Passare
il tempo
Sto leggendo un libretto del fisico Carlo
Rovelli, L’ordine del tempo, edito da
Adelphi: è disponibile anche in e-book. Racconta tante cose sullo scorrere del
tempo che la fisica contemporanea ha scoperto. E’ scritto per farle capire anche
a chi non ha studiato. Leggendolo si comprende che ognuno, e ogni posto, ha il suo
proprio tempo. Siamo veramente contemporanei solo di noi stessi e di nessun
altro.
Che il tempo scorra più o meno
velocemente a seconda delle
situazioni e delle età è una sensazione
comune. In particolare, da anziani
sembra che il tempo scorra velocissimo. Si pensa di avere tanto tempo, da pensionati,
per fare ciò che non si è potuto da giovani e si scopre che non è così. Bisogna
sempre sbrigarsi. Il tempo è sempre poco.
Da giovani, quando sembra di avere più tempo,
non si sa che fare. Ma anche da anziani spesso
è lo stesso. Si va nei centri anziani e si finisce per passare il tempo giocando a carte. Uno come Lorenzo Milani si
arrabbiava contro questa abitudine, che considerava come uno sprecare il tempo.
Se uno è religioso pensa di dover impiegare
bene il tempo. Il ciclo dell’anno liturgico lo sollecita a questo. Però spesso,
in questo, si diventa dipendenti dai preti, si ha sempre bisogno di qualcuno di
loro che presieda e dica che fare e spieghi perché lo si fa. Questa
abitudine viene mantenuta anche nelle cose che spetterebbero primariamente ai
laici. E anche lì dove i laici cercano di essere autonomi, finisce per
prevalere il modello di presidenza attuato dal prete, per cui i laici cercano
di fare come i preti e si clericalizzano.
Se si vuole intervenire nelle cose della
società da laici animati dalla fede,
come ora ci viene richiesto, bisogna imparare
un diverso modo di impegno, molto
più autonomo, ma anche costante e intenso. E deve essere un lavoro collettivo.
Non ci si limita, infatti, ad assistere, ma si deve partecipare.
Non è che, quando non c’è il prete che si occupa di noi, si sia fatto quello
che ci si aspetta da noi quando ci siamo limitati a passare il tempo.
La prima cosa da fare, quando ci si ritrova
insieme in parrocchia, dovrebbe essere quella di buttar giù un programma di
azione. Per fare che? Innanzi tutto per migliorarci e poi per migliorare la
società intorno a noi: si tratta di aspetti collegati. Non è che quello che
siamo fuori non conti nulla, anzi è importantissimo. Ad esempio uno studente in
parrocchia approfondirà i temi del suo studio e cercherà di arricchirne gli
altri. Lo stesso faranno tutti gli altri. Lo studio e il lavoro sono parti
molto importanti del nostro impegno in società: sono espressione di partecipazione. E in democrazia la
partecipazione è molto importante, è addirittura un dovere civico. Non può
esistere democrazia senza partecipazione. Non è partecipazione presenziare ad eventi di massa come un
concerto o la proclamazione solenne di un santo o il comizio di un politico. Ma
non è partecipazione neanche smanettare sul pc o sul telefonico cliccando su mi piace o non mi piace. La politica democratica si è degradata quando questi
modi superficiali di coinvolgimento personale hanno cominciato ad affermarsi.
Partecipare significa incontrarsi e
programmare qualche attività collettiva. Questo è impiegare bene il tempo. Non
è facile. Ci si ritrova e, improvvisamente, sembra che il tempo, che di solito
va molto veloce, non passi mai. Silenzio, imbarazzo. Quando poi si comincia a
parlare il tempo riprende ad andare velocissimo ed è già l’ora di salutarsi, ma
a stento qualcuno ha avuto i tempo di dire la sua. Figurarsi fare progetti!
Allora si capisce quanto è prezioso il tempo.
Incontrarsi richiede tempo, ma anche gli
spazi giusti. Ecco perché la parrocchia è tanto importante nel quartiere: ha
gli spazi giusti. Noi dobbiamo metterci il nostro tempo. Incontrarsi è il solo
modo per capire veramente ciò che ci accade intorno e per progettare come
reagire al male che c’è. Il sistema del commercio e della politica degradata
come è diventata oggi è organizzato per
farci rimanere da soli, facendoci però credere di essere in tanti insieme. Da
soli si è infinitamente malleabili. C’è tutto un filone della psicologia che si
dedica appunto a questo: a come manovrare a distanza masse di individui soli, folle solitarie come sono state definite.
In masse solitarie incidiamo sulla società, ma nel modo
desiderato da chi riesce a manovrarla. E’ da questo che scaturiscono molti mali
sociali contemporanei. Di solito siamo consumatori
cattivi (non cattivi consumatori):
preferiamo comprare cose che recano dentro molta sofferenza, per come sono
state prodotte. Altre sono cattive in sé, come gran parte dei prodotti dell’industria
del gioco d’azzardo o la prostituzione. Paghiamo male il lavoro che sfruttiamo
e ce ne facciamo una ragione: quando capita a noi soffriamo e protestiamo, ma
quando siamo noi i datori di lavoro non ci comportiamo meglio dei nostri. Cambiare i consumi potrebbe cambiare il mondo, anche a
partire da una realtà di prossimità come il nostro quartiere. Ma richiede un profondo cambiamento culturale
e, innanzi tutto, una forza collettiva di resistenza. In gruppo si resiste meglio,
ci si fa coraggio, ci si motiva. Se pensiamo di fare politica protestando con
qualche autorità, questo ci viene facile, perché pensiamo di essere sempre a
credito con le istituzioni pubbliche. Se però ci si chiede di mettere in
questione il modo in cui consumiamo, quindi il modo in cui partecipiamo a
quella complessa rete di relazioni che viene definito mercato e che sembra
dominare tutto, oggi, di solito siamo piuttosto riluttanti. E’ un tema che
viene affrontato nell’enciclica Laudato
si’: ci viene richiesto di sviluppare una coscienza ecologica, che consiste
appunto anche in questo.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli