Festa della
Repubblica
Oggi è
una festa civile: la Festa della
Repubblica. Si fa memoria di un evento storico accaduto il 2 giugno 1946:
gli italiani, e per la prima volta anche le donne, votarono per scegliere se l’Italia
dovesse essere un regno, sotto la dinastia Savoia, o una repubblica ed elessero
i componenti di un’Assemblea Costituente, che dovevano scrivere una nuova
costituzione dello stato, sostituendo lo Statuto entrato in vigore nel 1848. Le
ultime elezioni libere si erano svolte nel 1924, ventidue anni prima, gli anni
del regime fascista mussoliniano. L’Azione Cattolica aveva svolto un ruolo
molto importante nella formazione politica delle masse, in particolare delle
donne. Dal voto popolare uscì la scelta per la repubblica e per un regime
istituzionale di democrazia popolare, in quanto prevalsero i partiti che si
proponevano di realizzarlo.
Ma non si festeggia solo un evento storico,
accaduto ormai tanti anni fa. Le persone ancora viventi che vi parteciparono
hanno oggi dai 92 anni in su (la maggiore età e quindi il diritto al voto erano
fissati all’epoca a 21 anni). Si festeggia, in fondo come per i compleanni
delle persone, che la repubblica democratica sia ancora in vita e vitale. Essa
è affidata al popolo, che si rinnova di generazione in generazione: vanno tramandati
principi e procedure, nel tempo in cui le generazioni più anziane coesistono
con le più giovani, prima di sparire. I regimi politici sono parte della
cultura di un popolo, del sistema di costumi, concezioni e regole che rendono
possibile l’organizzazione della vita collettiva. Le culture cambiano, di
generazione in generazione, e così i sistemi politici. Chi è al potere cerca di
solito di resistere al cambiamento: è stato l’assillo di tutte le dinastie
regnanti, ma anche di ogni altro gruppo egemone nei regimi politici. Se si è convinti della bontà del
regime politico democratico repubblicano, allora c’è da festeggiare constatando
che è durato fino ad oggi. Non si è mantenuto sulla forza delle armi. Per
questo la Repubblica non dovrebbe essere festeggiata con una parata militare,
ma con un grande evento gioioso di
massa in cui ci sia spazio per la riflessione politica. Dovrebbe sfilare il
popolo. La repubblica in Italia è sorta con il ritorno della pace e, fino ad
oggi, non ha mai dovuto essere difesa con le armi. Questo perché ha scelto la
via della pace e ha sviluppato politiche di pace, all'interno di grandi
organizzazioni internazionali che avevano il medesimo obiettivo, in questo
distinguendosi nettamente sia dalla politica del regime fascista, ma anche da
quella dei governi del Regno d’Italia dall’Unità nazionale all’avvento del
regime fascista, che si fa risalire al 1922. Attualmente l’Italia è impegnata con
proprie forze militari in diversi fronti di guerra, ma non per ragioni di
difesa. Il più sanguinoso è quello dell’Afghanistan, con 59 morti e oltre 600
feriti. La motivazione di questi impegni militari è il mantenimento della pace
nel quadro dell’azione di organismi internazionale.
Oggi repubblica e democrazia sembrano strettamente collegate e
addirittura sinonimi, come se volessero dire la stessa cosa, ma non è così.
Democrazia è quando il potere viene condiviso tra molti secondo regole
che consentono la partecipazione collettiva, limitando i poteri di
ciascuno e stabilendo principi giuridici di giustizia
sociale per contenere gli arbitri
dei potenti. Cominciò ad essere praticata e teorizzata nell’antica Atene, in
Grecia, nel Sesto secolo dell’era antica.
La
repubblica, termine che deriva dal latino e che in quella lingua significava “cosa
pubblica”, è invece un’invenzione culturale degli antichi romani. All'inizio equivaleva a
“stato” e significava la separazione giuridica, stabilita quindi da norme pubbliche
formali, tra i poteri, gli interessi e i patrimoni della classe politica
egemone e quelli destinati all’uso pubblico nell'interesse della collettività.
Fu un notevole progresso culturale.
Nelle monarchie arcaiche, dei tempi molto antichi, che in genere si erano
sviluppate come estensione del potere di un maschio adulto sulle persone della
propria famiglia a lui soggette e sui suoi beni, tutto apparteneva al sovrano,
persone e cose, non c’era distinzione tra le cose “sue” e quelle della
collettività. Nell'antica civiltà romana continuò ad esserci uno stato, quindi
una “repubblica” in quel senso, anche quando in essa si svilupparono degli
imperi di tipo dinastico, nei quali quindi la successione al vertice politico avveniva tra generazioni di un’unica
famiglia.
Qual è la distinzione fondamentale tra repubblica e monarchia? In una
repubblica chi domina lo stato lo fa nell'interesse pubblico, non nel proprio
interesse o in quello della sua famiglia. Pensa di aver ricevuto un mandato, un
incarico, in tal senso. In una monarchia, invece, il sovrano pensa di avere
personalmente, o come membro di una dinastia, il diritto di supremazia politica,
come cosa che gli appartiene. Si è visto che all'origine di ogni monarchia vi è
un atto di forza, di violenza. Stabilizzandosi, ogni monarchia cerca una
giustificazione sacrale del proprio dominio, per collegarlo a una volontà
divina e renderlo più stabile.
In una monarchia dinastica, come era quella dei Savoia nel Regno d’Italia,
il diritto politico del sovrano passa
di genitore in figlio, secondo regole giuridiche, quindi formali. Ma, all'inizio
di ogni dinastia monarchica, vi è sempre un capostipite che non ha giustificato
in tal modo il suo potere: è il caso di Napoleone Bonaparte, quando dal 1804
divenne imperatore dei francesi, cambiando la forma di stato da repubblica
democratica a monarchia assoluta.
Chi ci assicura che il figlio del monarca sia all'altezza, o migliore,
del suo genitore? Nessuno. Spesso, anzi, è accaduto proprio il contrario.
Questo è il limite delle monarchie dinastiche. E comunque il potere monarchico tende a degradarsi nel tempo, perché è legato alla persona, anche fisica, del monarca, che con l'invecchiamento degrada, e non di rado degenera al modo in cui accade ai poteri assoluti o con pochi limiti. Nelle repubbliche democratiche si cerca di
mandare al potere supremo i migliori, e comunque se ne prevede la periodica sostituzione: non vi sono poteri a vita. Nell’Italia della repubblica democratica
questo in genere è accaduto, se si considerano i Presidenti della Repubblica,
che hanno preso il posto dei re.
Storicamente ci furono repubbliche, nel senso
di sistemi politici non dominati da un sovrano, dinastico o non, non
democratiche. Non fu democratica, ad esempio, la Repubblica Sociale Italiana
mussoliniana, che controllò l’Italia del Centro-Nord, con capitale a Salò sul
lago di Garda, tra il 1943 e il 1945. Né lo fu lo stato repubblicano franchista, che dominò la Spagna tra il 1939 e il 1975 (paradossalmente in Spagna il ritorno della democrazia coincise con la restaurazione di una monarchia dinastica). Non fu, di fatto, democratica l’Unione
delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, durata dal 1917 al 1991, perché
dominata da un’oligarchia di partito. Non furono democratiche, in parte della
loro storia, diverse repubbliche Latino-Americane, quando caddero nel dominio
di oligarchie dispotiche, in genere di origine militare, che si sottrassero al
controllo politico attuato mediante libere periodiche elezioni politiche. La
democrazia di popolo, come oggi la intendiamo e pratichiamo, è stata un’importante
conquista culturale anche per le repubbliche.
Vi sono state e vi sono monarchie che
incorporano principi repubblicani e democratici. Sono così tutte le attuali
monarchie europee, a seguito di un processo politico iniziato nel Settecento
(ma in Inghilterra addirittura nel Duecento). Attraverso statuti, che significa sostanzialmente costituzioni, si stabilirono
dei limiti ai poteri delle dinastie regnanti e questo fece spazio alla politica
democratica. Nello stesso tempo furono giuridicamente distinti patrimoni,
poteri e interessi delle dinastie regnanti da quelli degli stati.
Storicamente si è pensato che le monarchie producessero un ordine
sociale migliore e più stabile. In realtà la storia non conferma questa
opinione. E’ un’idea che deriva dalla sacralizzazione del potere monarchico e
quindi da una cultura indotta per stabilizzarlo, sottraendolo al cambiamento
sociale. La realtà è che le monarchie
hanno sempre teso ad assolutizzarsi, ad estendere il loro potere, e questo le
ha poste in conflitto con gli altri poteri sociali compresenti: sono state quindi
sempre impegnate, in genere e fino ad
epoca piuttosto recente, in congiure di palazzo violente e sanguinose. Le
democrazie vennero diffamate dalle monarchie come poteri disordinati e
arbitrari: nell'epoca moderna si sono manifestate tutto l’opposto, quando e
finché sono rimaste tali. Questo perché le democrazie moderne sono non solo un
sistema di limiti a poteri arbitrari, ma anche di principi di giustizia sociale.
In un sistema repubblicano nessuno deve arrogarsi il potere di
appropriarsi della cosa pubblica e di identificare gli interessi dello stato con i propri. Questo significa che si deve combattere la corruzione della
politica, che consiste appunto in quello. In un sistema democratico nessun
potere è senza limiti, sia in durata che in estensione, e si attivano procedure
di controllo di come il potere pubblico viene esercitato. Tutto questo richiede
una intensa e costante partecipazione popolare. L’idea che il popolo entri in
ballo solo al momento delle elezioni politiche non è né repubblicana né
democratica, ma da aspiranti oligarchi, futuri monarchi assoluti. In un sistema realmente democratico, chi vince
alle elezioni, e governa, deve sopportare il costante controllo popolare. Lo
dice la nostra Costituzione repubblicana
all’art.49, dove si riconosce il diritto dei cittadini di associarsi
liberamente per concorrere a determinare la politica nazionale. Il primo indice
della degenerazione di un potere democratico è quando chi comanda vuole mani
libere fino alle elezioni successive.
Il
papato domina da sovrano assoluto la Città del Vaticano, l’entità indipendente
che ha contrattato con il Mussolini, nel 1929, concludendo i Patti Lateranensi.
E’ un simulacro di stato stabilito nel quartiere Borgo di Roma (nel Trattato
che lo istituisce non viene mai definito stato). Il regno papale sulla Città del Vaticano è un
regime politico arcaico che non è indispensabile né per motivi religiosi, per
difendere e propagare la fede, né per motivi politici, per garantire l’indipendenza
del papato: infatti nessuno stato oggi
è veramente sovrano, tutti devono
soggiacere a limiti internazionali, compresi la Città del Vaticano e il suo
monarca. Anche la nostra Chiesa, che è cosa distinta dalla Città del Vaticano
anche se ha lo stesso re, è organizzata come una monarchia assoluta. Anche in
questo caso non ve n’è una necessità teologica o politica. Primato non significa necessariamente impero. All'interno della nostra organizzazione religiosa si stanno sviluppando, dagli scorsi anni Sessanta, processi
democratici. L’organizzazione monarchica assoluta,
al modo di un impero, è un portato storico, in particolare dell’epoca feudale,
dall’Ottavo secolo, in cui il papato acquistò una indipendenza politica via via
sempre più estesa e intensa. Che ne dobbiamo fare? Non è necessario fare una rivoluzione
per cambiare le cose, perché comunque stanno già cambiando. I connotati
politici di quel potere si sono infatti molto affievoliti. Le altre monarchie
ancora vigenti non sentono più la necessità di una loro sacralizzazione secondo
la nostra fede: in Europa la stabilità del loro ruolo è garantita dalle norme
costituzionali. Anche nel papato si comincia a ragionare in questo modo per quanto riguarda la politica ecclesiastica: la politica del papato si va anch'essa desacralizzando. I principi repubblicani e democratici degli stati europei, monarchie o repubbliche che siano, mettono la nostra gente al
riparo dagli eccessi che nel passato i nostri sovrani religiosi hanno
manifestato. Dal 1991 il papato ha accreditato la democrazia come regime
politico preferibile, in quanto rispondente alla dignità degli esseri umani.
Questo, nel lungo periodo naturalmente, produrrà delle conseguenze. Innanzi
tutto possiamo fin da ora cogliere l’occasione per approfondire la riflessione
personale e collettiva sulla democrazia e per farne pratica. Teniamo conto che la Costituzione vigente è
piena di principi che sono originati dalla nostra dottrina sociale e che,
addirittura, uno dei principi fondamentali che regola il funzionamento dell’Unione
Europea, quello di sussidiarietà, ha la stessa fonte. I principi repubblicani e
democratici non ci possono più rimanere estranei. Gente nostra è stata
protagonista nel loro sviluppo e nella loro affermazione. Anche da persone di
fede, benché ancora sudditi di una monarchia religiosa assoluta, possiamo
quindi fare festa oggi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli