La
fede come arricchimento interiore
Nella mia vita la fede religiosa è stata un’importante
opportunità. Mi ha dato occasione di conoscere molte persone e cose interessanti.
Mi ha arricchito interiormente. So che è accaduto anche ad altri. C’è però anche
chi ha vissuto l’abbandono della religione come una liberazione, ma questa è un’esperienza
che è comune anche alle persone che hanno mantenuto la fede. E’ anche scritto:
da bambini si crede da bambini, poi si cresce e si cambia. In questa
prospettiva la fede non è un sistema di dogmi, di punti fermi concettuali che
separano chi crede da chi non crede. E’ l’impostazione che si dà
alla propria vita, quella che ne definisce il significato profondo, per cui si
va avanti in un certo modo e non in un
altro, e, ad esempio, si capisce che si è limitati in tutti i sensi, in durata
e capacità, ma si va avanti assecondando la natura che ci spinge a vivere e a
far continuare la specie, di generazione in generazione.
Sto leggendo un numero monografico della
rivista Micromega sulla religione,
che è ancora in edicola. Ne consiglio la lettura ha chi ha fatto le superiori. Non
è scritto in un linguaggio facile. Dà
per scontate tante cose di cultura. Occorre leggere avendo vicino un
dispositivo con cui si può interrogare Wikipedia
o l’enciclopedia Treccani on line.
Nella rivista c’è un articolo del matematico
Piergiorgio Oddifreddi, persona le cui idee in genere sono portato a
condividere, anche se mette sempre in chiaro
di aver chiuso con la religione e di considerarla una superstizione arcaica.
In quel pezzo egli si apre e racconta della sua vita e del suo rapporto con le
religioni. Fu seminarista all’età delle medie, poi, come accade in genere ai
maschi intorno a quell’epoca, si
distaccò dalla fede religiosa. Ma, insomma, da come scrive, tutta la sua
vita sembra essere stata poi imperniata
intorno alla matematica e alle religioni, scrivendo anche diversi libri sulle
fedi religiose e confrontandosi pure con
la teologia maggiore. Perché perderci tanto tempo? Forse perché, in realtà, non era
poi tutto tempo perso.
Una persona di grande cultura scientifica,
che ha chiuso con la fede fin da ragazzo, ha speso tanto
tempo ragionando di religioni, ma non solo, andando in giro per il mondo ad
osservarne la pratica e i templi, poi arriva qualcuno che ha finito a stento le
superiori, e questo naturalmente non è una colpa, ci mancherebbe altro!, e mi
fa spallucce quando sente discorsi di fede, preferendo fare altro. E che cosa
poi? Perde la domenica, il giorno santo, a poltrire fino a tardi. Si alza a
mezzogiorno e già mezza giornata è persa. Siamo fatti per dormire? A volte mi
chiedo se, in fondo, anch’io ho mancato in qualche cosa, nel lavoro che mi era stato
affidato di spiegare agli altri le cose della fede, nel modo in cui un laico lo
fa, che è diverso da come lo fa un prete
ma è necessario quanto quello che fa il prete. Ma presto mi tranquillizzo:
bisogna prendere sul serio gli altri, non sono bambini, anche se talvolta
sembrano ragionare come bambini; hanno scelto così e la responsabilità è loro,
nei limiti in cui si è trattato di una scelta libera, e non sempre lo è.
Se uno lascia da bambino, e non ha la grande
cultura di Oddifreddi che lo motiva ad approfondire per una vita, poi la sua
fede rimane quella di un bambino. C’è una forza soprannaturale che la sorregge,
certo, per cui si può sempre riprendere, ma certe cose si tramandano di
generazione in generazione, non si trasmettono alla velocità più o meno
della luce come i flussi di dati digitali lungo le linee elettriche, ci
vogliono impegno, motivazione, tempo, pazienza e incontri giusti. La ricerca del lavoro, prima, e il
lavoro, poi, prendono tanto del tempo di un adulto: sono gli affanni della
vita. Si va avanti con gli anni e si scopre di avere sempre meno tempo e che il
tempo che si ha passa sempre più veloce. Nei giorni di festa ci si alza tardi e
ci si solletica il cervello con i giochini al pc. Passa una vita e, alla fine, si
scopre di non ricordare più nemmeno una preghiera da usare al bisogno.
C’è vicino a noi un grande centro
commerciale, con tanti negozi. Diverse linee di autobus vi fanno capolinea
vicino. Si è come indirizzati a confluirvi. Visto da fuori è un immenso sarcofago, un'enorme scatola di cemento scuro, senza nessuna finestra. Ci si va
dentro ed è quasi come se ci si seppellisse. Le Piramidi egiziane, che sono
enormi tombe, furono costruite con la stessa concezione, ma sono molto più belle (riflettono concezioni religiose). Del resto a che
servirebbero le finestre? Il mondo fuori non è importante per la funzione per
la quale quel centro esiste. E’ quello che è dentro che conta. Il fuori viene
quindi annullato, se ne è separati entrando. Alcuni ci vanno proprio per
questo, perché la loro vita è, in genere, dolorosa e priva di senso. Ma dentro ci sono
pochi posti per fermarsi, se si vuole farlo senza pagare un prezzo. Si va, ci
si incrocia, ma raramente si incontra veramente qualcuno, se non si è andati già in
gruppo. Questo, però, è più o meno anche il modo in cui si vive fuori. La parrocchia, invece, è un posto
molto diverso. Religiosamente le chiese vorrebbero essere un’immagine della città di luce di cui si tratta nell’ultimo libro dei nostri
testi sacri. Le architetture spesso non aiutano, ma in genere si coglie questo
anelito: è la fede che lo anima. In religione si vorrebbe convincere la gente a
non perdere tempo nei giorni della festa. Le campane chiamano all’incontro. E’
tutto gratuito e ci si può trattenere quanto si vuole. Si gioisce della
presenza degli altri, che non sono mai folla. Non è sogno, questo, ma realtà. E’
appunto questo che arricchisce, stupisce e, penso, attiri anche le persone più colte, come Oddifreddi.
Altrimenti, perché uno avrebbe speso la sua vita per santuari?
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli