La giustizia come
metro dei sistemi sociali
Ci sono diversi metodi per misurare gli effetti dei sistemi sociali.
Si possono valutare, ad esempio, secondo i
morti che producono.
Se una potenza regionale cambia politica, si
potranno contare i morti in più che ci saranno, specialmente se diventa meno
sensibile al valore della giustizia. Se lo fa una potenza globale le
conseguenze saranno molto maggiori. Ma accade anche su scala molto più piccola
ed anche molto piccola. Si è osservato,
ad esempio, che una classe scolastica in cui prende piede il bullismo tra
ragazzi può fare morti e che quindi questa non è più una cosa da ragazzi, ma veramente molto seria. In Italia da poco ci hanno fatto addirittura una
legge sopra, per combattere il bullismo informatico, quello praticato mediante i telefonini, in danno
dei minori.
Un metro abbastanza efficiente per valutare i fatti sociali, in
particolare le organizzazioni, è quello della giustizia. Anche in questo caso
può essere impiegato su piccola scala, ad esempio nel caso di una parrocchia.
La giustizia è un valore sociale e ha a che fare con l’etica, vale a
dire con i criteri che in società si scelgono per definire il bene e il male e
per orientare al bene. Ma vi possono essere etiche ingiuste, come avviene nei
regimi politici totalitari, classisti o in quelli schiavisti. La giustizia è un valore
meno malleabile dell’etica. Finché gli altri esistono, sorge un problema etico,
che consiste nel decidere come comportarsi con loro, che può essere
risolto in modo giusto o ingiusto. Un’etica
ingiusta suona come paradossale. Se però consideriamo
che una delle esigenze della giustizia è il non fare male agli altri,
come ritenevano gli antichi giuristi, allora un’etica come quella proposta dal
fascismo storico, che si proponeva la guerra, risulta ingiusta, perché fa male
agli altri. Se l’ambiente naturale, che serve a tutti per vivere, è minacciato
dalle attività umane e una grande potenza decide di ignorarlo perché fare
diversamente comporterebbe una riduzione del suo benessere sociale, questo è ingiusto perché fa male agli altri, propone un'etica ingiusta come quella che dice la "mia nazione viene prima di tutto". Ragionare in questo modo, in un mondo interconnesso su scala globale come il nostro, rende impossibile la sopravvivenza di tutti. E quelli che sopravvivono, perché riescono con la forza a mettere sotto i piedi gli altri, si ritrovano in ambiente degradato, che fa male anche a loro.
Ogni etica sociale è collegata ad un assetto politico, perché è chi
comanda in società che fa le regole. Questo accade nel grande come nel piccolo.
Se si vuole che la riconciliazione prenda piede in una società, occorre
aumentare il livello di giustizia conformandovi l’etica.
Adesso
si sta cercando di rendere la parrocchia un ambiente molto più accogliente per
gli altri, cambiando atteggiamento verso di loro. E’ una scelta etica,
naturalmente, che è in linea con le regole dettate da chi comanda ora nelle
nostre collettività religiose e che ci spinge a una diversità riconciliata. Ma è
cosa che ha a che fare con la giustizia,
perché accogliendo, quindi includendo, dà a ciascuno il suo, una
parte del bene che si può trarre dalla vita religiosa e che non è giusto
riservare ad una piccola minoranza: non è per questo che pensiamo di essere
stati mandati al mondo intorno. Ma durerà poco, forse quanto il tempo assegnato al nuovo
pastore che ci è stato mandato, nove anni, dei quali è trascorso già un anno e
mezzo, se a questa esigenza di giustizia non corrisponderà una nuova
organizzazione sociale, per metterla al riparo della volubilità umana. E’ a
questo che servono le istituzioni, anche una come la parrocchia: a dare
continuità alle società umane consentendo loro di rigenerarsi periodicamente. Da
qui l’esigenza di attivare processi democratici, gli unici a poter produrre
questo risultato includendo. Le
carenze in questo campo hanno consentito che, all’inizio degli anni ’80, tutto
cambiasse piuttosto rapidamente quando cambiò il pastore. All’epoca c’era molta
partecipazione in parrocchia, i più anziani ne parlano e nelle interviste
raccolte nel libro di Bonomo sul
quartiere risulta molto chiaramente, ma non c’era una tradizione democratica
che consentisse di fare resistenza, quando sarebbe stata necessario farla, per
dialogare in condizione di pari dignità e impedire i problemi che poi si
produssero. Si determinò un conflitto latente che venne risolto non
apertamente, ma con il ritiro dei dissenzienti, e che quindi venne deciso secondo
il principio d’autorità, obbedendo. L’obbedienza: la più subdola delle
tentazioni, nelle cose sociali. L’obbedienza, in religione, è dovuta solo al
Cielo. Per tutto il resto vale la libertà
di figli.
Mario Ardigò - Azione
Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli