Politica e conflitti
sociali
Le società umane si manifestano
sempre in tensione, tra individui, gruppi più o meno estesi, aspiranti al
dominio. Uno degli scopi della politica è di impedire che i conflitti
distruggano la società. A questo serve, in particolare, il diritto, lo si è capito
fin dall’antichità: si vuole evitare che le persone corrano alle armi, era
proprio questa l’espressione usata dagli antichi giuristi. Chi fa le leggi? Chi
riesce a dominare la società in un certo tempo. Cambiando questa situazione,
cambiano anche le leggi. C’entra qualcosa la giustizia? Bisogna intendersi,
innanzi tutto, su che cosa essa sia.
Nel Sesto secolo, in Grecia, l’imperatore romano Giustiniano, in una
monarchia imperiale ormai sacralizzata secondo la nostra fede, comandò di creare una
grande raccolta di leggi e opere giuridiche e vi fece inserire anche un manuale
di diritto. Quest’ultimo si apriva con una definizione di giustizia: la costante e perpetua volontà di dare a
ciascuno il suo, non fare male agli altri, vivere onestamente. Ci basta? Su
piccola scala, nei rapporti tra privati, sì, ma quando si parla di fatti sociali, della
dimensione pubblica, non basta più, bisogna ragionarci sopra ancora, ma fondamentalmente le idee di base rimangono quelle.
Se in una società aumentano molto le diseguaglianze sarà necessaria una
violenza sempre maggiore per mantenerla pacifica, vale a dire per impedire che
insorgano conflitti che ne mettano in pericolo l’integrità. Se non si è
disposti a organizzare e sviluppare la violenza che è necessaria, occorre cambiarla rendendola meno
diseguale. Non è cosa molto lontana da noi. E’ il problema sociale che ci
assilla proprio di questi tempi, anche in Italia.
Rendere meno diseguale la società ha a che fare con la giustizia? Alcuni
dicono che ognuno ha ciò che si merita. Ha meritato nel senso che non ha rubato ciò che ha, lo ha guadagnato
in modo legale. Perché dovrebbe
privarsene per darne una parte agli altri? E’ l’argomento che si utilizza di
solito per chiedere una riduzione delle tasse.
In democrazia le tasse servono appunto anche a rendere la società meno
diseguale: in passato venivano considerate come uno strumento di giustizia
sociale, ai tempi nostri vengono al contrario considerate come un arbitrio
ingiusto. Perché poi si dovrebbe tassare maggiormente chi è più ricco, come stabilisce la nostra
Costituzione all’art.53? Non sarebbe più giusto
stabilire una percentuale di tassazione uguale per tutti, per i grandi
ricchi come per i meno ricchi? E perché tassare ciò che si lascia in eredità?
In realtà si può argomentare che nessuno ha poi veramente meritato tutto ciò che gli è capitato di ottenere in
società. L’ha ottenuto perché ne ha avuto l’opportunità sociale. La
ricchezza, nella complesse civiltà contemporanee, è sempre un fatto sociale, a
cui tutti collaborano, e dipende dalle regole che ci sono in un certo momento, fatte da chi la società riesce a dominare, la parte che spetta ai singoli. Ciascuno, naturalmente, collabora in maniera diversa, ma tutti collaborano. Sono le regole sociali che danno un valore alla collaborazione di ciascuno, a distribuire le parti. E, allora, se tutti collaborano, non è giusto che alcuni siano esclusi dal benessere che
quella ricchezza sociale dà. Dare
a ciascuno il suo. Ricordate? E’ uno dei criteri di giustizia stabiliti
dagli antichi. Perché, poi, se la ricchezza è un prodotto sociale, ma in
definitiva viene privatizzata a beneficio di troppo pochi, alla fine le masse di chi
sta peggio, organizzandosi, possono anche decidere di farla finita con regole sociali che le umiliano e le escludono e lottare per averne di diverse. Per mantenere soggette le masse allora occorrerà una violenza
sempre più estesa e intensa, ma essa richiederà anche molta gente che vi
collabori, molta polizia e sempre più violenta, e ad un certo punto, peggiorando molto le cose, perché l'ingiustizia tende a moltiplicarsi, ad espandersi, generando sempre maggiore sofferenza sociale, essa non basterà più.
E comunque, a quel punto, la politica avrà fallito in uno dei suoi scopi
principali: evitare che la gente corra alle armi.
Se uno eredita un patrimonio, come ha meritato? Chi glielo ha lasciato ha avuto l’opportunità sociale di metterlo insieme e la società, alla sua
morte, non ha veramente alcun diritto? E, soprattutto, la regola per cui il
patrimonio passa agli eredi è una costruzione sociale, conferisce agli eredi
una opportunità sociale veramente privilegiata. Grandi patrimoni significano
anche maggior potere sociale. un tempo anche gli stati passavano di genitore in
figlio, tra generazioni di monarchi di una dinastia, ma ora si sono posti dei limiti sociali, le regole sono cambiate, e anche nelle monarchie ancora regnanti il potere che passa da una generazione all'altra è molto meno, la società ha preteso il suo. Sono i
processi democratici che lo hanno reso possibile: essi infatti sono anche un sistema di
limiti ai poteri che si esercitano in società. Si è visto che i poteri
condivisi stabilizzano meglio la società, funzionano meglio nel creare
opportunità sociali di benessere, richiedono meno violenza per essere
mantenuti. Nella stessa linea è razionale stabilire dei limiti anche alle successioni
ereditarie tra privati (lo si è fatto nel grande e non lo si dovrebbe fare nel piccolo?), restituendo alla società ciò che in definitiva da essa proviene,
una parte dei patrimoni lasciati da chi muore: lo si fa non arbitrariamente, ma
secondo regole precise, che stabiliscono delle tasse.
E’ onesto
questo modo di pensare, o è voler rapinare i patrimoni privati? La dottrina sociale ci
dice che è onesto, perché i beni della creazione sono destinati a tutto
il genere umano. Ma ci si può arrivare anche a prescindere da argomentazioni
religiose. La ricchezza è un fatto sociale e la società quindi deve avere il suo.
Si parla di pace, ma da ciò che ho scritto è evidente che ci può essere una
pace giusta e una ingiusta. La pace giusta è di solito condivisa da più persone
di quella ingiusta, che di solito è imposta con la violenza e genera risentimento e voglia di rivalsa. La pace giusta deve essere difesa dall’arbitrio dei gruppi
più potenti, ma è più stabile perché è condivisa da molti; quella ingiusta è sempre precaria, perché esposta alla reazione
dei più. La pace giusta è quella che dà alla società il suo.
Si sostiene che la politica ha un valore
religioso, ma naturalmente ci si riferisce, oggi,
alla politica volta ad una pace giusta. Non è sempre stato così, ne dobbiamo
essere consapevoli. Tutto sommato ci è andata bene, per il tempo e il posto in
cui siamo nati e viviamo. Ad altri storicamente, e anche nei nostri stessi
tempi, è andata molto peggio. Ma che accade quando l’ordine giusto è
minacciato? Bisogna difenderlo con coraggio. I conflitti insorgono: occorre
affrontarli. Spesso in religione si è tentato solo di sopirli o di negarli, quando addirittura non si è parteggiato per un ordine ingiusto ma conveniente per l'organizzazione religiosa.
Questa è la religione che è stata definita come un anestetico per chi sta
peggio. Oggi è diverso, certo. C'è una dottrina sociale che insegna autorevolmente i principi della pace giusta.
Come affrontare i conflitti sociali avendo come obiettivo una pace
giusta, che comprende anche riconoscere agli altri, anche nei conflitti, il bene fondamentale, quello
della vita, per cui non si ammette con leggerezza di farli fuori a fini di pace
sociale?
Nel secolo scorso c’è chi ha escogitato una via veramente nuova: la teoria e la pratica della nonviolenza,
che è metodo di lotta sociale basato
sull’idea di non fare del male agli altri
(un altro dei principi di giustizia formulati dagli antichi).
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli