Il lavoro dell’istituzione
Le collettività umane nascono e muoiono, così come gli esseri umani. Le
istituzioni, queste invenzioni delle culture umane fatte di storie, tradizioni
e norme, danno loro continuità,
consentendo loro di rigenerarsi: in questo modo si cerca di tramandare ai più
giovani il patrimonio di concezioni,
conoscenze, costumi acquisito dalle generazioni più anziane. Ogni istituzione
vale se fa questo lavoro senza impedire il progresso dell’umanità. Di solito
chi comanda in una società cerca, in misura maggiore o minore, di
strumentalizzare le sue istituzioni per rendere più stabile il proprio potere.
E’ cosa che si produsse con effetti spettacolari nelle monarchie sacralizzate
europee. Sacralizzare, vale a dire collegarle a una volontà soprannaturale, le istituzioni della politica ha consentito di
proiettarle molto avanti nel futuro e di conservarne molto efficacemente l’ordine.
Ma si è trattato pur sempre di una strumentalizzazione, perché rimane vero che
il regno immaginato nella fede non è di questo mondo. Sono le istituzioni che dovrebbero rimanere strumento, non la fede. Se avviene l’inverso,
e nella nostra confessione è accaduto nei due millenni della sua storia, la
fede ne risulta impoverita, quanto le istituzioni in tal modo sacralizzate
vengono esaltate immaginificamente.
Una parrocchia è anche un’istituzione, ha dimostrato di saper dare
continuità alla socialità umana, e lavora nel campo dell’integrazione tra vita
personale e sociale e la fede religiosa, ma non è sacralizzata, non
strumentalizza la fede, la serve. Nel 2015 la nostra parrocchia era sostanzialmente morta come corpo sociale,
aveva esaurito un suo ciclo storico, ma continuava a rimanere come istituzione.
Questo ha consentito di attivarne una rigenerazione sociale. Non è più tanto
importante capire il perché della crisi, perché si tratta del passato e del
resto le sue cause sono molto chiare: ora è importante partecipare alla
rigenerazione. Possiamo riconoscere che, come istituzione, la parrocchia ha
fatto ciò che ci si attendeva, quello per cui era stata costruita. Ora deve
rigenerarsi come collettività.
Quello che è successo nella
nostra parrocchia è accaduto molte volte, storicamente, ed anche su scala molto
maggiore, nelle nostre collettività sociali. Si osserva una continuità nei
secoli, che è in gran parte di istituzioni e di cultura, ma le società dei
fedeli sono morte e si sono rigenerate molte volte. A volte si pensa,
sbagliando, di poter riproporre il passato. Ma i morti non ritornano. La via
reazionaria non è mai quella giusta.
La nostra fede non c’è stata da sempre, ha
avuto un inizio, dal punto di vista sociale. Prima c’erano altre religioni,
molto antiche. Non bisogna mai pensare che gli antichi non fossero religiosi.
Per convincersi del contrario basta osservare i ruderi dei grandi templi dell’antichità.
Anche le religioni che c’erano prima della nostra avevano delle istituzioni. Quand'è
che quelle fedi si sono dissolte? Quando sono mutate le istituzioni che le
sorreggevano. In particolare quanto non servirono più per sacralizzare la
politica. Questo dimostra che erano piuttosto strumentalizzate. Ma la gente
comune vi faceva affidamento ed è proprio per questo che le si
strumentalizzava: servivano a chi dominava le società di allora a rafforzare la
propria egemonia politica.
Perché la nostra fede è sopravvissuta alla
desacralizzazione delle politica che si è prodotta in Europa e nelle parti del
mondo che seguivano i costumi degli europei tra il Settecento e l’Ottocento?
Fondamentalmente perché ha prodotto un sistema di valori che si è tradotto in
un codice di diritti umani che è al
fondo della nostra civiltà e che orienta anche la politica, indipendentemente
da questo o quel gruppo egemone e da qualsiasi strumentalizzazione. Le istituzioni sociali, animate da quei
valori, cooperano a mantenere la fede come un’opzione sensata nella società. Ma
la desacralizzazione dei poteri politici impedisce di strumentalizzarla: è l’applicazione
del principio della laicità dei poteri pubblici e della politica.
In un’istituzione come la parrocchia viene custodito anche il patrimonio
culturale di quei valori, ma esso può sopravvivere senza apporto sociale fino
ad un certo punto, non indefinitamente. Ecco perché è urgente impegnarsi nella
rigenerazione sociale della parrocchia. Non si tratta più tanto di seguire un
capo o delle regole: la parrocchia è istituzione ormai desacralizzata, questo non basta. I valori che propone
devono rivivere nella gente, in particolare nelle nuove generazioni. Riviverli,
di vita in vita, significa anche attualizzarli, reinterpretarli: le generazioni
si riproducono ma non sono mai la copia identica le une delle altre. In chiesa
non si mette in scena sempre lo stesso spettacolo, come certe volte accade a
teatro, e allora ci sono una serie infinite di repliche, anche per anni, che però, ad un certo punto, finiscono.
Se uno viene in chiesa da spettatore, solo da spettatore, ad un certo punto vedrà lo
spettacolo liturgico-religioso tolto dal cartellone. E' accaduto. Tante chiese sono state riciclate come certi cinema sono diventati grandi magazzini, quando molto a lungo sono stati disertati dal pubblico. Però, ciò che si mette in scena in parrocchia è in realtà il valore dei
valori, l’agàpe, che è incontrarsi gioiosamente
facendo spazio a tutti: essa non morirà mai, è scritto. Riuscire a farlo
dipende da come ciascuno e tutti collettivamente viviamo, oggi, i valori della nostra
fede.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli