Non
siamo formiche
Da ragazzo mi piaceva osservare le formiche.
Costruiscono delle società complesse. Hanno precisi ruoli sociali a cui
corrispondono caratteristiche fisiche e fisiologiche. La maggior parte sono operaie
e fanno la spola tra l’ambiente e il formicaio portando qualcosa. Ci
sono quelle che fanno la guardia al formicaio e hanno testa e tenaglie più
grosse. Dentro il formicaio ce n’è una che produce le uova. I maschi durano
pochissimo, giusto il tempo per fare quello che devono. Le femmine vanno a
rinchiudersi nel fondo di un formicaio e trascorrono tutta la vita producendo
uova, assistite dalle altre formiche. Femmine e maschi nascono con le ali.
Quando una femmina inizia a fare uova e diventa regina nel formicaio se le
strappa, non le servono più. La maggior parte delle formiche non sono né maschi
né femmine: non serve loro esserlo per fare ciò che devono. Dicono che le
formiche usino poco gli occhi: è la chimica che le guida nel mondo circostante.
Le formiche sono sempre in attività, dentro e fuori il formicaio, non oziano
mai. Tengono nei formicai degli altri insetti, gli afidi, dai quali ricavano
una sostanza nutriente, e questo richiama un po’ le nostre abitudini di
allevatori. Le formiche nascono e muoiono e sono sempre in giro a fare qualcosa.
A volte ci danno fastidio e le combattiamo. Dentro casa ci riesce di averne
ragione, fuori è molto più difficile, come ben sa chi ci ha provato. La
strategia è quella di trovare e bloccare tutte le uscite di un formicaio.
All’aperto è lavoro quasi impossibile. Poi, in una certa stagione, nascono
le regine, volano via e fondano nuovi formicai.
Ad un certo punto, dopo aver guardato per un
po’ le formiche, mi chiedevo: ma a che serve tutto questo? Il mondo animale è organizzato un po’ tutto
come il formicaio. Gli animali superiori conoscono il gioco e l’ozio. I
carnivori sono quelli che sembrano avere più tempo libero. Mangiano cose, gli
altri animali, che nutrono velocemente. Da un certo punto di vista sembra che
tutto sia organizzato in modo che tutti mangino tutti. C’è questa catena
alimentare che fa risparmiare energia. Tutti cercano di non farsi mangiare, con
diverse strategie, o che, comunque, di loro ne sopravviva sempre a sufficienza
perché la specie continui. Questo continuo cercarsi per mangiarsi rende la
natura piuttosto violenta, su piccola e su grande scala. Anche le formiche lo
sono. Alcune specie fanno schiavi. Tutte attaccano e smembrano altri insetti. La
visione idilliaca che abbiamo della natura è un po’ irrealistica. E quando guardo
i
gigli del campo e gli uccelli del cielo, secondo l’esortazione evangelica, non sono
mica poi tanto tranquillizzato, appunto per tutta questa violenza che vedo
nella natura e che coinvolge anche loro. Le società umane sono organizzate in modo
da porvi in qualche modo rimedio e questo le distingue nettamente da tutte le
altre società dei viventi. Questo però ha un costo in termini ambientali. Le
nostre società sono molto meno violente, ma consumano molta più energia e,
soprattutto, molto più ambiente. Dove vivono di solito gli altri primati, vale
a dire i viventi che dal punto di vista biologico ci sono più simili? Non hanno tutte le nostre pretese. Ma le nostre non sono solo velleità.
Sperimentiamo la gioia del vivere che negli altri viventi,
tutti impegnati a mangiarsi tra loro e a non farsi mangiare, non è
particolarmente evidente. Chi ci indica la strada del ritorno verso la natura
ci vuole ricacciare in quello che, da un punto di vista umano, è un inferno in
terra.
![]() |
| Altri primati |
Questo sforzo di ridurre la violenza della
vita sociale è una invenzione specificamente umana. In natura nessun vivente ci
ha mai pensato e ci pensa. Ci si mangia a vicenda senza tanti problemi, senza
remore morali: la morale della natura è appunto quella di mangiarsi gli uni gli
altri. I carnivori diventano vegetariani solo per estrema necessità, se non c’è
nient’altro di meglio da mangiare, e i vegetariani rimangono sempre tali, per
ciò che so. Del resto di vegetali c’è n’è tanti in giro. Ognuno rimane ciò che è e non si preoccupa della sofferenza degli altri che ammazza. Gli umani vorrebbero essere diversi.
Tutta la nostra ingegneria sociale è volta a
questo: a ridurre la violenza tra gli umani. E le guerre? Ci sono sempre, ma si
cerca di regolarle, di contenerle. C’è anche un diritto di guerra. Anche i
guerrieri più accaniti della storia dell’umanità, i mongoli, ad un certo punto
crearono una società globalizzata, veramente molto estesa, pacificata. Nel
Duecento ci capitò dentro Marco Polo e ne rimase meravigliato.
C’è però un settore della nostra
organizzazione sociale che si vuole regolato dalla legge della giungla, quella
per la quale tutti mangiano tutti e
cercano di non farsi mangiare: è l’economia. Dicono che questo ordine sia
razionale, fa risparmiare energia. Ma dà gioia? Non la dà. Ci spinge a farci
come le formiche. Provate a vedere la cosa sotto questo punto di vista: non è
che in tante cose, nelle nostre vite, ci siamo fatti formiche? E non parlo
delle virtù proposte dall’apologo della formica e della cicala. Dico proprio formiche, con quella vita che ho
descritto sopra. Tutti incastrati in un’organizzazione sociale, nei propri
ruoli strumentali alla produzione, in cui la vista, che ci dà tanta gioia,
conta poco e molto di più la chimica.
La gioia
è fondamentale nella vita religiosa. La religione attira ancora perché dà gioia,
e la gioia dà senso alla vita. Questa importanza che dà alla gioia della vita
la pone in rotta di collisione con l’economia basata sulla legge della giungla.
Era scuro in volto il nostro Francesco quando ha incontrato il potente signore
d’oltre oceano che gli ha detto che guiderà il suo popolo secondo la legge
della giungla. Dicono che quest’ultimo non sia un appassionato lettore di
libri. Francesco gliene ha regalati alcuni. Parlano della necessità di non seguire la legge delle giungla nelle faccende umane, se non si vuole la catastrofe ambientale e sociale. L’americano ha detto “li leggeremo”, ma non credo che sia un
plurale di maestà, come quelli che una volta usavano i sovrani. Ha poco tempo uno come lui, dominatore del mondo. Beh, spero che
chi li leggerà gliene faccia un sunto affidabile che poi lo invogli alla lettura personale.
Sotto certi aspetti una parrocchia potrebbe
essere vista come un formicaio: tante persone operose che vanno e vengono in un
posto con tante stanze, e ciascuna ha il suo da fare. Ma non è governata
secondo la crudele legge della natura. Risuonano canti e campane e non è come accade
agli uccelli, che cantano per sfidarsi e marcare il loro spazio, anche se a noi
sembrano tanto carini: è la gioia della vita che si vorrebbe evocare e
suscitare. Un prete che fu tra noi diversi anni fa, osservava sconsolato che la
gente usciva dalla Messa ingrugnata, scura in volto. Voleva migliorare la
situazione, ma, come ho detto, alla fine vidi anche lui scuro in volto è se ne
andò. Tutto il lavoro religioso, a ben pensarci, è volto a diffondere quella
che il nostro Francesco ha chiamato la
gioia del Vangelo, scrivendoci sopra anche un’esortazione, che non sarebbe
male tenere a mente.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

