papa-francesco_20170628_delegati-cisl.html
Cari
fratelli e sorelle,
vi
do il benvenuto in occasione del vostro Congresso, e ringrazio la Segretaria
Generale per la sua presentazione.
Avete
scelto un motto molto bello per questo Congresso: “Per la persona, per il
lavoro”. Persona e lavoro sono due
parole che possono e devono stare insieme. Perché se pensiamo e
diciamo il lavoro senza la persona, il lavoro finisce per
diventare qualcosa di disumano, che dimenticando le persone dimentica e
smarrisce sé stesso. Ma se pensiamo la persona senza lavoro,
diciamo qualcosa di parziale, di incompleto, perché la persona si realizza in
pienezza quando diventa lavoratore, lavoratrice; perché l’individuo si fa persona quando
si apre agli altri, alla vita sociale, quando fiorisce nel lavoro.
La persona fiorisce nel lavoro. Il lavoro è la forma più comune di cooperazione
che l’umanità abbia generato nella sua storia. Ogni giorno milioni di
persone cooperano semplicemente lavorando: educando i
nostri bambini, azionando apparecchi meccanici, sbrigando pratiche in un
ufficio... Il lavoro è una forma di amore civile: non è un amore romantico né
sempre intenzionale, ma è un amore vero, autentico, che ci fa vivere e porta
avanti il mondo.
Certo, la persona non è
solo lavoro… Dobbiamo pensare anche alla sana cultura dell’ozio, di
saper riposare. Questo non è pigrizia, è un bisogno umano.
Quando domando a un uomo, a una donna che ha due, tre bambini: “Ma, mi dica,
lei gioca con i suoi figli? Ha questo ‘ozio’?” – “Eh, sa, quando io vado al
lavoro, loro ancora dormono, e quando torno, sono già a letto”. Questo è
disumano. Per questo, insieme con il lavoro deve andare anche l’altra cultura.
Perché la persona non è solo lavoro,
perché non sempre lavoriamo,
e non sempre dobbiamo lavorare. Da bambini non si lavora, e non si deve
lavorare. Non lavoriamo quando siamo malati, non lavoriamo da vecchi. Ci sono
molte persone che ancora non lavorano, o che non lavorano più. Tutto questo è vero e conosciuto, ma va
ricordato anche oggi, quando ci sono nel mondo ancora troppi bambini e ragazzi
che lavorano e non studiano, mentre lo
studio è il solo “lavoro” buono dei bambini e dei ragazzi. E quando non sempre e non a tutti è
riconosciuto il diritto a una giusta pensione – giusta perché né troppo povera
né troppo ricca: le “pensioni d’oro” sono un’offesa al lavoro non meno
grave delle pensioni troppo povere, perché fanno sì che le diseguaglianze del
tempo del lavoro diventino perenni. O
quando un lavoratore si ammala e viene scartato anche dal mondo del lavoro in
nome dell’efficienza – e invece se una persona malata riesce, nei suoi limiti,
ancora a lavorare, il lavoro svolge anche una funzione terapeutica: a volte si
guarisce lavorando con gli altri, insieme agli altri, per gli altri.
E’ una società stolta e miope
quella che costringe gli anziani a lavorare troppo a lungo e
obbliga una intera generazione di giovani a non lavorare quando
dovrebbero farlo per loro e per tutti. Quando i giovani
sono fuori dal mondo del lavoro, alle imprese mancano energia, entusiasmo,
innovazione, gioia di vivere, che sono preziosi beni comuni che
rendono migliore la vita economica e la pubblica felicità. È allora urgente un nuovo patto sociale umano, un nuovo patto
sociale per il lavoro, che riduca le ore di lavoro di chi è nell’ultima
stagione lavorativa, per creare lavoro per i giovani che hanno il
diritto-dovere di lavorare. Il dono del lavoro è il primo dono dei padri e
delle madri ai figli e alle figlie, è il primo patrimonio di una società. È
la prima dote con cui li aiutiamo a spiccare il loro volo libero della vita
adulta.
Vorrei
sottolineare due sfide epocali che
oggi il movimento sindacale deve affrontare e vincere se vuole continuare a
svolgere il suo ruolo essenziale per il bene comune.
La prima è la profezia,
e riguarda la natura stessa del sindacato, la sua vocazione più vera. Il sindacato
è espressione del profilo profetico della società. Il
sindacato nasce e rinasce tutte le volte che, come i profeti biblici, dà voce a
chi non ce l’ha, denuncia il povero “venduto per un paio di sandali” (cfr Amos 2,6),
smaschera i potenti che calpestano i diritti dei lavoratori più fragili,
difende la causa dello straniero, degli ultimi, degli “scarti”.
Come dimostra anche la grande tradizione della CISL, il movimento sindacale ha
le sue grandi stagioni quando è profezia. Ma
nelle nostre società capitalistiche avanzate il sindacato rischia di smarrire
questa sua natura profetica, e diventare troppo simile alle istituzioni e ai
poteri che invece dovrebbe criticare. Il sindacato col passare del tempo ha
finito per somigliare troppo alla politica, o meglio, ai partiti politici,
al loro linguaggio, al loro stile. E invece, se manca questa tipica e diversa
dimensione, anche l’azione dentro le imprese perde forza ed efficacia. Questa è
la profezia.
Seconda sfida: l’innovazione.
I profeti sono delle sentinelle, che vigilano nel loro posto di vedetta. Anche
il sindacato deve vigilare sulle mura della città del lavoro, come
sentinella che guarda e protegge chi è dentro la città del lavoro, ma
che guarda e protegge anche chi è fuori delle mura. Il sindacato non svolge
la sua funzione essenziale di innovazione sociale se vigila soltanto su coloro
che sono dentro, se protegge solo i diritti di chi lavora
già o è in pensione. Questo va fatto, ma è metà del vostro lavoro. La
vostra vocazione è anche proteggere chi i diritti non li ha ancora,
gli esclusi dal lavoro che sono esclusi anche dai diritti e dalla democrazia.
Il capitalismo del nostro tempo
non comprende il valore del sindacato, perché ha dimenticato la natura
sociale dell’economia, dell’impresa. Questo è uno dei peccati più grossi.
Economia di mercato: no. Diciamo economia sociale di mercato,
come ci ha insegnato San Giovanni Paolo II: economia sociale di mercato. L’economia
ha dimenticato la natura sociale che ha come vocazione, la natura sociale
dell’impresa, della vita, dei legami e dei patti. Ma forse la nostra società
non capisce il sindacato anche perché non lo vede abbastanza lottare
nei luoghi dei “diritti del non ancora”: nelle periferie esistenziali, tra
gli scartati del lavoro. Pensiamo al 40% dei giovani da
25 anni in giù, che non hanno lavoro. Qui. In Italia. E voi dovete lottare lì! Sono periferie esistenziali. Non lo vede lottare
tra gli immigrati, i poveri, che sono sotto le mura della città; oppure non lo
capisce semplicemente perché a volte – ma succede in ogni famiglia – la
corruzione è entrata nel cuore di alcuni sindacalisti. Non lasciatevi bloccare
da questo. So che vi state impegnando già da tempo nelle direzioni giuste,
specialmente con i migranti, con i giovani e con le donne. E questo che dico
potrebbe sembrare superato, ma nel mondo del lavoro la donna è ancora di
seconda classe. Voi potreste dire: “No, ma c’è quell’imprenditrice,
quell’altra…”. Sì, ma la donna guadagna di meno, è più facilmente sfruttata…
Fate qualcosa. Vi incoraggio a continuare e, se possibile, a fare di più. Abitare
le periferie può diventare una strategia di azione, una priorità del
sindacato di oggi e di domani. Non c’è
una buona società senza un buon sindacato, e non c’è un sindacato buono che non
rinasca ogni giorno nelle periferie, che non trasformi le pietre
scartate dell’economia in pietre angolari. Sindacato è una bella
parola che proviene dal greco “dike”, cioè giustizia, e “syn”, insieme: syn-dike,“giustizia
insieme”. Non c’è giustizia insieme se non è insieme agli esclusi di oggi.
Vi
ringrazio per questo incontro, vi benedico, benedico il vostro lavoro e auguro
ogni bene per il vostro Congresso e il vostro lavoro quotidiano. E quando noi nella Chiesa facciamo una
missione, in una parrocchia, per esempio, il vescovo dice: “Facciamo la
missione perché tutta la parrocchia si converta, cioè faccia un passo in
meglio”. Anche voi “convertitevi”: fate un passo in meglio nel vostro lavoro,
che sia migliore. Grazie!
E
adesso, vi chiedo di pregare per me, perché anch’io devo convertirmi, nel mio
lavoro: ogni giorno devo fare meglio per aiutare e fare la mia vocazione.
Pregate per me e vorrei darvi la benedizione del Signore.
[Benedizione]